22 Aprile 2026 | Tempo lettura: 5 minuti

Cosa resta oggi di “Legarsi alla montagna”, l’opera d’arte collettiva nata da una frattura?

Con “Legarsi alla montagna” Maria Lai unì con un nastro celeste tutti gli abitanti di Ulassai. Un’opera d’arte costituita da un’azione, nata da una frattura, che mantiene ancora oggi il suo significato. Che però non va banalizzato né strumentalizzato.

Autore: Sara Brughitta - Sardegna Oltre
legarsi alla montagna
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Lunedì 13 aprile è uscito Il nastro celeste, videopodcast in cinque puntate realizzato dalla giornalista Paola Pilia e prodotto da L’Unione Sarda, dedicato a Legarsi alla montagna, l’opera che Maria Lai realizzò a Ulassai l’8 settembre 1981. Il progetto ricostruisce passo dopo passo la genesi dell’intervento, calandolo nel contesto storico e culturale della Sardegna di quegli anni attraverso una pluralità di voci.

Dal musicista Paolo Fresu allo scrittore Francesco Abate, dagli storici dell’arte Elena Pontiggia, Gianni Murtas e Marco Peri allo storico Gianluca Scroccu, fino al giornalista Romano Cannas e alla guida della Stazione dell’Arte Claudia Contu. Accanto a loro, i protagonisti diretti di quella stagione: i politici Antioco Podda e Antonio Lai, il sindaco Giovanni Soru, l’architetto Luigi Corgiolu, insieme a volontari e abitanti del paese.

Un racconto polifonico dunque, che si muove lungo una domanda: può davvero l’arte cambiare il destino di una comunità? Eppure, a oltre quarant’anni di distanza, forse la questione è anche un’altra: perché è ancora necessario tornare su Legarsi alla montagna? E soprattutto, cosa e come l’opera continua a comunicare oggi di quell’opera?

Legarsi alla montagna
Paola Pilia

La storia romantica

Nel racconto, narrato dalla voce di Paola Pilia, Legarsi alla montagna appare una svolta per un’intera comunità. Un’opera capace di trasformare Ulassai da paese isolato, periferico a luogo simbolo di una rinascita culturale. Una cultura che divampa: l’arte che esce dai musei, incontra la comunità, crea relazioni.

È una storia romantica e in larga parte vera. Oggi Ulassai è diventata un punto di riferimento: ospita spazi espositivi, attira visitatori, investe nella cultura come leva di sviluppo. E non possiamo sapere se senza l’opera di Maria Lai questo sarebbe stato possibile. Il videopodcast restituisce una ricostruzione dettagliata, che tiene insieme memoria, testimonianze e contesto storico. Ed è proprio su questo che è necessario soffermarsi, altrimenti si rischia di muoversi dentro una fiaba.

Prima del filo: il conflitto

Per arrivare a quel nastro celeste teso tra le case c’è stato uno scontro. Calandoci nella storia, ci ritroviamo all’inizio degli anni Settanta, l’amministrazione comunale di Ulassai commissiona a Maria Lai un monumento ai caduti. Una richiesta dall’alto che sembra rispondere a un’esigenza comunitaria, quella di costruire un simbolo pubblico della memoria. Lai rifiuta. Un monumento, in quella modalità non le interessa. Non apre, non attiva, non crea legami. Per fare storia non basta commemorare, bisogna trasformare.

Tornare oggi su Legarsi alla montagna non significa solo celebrarne l’eredità. Significa interrogare ciò che quell’opera continua a mettere in discussione

Il rifiuto e il suggerimento dell’artista non vengono accolti, anzi Lai viene percepita come distante, difficile, persino arrogante. La faccenda diventa un caso politico, si inserisce nelle tensioni tra Democrazia Cristiana e Partito Comunista, divide il paese. Ci vorranno anni perché si arrivi a una soluzione. È un passaggio decisivo, perché ribalta la prospettiva: Legarsi alla montagna non nasce da un consenso spontaneo, ma da una frattura.

Legami

Quando l’opera prende forma, nel 1981, la richiesta iniziale è stata completamente trasformata. Al posto di un monumento non c’è un oggetto, ma un’azione. Un nastro celeste attraversa Ulassai, collega le case, sale verso la montagna. Affinché l’opera si realizzi, è necessaria la partecipazione degli abitanti. Come anticipato la faccenda aveva già creato divisione fra partiti, ma la popolazione era ulteriormente frammentata per rancori, diatribe. Per cui l’idea di tenere un filo che unisse tutti non era roba semplice. Ma la comunità si mostra creativa, realizzando un codice attraverso il quale si rappresenta la diversità dei legami. Ad esempio il filo al rovescio poteva indicare un rancore.

Il filo celeste non unisce semplicemente, ma rende visibile la struttura della comunità. Non rappresenta Ulassai, la espone. Non costruisce un’immagine armonica, ma mette in scena differenze, tensioni, prossimità o distanze. In questo senso, l’opera non è “inclusiva” nell’accezione più rassicurante del termine, non accoglie senza condizioni. Chiede invece un coinvolgimento attivo, talvolta scomodo. Ed è forse proprio questo che la rende ancora oggi difficile da assorbire completamente.

Legarsi alla montagna
Maria Lai, autrice di “Legarsi alla montagna”

Dal processo al modello

A distanza di oltre quarant’anni però, quella complessità tende a essere ricondotta a una narrazione più compatta. Ulassai diventa un caso di successo: l’arte che rigenera, che crea sviluppo, che rende un territorio attrattivo. Quando una storia diventa modello, tende a semplificarsi. Il conflitto iniziale, le resistenze, le incomprensioni si attenuano. Resta il risultato: positivo, replicabile, raccontabile. Ma così si perde il processo e con esso forse anche la parte più scomoda ma allo stesso tempo fertile di quell’esperienza.

Cosa resta, allora? Tornare oggi su Legarsi alla montagna non significa solo celebrarne l’eredità. Significa interrogare ciò che quell’opera continua a mettere in discussione. In un momento in cui al senso di comunità viene spesso chiesto di produrre valore, attrattività, consenso, il lavoro di Maria Lai suggerisce un’altra possibilità: che l’arte non debba necessariamente rappresentare una comunità così com’è, che non debba per forza essere immediatamente comprensibile, condivisa, utile. Ma che possa invece creare attrito.

Il filo teso tra le case di Ulassai non tiene insieme ciò che è già unito, tiene insieme anche ciò che è distante. Al di là di ogni narrazione, ciò che continua a restare potrebbe essere non tanto l’immagine di una comunità ricomposta, quanto la possibilità, ancora aperta, di metterla in discussione.