26 Febbraio 2026 | Tempo lettura: 7 minuti

Oltre le piste da sci: Olimpiadi, crisi climatica e nuove prospettive per il turismo montano

Dopo le Olimpiadi Milano-Cortina, a “Fa’ la cosa giusta!” il dibattito si sposta sul futuro della montagna tra piste da sci, sempre più dipendenti dalla neve artificiale, crisi climatica e fondi pubblici concentrati su un modello in affanno.

Autore: Salvina Elisa Cutuli
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Le Olimpiadi Invernali Milano-Cortina sono ormai giunte al traguardo. Milano e l’intera macchina organizzativa hanno ricevuto consensi unanimi per il risultato ottenuto. La giornalista Tiziana Ferrario, sulla sua pagina Facebook, ha scritto che «è andata così bene che il sindaco di Roma, Roberto Gualtieri, ha annunciato di voler partecipare alla gara per le Olimpiadi del 2036 o del 2040. Bene, Milano è diventata un volano per risvegliare le ambizioni della capitale d’Italia, dopo la cura Raggi da malato terminale». La sua non è l’unica voce a ricordare quei sindaci che, in passato, hanno detto di no ai Giochi.

Eppure le Olimpiadi – che dovrebbero rappresentare l’evento sportivo per eccellenza – sono diventate anche una grande macchina economica. Le criticità sollevate sono numerose: sponsor poco coerenti con i valori olimpici, contraddizioni rispetto ai principi di pace e democrazia, fenomeni di speculazione, greenwashing, impatti ambientali significativi e infrastrutture destinate, in alcuni casi, a trasformarsi in eredità fantasma.

I Giochi pongono inoltre un nodo cruciale, la sostenibilità degli sport invernali in un’epoca segnata dalla crisi climatica. Già nel 2023 il 90% delle piste da sci italiane dipendeva dalla neve artificiale. In generale, molti impianti restano aperti grazie all’innevamento artificiale e a ingenti sovvenzioni pubbliche, mentre i ghiacciai – riserve idriche fondamentali e garanti della stabilità montana – si stanno ritirando in modo drammatico.

Quali sono le prospettive per il futuro? Quali alternative possono tutelare le economie montane salvaguardando al tempo stesso l’ambiente e rispettando gli impegni di contrasto alla crisi climatica? A questi interrogativi sarà dedicato l’incontro “Nevediversa. La montagna e il clima che cambia”, in programma il 14 marzo alle 11.30 all’interno della manifestazione “Fa’ la cosa giusta!”. Interverranno Luca Mercalli, climatologo e divulgatore scientifico, Vanda Bonardo, responsabile Alpi di Legambiente e presidente di CIPRA Italia, Luca Rota, scrittore e divulgatore, e Sebastiano Venneri, responsabile Turismo di Legambiente.

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Un impianto sciistico

Una montagna che cambia

Il panel sarà anche l’occasione per discutere il dossier “Nevediversa 2026”, in uscita l’11 marzo. Già l’anno scorso il rapporto censiva 265 strutture non più funzionanti, il doppio rispetto al 2020, quando erano 132. Non esistono però solo impianti definitivamente dismessi; molti risultano in buone condizioni ma sono chiusi e il loro numero è tutt’altro che trascurabile. A questi bisogna aggiungere gli impianti “intermittenti”, aperti una stagione e chiusi quella successiva.

Un’instabilità che dipinge come l’industria dello sci, al di là delle dichiarazioni degli operatori, sia in forte sofferenza. Il cambiamento climatico colpisce in modo particolarmente intenso l’area mediterranea, considerata un hotspot climatico. Le precipitazioni non diminuiscono necessariamente, ma sempre più spesso si trasformano in pioggia anziché in neve. Nonostante ciò, circa il 90% dei fondi pubblici destinati alla montagna continua a sostenere l’industria dello sci che sopravvive grazie all’innevamento artificiale. Senza di esso, oltre metà delle località montane europee non riuscirebbe a restare sul mercato.

«L’industria della montagna è stata senza dubbio un motore economico potente», osserva Vanda Bonardo. «Ha sollevato dalla miseria moltissime popolazioni, soprattutto nel dopoguerra, quando molte comunità montane vivevano in condizioni di forte povertà. Lo sviluppo dello sci – spesso accompagnato da importanti operazioni edilizie e speculative – ha generato ricchezza diffusa e creato molti posti di lavoro, ma allo stesso tempo ne ha distrutti altri, affermandosi come una vera e propria monocultura. Un’industria fondata quasi esclusivamente sullo sci ha finito per semplificare il tessuto economico delle vallate».

