13 Febbraio 2026 | Tempo lettura: 7 minuti

Inceneritori: la strategia della gestione dei rifiuti in Sicilia è fallimentare?

La Sicilia punta alla costruzione di due inceneritori, scelta contestata per i possibili rischi ambientali e sanitari. Secondo associazioni e analisi indipendenti esistono alternative più sostenibili basate su economia circolare e riciclo.

Autore: Salvina Elisa Cutuli
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In breve

La strategia di gestione dei rifiuti della Regione Siciliana è basata su un approccio lineare, ma questo cozza con le evidenze scientifiche e con le prescrizioni di legge.

  • Quest’anno è previsto l’avvio dei lavori dei due inceneritori di Catania e di Palermo.
  • Impianti simili in altri paesi europei sono sotto accusa per via delle emissioni e delle gravi contaminazioni delle aree in cui si trovano.
  • La normativa comunitaria, supportata da un’ampia letteratura scientifica, prescrive una gestione circolare di rifiuti che privilegi riduzione, riciclo e riuso.
  • Anche la Corte dei Conti ha evidenziato gravi inefficienze nella gestione dei rifiuti in Sicilia.

Sono passate circa tre settimane dal passaggio del ciclone Harry in Sicilia e nelle altre regioni dell’Italia meridionale e, oltre alla conta dei danni, è tempo di riflettere anche sulle politiche da adottare, non solo in vista della ricostruzione. Il ciclone infatti riporta a galla vecchie e nuove questioni – solo in apparenza slegate tra loro – come quella dei rifiuti, uno dei problemi più rilevanti dell’isola. Nel 2026, secondo quanto annunciato dal presidente Schifani, cominceranno i lavori dei due inceneritori previsti a Catania e Palermo, nonostante i ricorsi presentati.

Siamo sicuri che questa sia la scelta più giusta, anche alla luce delle indispensabili politiche climatiche di adattamento? Nonostante vengano spesso presentati come impianti a “impatto zero”, studi indipendenti dimostrano che anche i nuovi modelli di inceneritori presentano criticità legate alle emissioni di particolato. Ad esempio, nelle aree circostanti gli impianti di Ivry-sur-Seine in Francia, di Zubieta in Spagna e di Harlingen nei Paesi Bassi, si rilevano elevati livelli di diossine, PFAS e metalli pesanti.

Le sostanze sono state rilevate in uova di galline allevate all’aperto, suolo, muschi, acqua e sedimenti, spesso con superamenti dei limiti normativi. In diversi casi emergono aumenti nel tempo e livelli particolarmente elevati in prossimità degli impianti e in aree sensibili come le scuole. I risultati indicano la necessità di ulteriori indagini e di un controllo più rigoroso delle emissioni.

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Manuela Leone, referente regionale di Zero Waste Italy

«Esiste una forte preoccupazione per aree già industrializzate o particolarmente sensibili, come la zona industriale di Catania, l’area del Simeto e la zona di Bellolampo a Palermo – località scelte per la costruzione degli inceneritori – dove i livelli di inquinanti richiederebbero un’attenta valutazione degli effetti cumulativi sulla popolazione residente. I rischi per la salute non sono limitati alle sole emissioni immediate di PM10, ma riguardano anche gli impatti a lungo termine sulla popolazione locale», sottolinea Manuela Leone, referente regionale di Zero Waste Italy.

Studi condotti da ToxicoWatch hanno dimostrato che, durante le fasi di accensione e spegnimento degli impianti di combustione dei rifiuti o in caso di malfunzionamenti, le emissioni di inquinanti aumentano in modo significativo: in poche ore i livelli di diossine possono superare quelli calcolati sulla media annuale nelle normali condizioni di funzionamento a regime.

Il timore è che anche questi impianti possano produrre emissioni superiori alla media europea, risultando fortemente climalteranti in un contesto già critico come quello della Sicilia e dell’intero Mediterraneo, riconosciuto come hotspot climatico. Secondo Zero Waste Italy dunque, la realizzazione dei due inceneritori rappresenterebbe un ostacolo alle strategie di mitigazione e adattamento

Un modello in contrasto con le politiche europee

Leone evidenzia pure come nelle attuali VAS, le Valutazioni Ambientali Strategiche del piano regionale, «le analisi specificamente climatiche risultino completamente assenti» e la realizzazione di questi impianti sia in contrasto con le politiche europee, perché non in linea con il principio del “Do No Significant Harm” (DNSH). Si tratta del criterio introdotto dal Regolamento Tassonomia (UE) 2020/852 che impone ai progetti di rispettare sei obiettivi ambientali, tra cui la mitigazione dei cambiamenti climatici, l’economia circolare e la tutela della biodiversità, garantendo una sostenibilità complessiva.

