16 Marzo 2026 | Tempo lettura: 6 minuti
Ispirazioni / Ripensare il sociale

Sviluppo sociale: è ora di cooperare di più e pensare meno a “far girare l’economia”

Cultura, filosofia, etica sono concetti che, nell’ambito dello sviluppo sociale, sono spesso sacrificati nel nome del progresso economico. Secondo lo sviluppatore sociale Francesco Bernabei è ora di invertire questa tendenza.

Autore: Francesco Bernabei
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Ci sono degli elementi che giudico molto importanti e che, essendo preliminari allo sviluppo sociale, non sono evitabili. Quando si parla concretamente di promuovere lo sviluppo sociale, si è indotti a pensare a qualche tipo di tecnica particolare che condurrà al successo i progetti. Di conseguenza, si tratterebbe solo di capire quale modalità di lavoro scegliere, come se tutto si riducesse a strumenti già pronti da mettere nelle mani di operatori adeguatamente formati. Siamo nell’era della tecnica ed è naturale che si pensi in questi termini.

Sviluppo sociale: non è una questione economica

Lo sviluppo di cui parliamo, quello sociale, quello che deve portare società e cittadini a comprendere opportunità che oggi appaiono diverse dal solito, non dipende invece da una tecnica e non è riconducibile a un banale algoritmo decisionale. Ci sono certamente degli strumenti che possiamo valutare e adottare ma – è bene ripeterlo – non possiamo ricondurre tutto a banale calcolo, anzi, è proprio il calcolo il vero nemico.

La razionalità economica appiattisce tutto ad un funzionamento troppo basico per lasciare lo spazio necessario per accogliere tanti fatti importanti per lo sviluppo inteso come abilitazione di comunità intere. Tuttavia, quando aggiungiamo al percorso gli elementi o i fatti etici, ecco che i meccanismi di calcolo diventano più lenti e meno economici, i risultati più magri e gli utili risicati: quante volte è successo che la gente, incantata dai risultati, abbia evitato di considerare il quadro più ampio? Non è forse questo il principale problema della politica?

Sviluppo sociale

Il paradigma del “sogno americano”

Lo sviluppo sociale prende le mosse da una dimensione molto semplice: le intenzioni. Le intenzioni attualmente giudicate migliori partono dal presupposto di arricchirsi per arricchire gli altri, costruendo il proprio successo per destinarne una parte al mondo, in accordo con il sogno chiamato un tempo “americano”: questo approccio ha accompagnato la visione socio-economica di tutto quello che è stato programmato anche per noi.

Già, ma il punto è che quel sogno era stato promosso da una cultura impegnata a togliersi dai piedi il sistema dei privilegi da ancien régime, i rimasugli dei quali sono ancora piuttosto vivaci ai nostri giorni. La spinta etica era quindi dimensionata su di un egoismo addomesticato: quello dell’imprenditore che costruisce la società dando lavoro a tutti, arricchendo lo Stato con le tasse. Quando questa spinta “etica” si è esaurita, quello che è rimasto è il diritto all’egocentrismo a fronte di forze opposte troppo dure da superare: l’impossibilità di procedere stando a regole sempre più stringenti e talvolta non del tutto sensate ha dato il via libera al diritto di azione senza troppi scrupoli.

L’imprenditore paternalista ha ceduto il passo allo yuppismo, a quel rampantismo a cui tutto si sacrifica allo scopo del successo personale, senza cura per gli interessi collettivi. L’idea antica che non si possa limitare l’egoismo e che risulta solo possibile promuoverlo in una specie di competizione globale senza esclusione di colpi si è tradotto in un “sano” diritto all’egoismo sfrenato, tanto più concesso in un mondo di altrettanti egoisti. L’egoista, in fondo, non è un “cattivo”, tanto meno un assassino, non sfrutta nessuno. Semplicemente utilizza gli altri ottenendo il consenso che si raggiunge nei patti tra simili e tutto diventa legittimo.

Lo sviluppo sociale è possibile se e solo se ci occupiamo veramente di tutto il piano di progettazione, con e per il benessere di tutte le parti in gioco

Lo Stato, il moloch del secolo scorso, non conta più e la “cosa pubblica” vale nei ragionamenti limitatamente al sostegno di questo nuovo “imprenditore” che, alla fine, è un semplice affarista impegnato ad arricchirsi, senza curarsi di nient’altro. Sembra non esserci argine a questa banale presa di posizione e la filosofia, le buone lettere, il pensiero positivo collettivamente depositato dopo la fine delle grandi ideologie, tacciono tutti.

C’è ancora spazio per etica e cultura?

L’etica però non è un gusto di gelato e, pur essendo relativamente opinabile, qualifica l’esistenza che, se carente di elementi propriamente etici, diventa da misera a miseranda. Esattamente come la conoscenza di più parole e concetti permette di pensare con più lucidità e ottenere risultati migliori in preciso collegamento a più idee, così i contenuti etici ci orientano fra le scelte in relazione alle conseguenze.

No, tutto questo non può essere frutto dell’intelligenza artificiale, perché il rischio è quello di rimanere dei trogloditi digitali, esseri viventi in una società altamente tecnologica a rischio di estinzione se privati di un minimo di comfort digitale. A questo serviva l’istruzione, prima che la scuola adottasse il mero funzionalismo come didattica e principio/sistema di valutazione dell’apprendimento.

Ricorderete la teoria delle tre “i” – inglese, informatica, impresa – senza però neanche una “c” per cultura, perché con la cultura “non si mangia”, o una “f” per filosofia. che è “quella cosa con la quale o senza la quale tutto rimane tale e quale”. Ma senza l’etica tutto perde di senso: ce lo ricorda il sacrificio finale di Gi-Hun in Squid Game. Le relazioni che non sono nutrite da un comportamento etico non hanno speranza di andare oltre i convenevoli e la povertà cui si viene condannati in un mondo senza etica è una miseria che nessun denaro può riscattare.

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Gi-Hun, personaggio della serie coreana Squid Game

Belle parole ormai prive di senso? No, sono ragionamenti importanti che determinano la qualità della vita di ogni persona e non capire questo non è un dato di immoralità, è la prova di certa immaturità. Non si può essere miliardari in un mondo di poveracci come non si può essere felici in una società che non si occupa di far evolvere tutti e senza che questo comporti la rovina di qualcuno.

Lo sviluppo sociale quindi è possibile se e solo se ci occupiamo veramente di tutto il piano di progettazione, con e per il benessere di tutte le parti in gioco. Una volta che avremo compreso i motivi delle scelte e valutati gli obiettivi in relazione alle conseguenze, allora potremo parlare di tecniche, mezzi, calcoli e altro e nessuno Stato potrà essere di intralcio a un’attività di questo tipo, perché è nel DNA costituzionale di ogni Stato promuovere questo tipo di azione civile.

Chi si occupa di sviluppo sociale non è un martire o un missionario. Molto più semplicemente è un cittadino che intende cooperare a uno sviluppo più vasto che lo riguarda certamente, ma che non finisce e non si ferma alle sue idee e mira a coinvolgere tutti a vari livelli. I giornali dovrebbero parlarne e indicare al pubblico come entrare in queste dinamiche con la medesima ottica.

Se si può ritenere che tutto questo sia troppo lontano dallo stato di fatto attuale, è probabile che semplicemente non si colga il dato – di per sé banale, ma comunque fondamentale – di non averci ancora provato seriamente, senza se e senza ma, impegnati come si era a cercare di fare contenti tutti con mediazioni troppo basse per ottenere risultati utili alla crescita collettiva.

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