«Oggi però in molte località gran parte dell’economia ruota attorno a un unico settore, si lavora nella ristorazione o si gestisce un impianto». In effetti, molte attività agricole si sono drasticamente ridotte, almeno in alcune aree, e con esse si sono affievolite tradizioni e culture locali, progressivamente soppiantate dall’industria turistica. Questo modello ha favorito alcune località, rendendole ricche e attrattive, mentre altre sono rimaste ai margini, se non del tutto abbandonate. Ne è derivata una forte disparità tra territori.

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Prato Valentino. Foto da www.teglioturismo.com

«Nel dopoguerra lo sviluppo sciistico non ha riguardato soltanto l’alta quota, dove la presenza di neve è più costante e oggi operano grandi gruppi e multinazionali con impianti di dimensioni rilevanti», prosegue Bonardo. «Ha coinvolto anche la media quota, spesso con strutture a conduzione familiare. Ogni valle, ogni località voleva il proprio impianto. Col tempo però è diventato evidente che questo modello diffuso non poteva reggere, né dal punto di vista economico né alla luce delle trasformazioni climatiche in corso».

Quali alternative alle piste da sci? L’esempio di Teglio in Valtellina

L’alternativa è avviare una vera transizione investendo in un turismo diversificato e distribuito lungo tutto l’anno. Se c’è neve si scia, se non c’è si cammina, si pedala, si arrampica o si vive il territorio valorizzando cultura e comunità locali. Significa creare posti di lavoro duraturi e costruire un turismo più inclusivo, a differenza di un’industria sciistica destinata a ridursi progressivamente, sempre più concentrata nelle mani di grandi gruppi e accessibile a un pubblico benestante. 

Nel suo blog Luca Rota racconta il caso di Teglio, in Valtellina, dove è stato avviato un percorso di ridefinizione dell’offerta turistica locale attraverso il progetto “Prato Valentino 2050”. Prato Valentino, a 1.660 metri di quota, è la principale area turistica della località e punto di partenza di numerosi itinerari tra i più suggestivi del territorio. Un luogo di straordinaria bellezza, con panorami amplissimi e un patrimonio paesaggistico e culturale, che offre grandi potenzialità per lo sviluppo di un turismo dolce.

Teglio rappresenta però anche l’ennesimo caso di stazione sciistica giunta quasi al capolinea poiché il comprensorio si sviluppa su versanti ormai inadatti alla conservazione della neve, sia naturale sia artificiale. Nel 2022 si è tentato un rilancio attraverso un’operazione di project financing promossa dal Comune, rivelatasi poi fallimentare. Tre anni fa sono stati persino acquistati nuovi cannoni per l’innevamento artificiale, rimasti in gran parte inutilizzati, con evidente spreco di risorse.

Bisogna creare posti di lavoro duraturi e costruire un turismo più inclusivo, a differenza di un’industria sciistica destinata a ridursi progressivamente

La prospettiva oggi è costruire una nuova proposta per Prato Valentino coerente con una strategia di diversificazione dell’offerta montana. Come scrive Rota, «si spengono gli impianti di risalita e il posto si riempie di gente come mai negli ultimi anni». E si chiede: «È più logico pretendere di sciare anche quando le condizioni non lo consentono, costringendosi a utilizzare mezzi artificiali e sostenendo ingenti spese, oppure godersi la neve naturale quando c’è, facendo tutto ciò che è possibile senza dipendere da alcun “aiutino”?».

Insieme a Rota ci chiediamo: vogliamo continuare a forzare un modello nato nel Novecento o utilizzare questa fase storica per ripensare in modo strutturale il futuro della montagna? L’appuntamento del 14 marzo, grazie anche ai dati aggiornati del dossier di Legambiente, sarà l’occasione per riflettere su questi temi. E tornando alle Olimpiadi, sarà anche l’occasione per un primo bilancio e una valutazione parziale dell’evento.

«I Giochi rappresentano anche un’occasione politica, consentono di finanziare progetti che altrimenti resterebbero nei cassetti. Alcune opere sono utili, ma il punto è la visione complessiva. Gli investimenti nel trasporto ferroviario e nel trasporto pubblico, ad esempio, sono stati limitati, nonostante la disponibilità di risorse straordinarie avrebbe potuto offrire un’opportunità unica per costruire un sistema di mobilità realmente sostenibile. Il rischio è lasciare un’eredità fatta di gentrificazione, aumento del costo della vita, infrastrutture poco utilizzate. Gli atleti restano il volto positivo dei Giochi, ma la regia complessiva del sistema olimpico – sponsor inclusi – solleva interrogativi sul senso attuale di questo modello», conclude Bonardo.