La tassonomia europea esclude gli inceneritori perché il loro funzionamento alimenta un modello lineare – produci, consuma e getta – anziché quello circolare. La normativa comunitaria infatti impone una gerarchia che privilegia prevenzione, riuso e riciclo, mentre gli inceneritori si collocano ai livelli più bassi di questa scala e la loro realizzazione viene vista come un incentivo a continuare a produrre rifiuti, anziché a ridurli.

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Renato Schifani, presidente della Regione Siciliana

L’investimento massiccio previsto in Sicilia – che richiederà l’impegno di circa 800 milioni di euro provenienti dai fondi europei di Sviluppo e Coesione – in impianti di incenerimento rischia quindi di alimentare un sistema che scoraggia la raccolta differenziata e il reale recupero delle materie prime. I dati appena pubblicati da Legambiente confermano questa preoccupazione. 

Raccolta differenziata in frenata

Nel 2024 in Sicilia la raccolta differenziata è aumentata solo dello 0,67%, mentre dopo sette anni di calo, torna a crescere – seppur di poche tonnellate – la produzione di rifiuti indifferenziati. Secondo Tommaso Castronovo, presidente di Legambiente Sicilia, «il rallentamento è il frutto avvelenato di una campagna di propaganda incentrata esclusivamente sugli inceneritori, che ha di fatto bloccato il ciclo virtuoso avviato negli anni da amministrazioni e cittadini. Un percorso che andava invece sostenuto con misure e finanziamenti capaci non solo di aumentare le percentuali, ma anche di migliorare la qualità dei materiali raccolti, così da consentirne un riciclo efficace, in linea con gli ambiziosi obiettivi delle direttive europee sull’economia circolare». 

In sei anni, dal 2018 al 2023 – si legge nel Dossier –, la raccolta differenziata è passata dal 29,52% al 55,20% grazie all’impegno di amministrazioni e cittadini. La brusca frenata registrata nel 2024 è certificata non solo dal modesto aumento dello 0,67%, ma anche dal numero dei Comuni in linea con l’obiettivo del 65% fissato dalle direttive comunitarie: 303 erano nel 2023 e tali sono rimasti nel 2024.

A destare molta preoccupazione è anche il dato sulla quantità complessiva di rifiuti indifferenziati. Dopo un periodo di graduale ma significativo calo, nel 2024 si è registrata un’inversione di tendenza: si è passati da 949.000 a 953.000 tonnellate. Un aumento che comporta un maggiore ricorso alle discariche, costi più elevati e un impatto ambientale più pesante

La tassonomia europea esclude gli inceneritori perché il loro funzionamento alimenta un modello lineare

Il parere della Corte dei Conti

Rispetto al sistema di gestione dei rifiuti in Sicilia, anche la Corte dei Conti ha detto la sua, evidenziando gravi carenze infrastrutturali, di professionalità adeguate e organizzative e stroncando il mito degli inceneritori per lo spreco di risorse e i rischi ambientali. La Sezione di controllo ha evidenziato diverse criticità per quanto concerne l’economia circolare e le azioni a tutela dell’ambiente e di manutenzione e di valorizzazione del territorio.

Peserebbe anche una visione per nulla strategica da parte della Regione, che preferisce trasferire i rifiuti oltre confine, generando ulteriori costi per i Comuni – già in gravi difficoltà gestionali – piuttosto che non scommettere sull’implementazione della rete impiantistica integrata. A inizio febbraio infatti, anche la Finlandia ha acceso i riflettori sui rifiuti siciliani esportati attraverso un’inchiesta andata in onda sul canale Yle che racconta l’arrivo nel Paese scandinavo di decine di migliaia di tonnellate di rifiuti provenienti anche dalla Sicilia, in particolare dallo stabilimento della Sicula Trasporti di Lentini.

Nel reportage viene segnalata la presenza, tra il materiale inviato, di «plastiche sminuzzate e forti esalazioni maleodoranti»; componenti che, secondo le normative, non dovrebbero essere conferite in un impianto di termovalorizzazione. Da qui nasce l’allarme sulle modalità di controllo dei rifiuti in ingresso nel Paese scandinavo e destinati agli inceneritori, dove le verifiche vengono effettuate solo a campione. L’inchiesta si interroga su come avvenga il monitoraggio in Italia, compito che spetterebbe all’ARPA, l’Agenzia regionale per la protezione ambientale. 

Le alternative possibili

L’alternativa a una gestione rifiuti in Sicilia carente in termini di visione e programmazione esiste e si basa sull’applicazione rigorosa della gerarchia europea che mette al primo posto la riduzione della produzione dei rifiuti, seguita dal riuso, dalla raccolta differenziata e dal riciclo. L’obiettivo è mantenere i materiali già utilizzati all’interno del circuito economico. Questo vuol dire, ad esempio, promuovere l’ecoprogettazione ovvero ripensare i prodotti fin dalla loro creazione per facilitarne il riutilizzo e il riciclo, contrastando la “politica del fossile” e del consumismo. Non utopia, ma una strategia internazionale riconosciuta che indica la strada concreta per compiere il passaggio dall’economia lineare a quella circolare.