28 Aprile 2026 | Tempo lettura: 6 minuti

La convivialità è una pratica rivoluzionaria: verso Transizioni Fest 2026

Torna Transizioni Fest, la tre giorni dedicata alle buone pratiche ecologiche e comunitarie. L’edizione di quest’anno – di cui, come l’anno scorso, Italia Che Cambia è media partner – sarà dedicata al tema della convivialità.

Autore: Daniel Tarozzi
transizione fest
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Dal 30 maggio al 2 giugno 2026 Transizioni Fest torna con una nuova edizione e cambia scenario. Dopo l’esperienza dello scorso anno a Cascina Rapello, il festival si sposta nella Valle delle Sorgenti, a Gaverina Terme, in Val Cavallina. Il tema scelto è la convivialità, una convivialità concreta, da sentire e vivere. Per capire meglio cosa c’è dietro questa scelta ho parlato con Matteo Rossi, presidente della cooperativa Liberi Sogni – che organizza il festival –, conosciuto da tutti come “Matteone”.

Matteo è un uomo che ha scelto di far convergere la vita ideale con quella lavorativa, fuggendo dalla schizofrenia di chi «di giorno fabbrica bombe e la sera fa catechismo», sottolinea lui stesso. Vive in un borgo di montagna e ha contribuito a far nascere Liberi Sogni proprio per dare una direzione unitaria e organica ai suoi desideri di cambiamento.

Il punto di partenza, mi racconta, è molto semplice: l’energia dell’edizione precedente. «L’anno scorso si è creata una dimensione di lavoro conviviale, piena di rispetto e attenzione verso l’unicità di ogni contributo». Da quell’esperienza è nata una riflessione. Dopo aver attraversato temi ampi e complessi, dal disincanto all’estrattivismo, fino al patriarcato, il rischio era quello di disperdersi. «Ci siamo detti che avevamo aperto tanti fronti. Serviva un paradigma capace di tenere insieme tutto». La convivialità, in questo senso, è apparsa come una chiave capace di tenere insieme livelli diversi, dal pensiero alle relazioni, dai consumi alle tecnologie.

Transizioni Fest

Nel testo che accompagna il festival, questa intuizione viene esplicitata con chiarezza. Si parla di un tempo in cui «l’attacco è all’umano», ai corpi, ai sensi, al pensiero, e in cui diventa necessario dare vita a comunità anche temporanee, radicate nei luoghi, capaci di custodire e rilanciare la gioia collettiva. Quest’ultima è un’espressione che ritorna spesso, legata a qualcosa che si costruisce nelle relazioni e nelle pratiche, dentro esperienze condivise e indica una direzione, una prospettiva.

Rossi la descrive così: «Mentre critichi il mondo, nel frattempo sperimenti altre modalità. E mentre le sperimenti, ti liberi». È un modo di intendere il cambiamento in cui mezzi e fini si intrecciano, ispirato all’idea gandhiana per cui i sentieri si aprono camminando: la critica non resta astratta o alienante, ma prende forma dentro pratiche e relazioni concrete che si vivono nel momento stesso in cui si mettono in discussione i modelli dominanti.

Da qui nasce anche una scelta precisa sulla forma del festival: quella di lasciare un’intera giornata “libera” da programmi fissi in modo da poter essere costruita insieme. «Oggi prendersi del tempo non programmato, non pianificato, non finalizzato a un risultato, ha un valore», dice Rossi. Per spiegare il valore di questo vuoto progettuale, Matteo cita ridendo uno slogan degli ultras del Bologna ai Mondiali Antirazzisti: «Non abbiamo un cazzo da fare».

Sembra una provocazione, ma oggi riappropriarsi di un tempo non finalizzato al profitto o al risultato è un lusso e una necessità politica. È un modo per lasciare spazio all’imprevisto, a ciò che nasce dalle relazioni tra le persone. In questo senso, anche «stare insieme con i propri corpi, senza mediazioni continue», assume un significato diverso, quasi controcorrente rispetto ai ritmi e alle abitudini dominanti.

Questa apertura si collega a un altro elemento centrale, quello dell’autenticità. «Le persone vengono per l’esperienza in sé, per la gioia di stare insieme». Transizioni Fest nasce da una contaminazione di esperienze diverse. «Ognuno porta pezzi di percorsi vissuti altrove, dalla decrescita ai mondiali antirazzisti, da esperienze scout a contesti sociali diversi. Da questi intrecci nasce qualcosa di nuovo». 

Uno degli aspetti più forti che emerge dalla conversazione riguarda il corpo: «Vivere insieme per quattro giorni con i propri corpi, nello stesso luogo, condividere il tempo… oggi è quasi una pratica rivoluzionaria». È un concetto che Matteo ribadisce con forza: in un’epoca di connessione perenne e smaterializzata, la presenza fisica senza la mediazione del digitale diventa un atto di resistenza. Ciò che per millenni è stata la norma della vita umana diventa oggi un territorio di riconquista.

Il tema della convivialità si intreccia anche con quello della democrazia. Nel programma di Transizioni Fest 2026 compare un lavoro sulle assemblee climatiche e sulle forme di partecipazione diretta. «La democrazia non è solo delega. È prendersi cura in prima persona dei luoghi e delle persone». In questa prospettiva, la convivialità diventa anche un modo di vivere la democrazia, riportandola dentro le pratiche quotidiane.

Centrale è poi il rapporto con la natura. La scelta della Valle delle Sorgenti non è casuale. «Tornare in natura significa ritrovare dei riferimenti, delle radici, un limite che è anche ricchezza». In un contesto sempre più omologato, dove i paesaggi tendono a somigliarsi ovunque, stare in un luogo concreto rigenera lo sguardo. Rossi usa parole molto nette per descrivere il contrasto con il mondo dominante, definendolo un mondo «mortifero» fatto di rotonde e centri commerciali identici da Monza a Nuova Delhi. «La natura ti rimette dentro un ciclo, dentro una relazione». Un limite che apre a una forma di abbondanza fatta di relazioni, biodiversità, esperienze sensoriali e possibilità che dentro un modello illimitato tendono invece a scomparire.

Transizioni Fest

Anche la scelta di rendere il Transizioni Fest itinerante – ogni anno in un posto diverso – va letta in questa direzione. L’idea è attraversare territori diversi, incontrare storie e contesti differenti. La Valle delle Sorgenti è un luogo segnato da una trasformazione importante, dal crollo di un modello turistico dopo il fallimento di uno stabilimento termale alla nascita di nuove pratiche di cura e rigenerazione. È una scelta simbolica: lì, dove il capitale se n’è andato lasciando desolazione, la comunità torna a prendersi cura del territorio. «Ci interessa andare in questi luoghi, capire cosa possiamo imparare e come portarlo altrove».

Dal punto di vista pratico, il festival mantiene una dimensione comunitaria forte. Si vive insieme per quattro giorni, tra tende, spazi condivisi, pasti comuni. «Si mangia insieme, si sta insieme, si incontrano persone nuove», racconta Rossi. Accanto ai momenti di confronto ci saranno anche attività legate alla musica, alla danza, all’espressione corporea. In particolare una serata dedicata alle danze popolari, intese come forme di espressione delle comunità e dei territori. L’obiettivo? «Vivere insieme, condividere tempo e spazio e lasciare che qualcosa accada».

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