Camminare rende felici? Ecco come il cammino influisce sul nostro benessere psicologico
Secondo le neuroscienze camminare ha effetti benefici sullo stato psicologico delle persone, come ci spiega Lucia Comar, medica e appassionata di cammini e attività outdoor.
Camminare è un gesto creativo, sociale e terapeutico, che coinvolge il corpo la mente e l’ambiente. Camminare ci fa sentire bene e spesso è la prima reazione, spontanea e istintiva, in momenti di forte stress o di grande eccitazione. Le neuroscienze hanno una spiegazione per tutto questo, come sottolinea la dottoressa Lucia Comar, con cui abbiamo già parlato degli effetti positivi sul nostro organismo del cammino prolungato.
«Camminare è un gesto antico quanto l’essere umano», ci spiega introducendo l’argomento e richiamando la genesi di un movimento ancestrale, che fa parte della nostra natura così come il mangiare o il dormire. «È innato, necessario per la sopravvivenza, fondamentale per l’evoluzione, e ci ha permesso di modificare la nostra struttura corporea, aprire i nostri orizzonti sensoriali, incontrare nuovi paesaggi, idiomi, culture.
Camminare e meditare
Ribaltando la prospettiva, si può dire che la salute è un cammino che costruiamo e manteniamo passo dopo passo. Ma in che modo camminare fa bene alla mente? «Già dopo una breve camminata – fa notare la dottoressa Comar – il nostro respiro e il battito cardiaco diventano più lenti e regolari, il cervello si ossigena meglio, siamo più calmi e rilassati. È la stessa sensazione che si ottiene con la meditazione: il tempo si dilata, si è più nel momento presente e si è più ludici».
Già, perché le neuroscienze dicono che quando camminiamo si attivano circuiti neurologici in parte sovrapponibili a quelli che il nostro organismo mette in funzione quando meditiamo, tanto che «fra gli insegnamenti del monaco buddhista Thich Nhat Hanh c’è proprio la meditazione camminata», mi racconta Lucia.

Gli ormoni “del benessere”
Il benessere psicologico che percepiamo durante il cammino ha una spiegazione scientifica: «Ogni volta che viviamo situazioni stressanti viene attivato il nostro sistema neurovegetativo ortosimpatico e viene rilasciato il cortisolo, l’ormone dello stress. Quando camminiamo attiviamo il sistema parasimpatico, riduciamo il cortisolo e produciamo endorfina», spiega Lucia Comar.
«Queste modificazioni biologiche migliorano la comunicazione fra diverse aree cerebrali e fra i due emisferi, quello sinistro – logico e calcolatore – e quello destro, che è quello creativo e meditativo, di relazione, che ci collega al mondo in maniera più semplice e profonda. È proprio il destro l’emisfero che si attiva con la meditazione: camminando gli diamo più spazio e diventiamo quindi più creativi, spontanei e con meno barriere nella relazione con noi stessi e con gli altri. Insomma, camminare ci rende “più umani”».
Non è un caso se uno degli uomini di scienza più influenti della storia abbia detto: “Mi pare che i miei pensieri migliori inizino a scorrere appena si muovono le gambe”. «Gli effetti più importanti, profondi e duraturi li otteniamo quando camminiamo almeno 30/45 minuti al giorno e ancora di più quando lo facciamo per più giorni, magari in occasione di un trekking o un viaggio a piedi». Perché, come illustra la dottoressa Comare, la produzione delle endorfine è correlata alla durata della camminata, all’ambiente in cui ci muoviamo e anche alle relazioni umane che intrecciamo».
«Le endorfine sono degli ormoni prodotti dal sistema nervoso che pervengono nei nostri ritmi biologici, sono un po’ la “chimica della gioia”: in funzione dell’endorfina prodotta compiamo diverse azioni. Camminando anche solo per poco iniziamo a produrre serotonina, l’ormone che ci fa sentire bene, ad azione antiperessiva. Camminando per un periodo prolungato attiviamo invece la dopamina, che regola il “circuito della ricompensa”, dell’appagamento».
Dalla dopamina derivano anche il termine e il concetto di doping: «Ci si può dopare chimicamente, con il rischio di sviluppare una dipendenza. Noi però dobbiamo farlo in modo sano». Infatti uno dei modi per combattere le dipendenze è sostituire quelle nocive con quelle che fanno bene. «Anche camminare può dare dipendenza, anche se questa attivazione ha bisogno di tempo, così come tutti i circuiti biologici».

La produzione di questi ormoni è correlata non solo alla durata della singola camminata, ma anche alla costanza dell’attività nel corso del tempo. Ma è legata anche all’ambiente: «Quando ci muoviamo in natura siamo a contatto con un ambiente meno stressogeno. Inoltre sempre di più si parla delle azioni che svolgono i terpeni – composti organici naturali rilasciati da molte piante – in relazione alla nostra salute».
Sui terpeni anche il CNR ha fatto un grosso lavoro insieme al CAI, incentrato sulla terapia forestale. Sono stati fatti studi sulla saturazione dell’ossigeno e sul dosaggio del cortisolo, monitorate persone prima e dopo aver fatto escursioni in natura che presentavano una riduzione di tutti i parametri dello stress con un benessere sia soggettivo e che oggettivo, quindi misurabile. «Dobbiamo ricordarci – fa notare Comar – che se noi stiamo bene mentalmente riduciamo l’asse dello stress, ci infiammiamo meno e quindi ci ammaliamo e invecchiamo di meno».
Il terzo ormone coinvolto è l’ossitocina, che è l’ormone dell’amore e dei legami sociali. Quando camminiamo in gruppo la condivisione del gesto attiva a cascata questo ormone che aumenta la percezione del benessere perché dà un senso di appartenenza, di relazione. «Io l’ho sperimentato camminando da sola e in compagnia», testimonia Lucia. «Possiamo provare diverse forme di camminare. Per esempio un’esperienza che ho fatto di camminare insieme a persone con disabilità visive è stata molto significativa, poiché c’era il gesto collettivo di condivisione che si arricchiva di stimoli sensoriali diversi».
Camminare aiuta a regolare il nostro orologio biologico
Un’altra azione importante del cammino è legata al fatto che quando camminiamo per periodi prolungati ci sintonizziamo sui ritmi circadiani, scanditi dalla luce naturale, che regolano l’alternanza sonno/veglia. I ritmi che la società moderna ha alterato. «Questo succede perché con la produzione di endorfine ci sincronizziamo con i ritmi circadiani legati alla produzione di melatonina. Essi regolano tutti i nostri cicli biologici e il cammino prolungato, quindi compiuto per più giorni, ci permette di agire sul “jet lag sociale”, di mettere d’accordo l’orologio interno del corpo con quello sociale e tornare a ritmi più umani. Il camminare associa l’armonizzazione con i ritmi circadiani all’effetto di tutte le endorfine prodotte».
C’è anche l’aspetto del cammino come memoria: «Che cosa succede quando camminiamo ad esempio su cammini già percorsi da altri?», si chiede Lucia Comar. «Quando camminiamo compiamo il gesto più antico del mondo ed è come se aprissimo dei file depositati nella nostra centralina della memoria, quindi in questo gesto, scollegato dalla razionalità, ci sentiamo meglio, perdiamo il confine fra noi e quello che ci circonda e questo è legato alle reazioni chimiche che abbiamo descritto».

Quando camminiamo riduciamo l’asse dello stress, produciamo endorfine, ci infiammiamo di meno e il cervello acquisisce maggior neuroplasticità: l’ippocampo – il centro della memoria e dell’apprendimento – invecchia meno ed è più attivo. «La neuroplasicità è legata agli stili di vita», aggiunge Lucia. «Gli studi dimostrano che quando si cammina, per via della cascata di eventi biologici, si verificano una riduzione dell’invecchiamento e la prevenzione delle malattie neurologiche degenerative, ma anche interventi positivi su patologie già in atto [a questo proposito si veda l’esperienza dei camminatori parkinsoniani, ndr]. Inoltre migliorano l’apprendimento e la memorizzazione e le prestazioni neurologiche aumentano».
Psicologia e simbolismo del camminare
Il camminare ha anche diversi significati simbolici: «Andare con, andare verso, andare via da….», suggerisce Lucia Comar. Un proverbio Inuit recita: “Quando ti arrabbi tanto da non riuscire più a controllare le tue emozioni esci dalla tua casa e cammina in linea retta”. Camminare è un gesto istintivo, uno dei primi che ci viene da compiere quando subiamo un forte stress emotivo, siamo preoccupati o magari anche eccitati».
Anche la psicoterapia sta scoprendo quanto è importante il coinvolgimento del corpo nel processo di cambiamento individuale: «Sempre più spesso si fa riferimento agli antichi pellegrinaggi, che oggi sono percorsi mescolando diversi aspetti: ila necessità di uscire dalla quotidianità, il desiderio di condivisione, la ricerca di un lato più spirituale ma anche quella di uno ludico. Il tutto conclude Lucia Comar – riassume il concetto che a prescindere dalle motivazioni per cui lo facciamo, siamo fatti per camminare e che il cambiamento che sperimentiamo durante il camminare è qualcosa di costruttivo perché aumenta fiducia e autostima». Insomma, ci fa stare meglio.
Questo articolo rientra nella campagna di comunicazione legata al progetto “Io non lascio tracce – Benessere in Movimento Lento”, finanziato da Compagnia di San Paolo sul Bando Sportivi Per Natura.









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