28 Aprile 2026 | Tempo lettura: 5 minuti

Il mare dell’Ogliastra è in pericolo. Ecco i rischi ecologici e sociali

Un documentario racconterà la crisi del mare dell’Ogliastra: dalla foca monaca, che rischia l’estinzione, ai mestieri tradizionalmente legati al mondo marino, sono in tanti a rischiare gravi conseguenze.

Autore: Sara Brughitta - Sardegna Oltre
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La scomparsa della foca monaca mediterranea e le difficoltà odierne dei pescatori ogliastrini, sembrano seguire una storia parallela. Una questione ambientale, che allo stesso tempo investe il rapporto tra comunità, lavoro e territorio. Quello dell’Ogliastra, dove il mare rappresenta non solo una risorsa primaria, ma anche un elemento identitario – e no, non stiamo parlando di spiagge cristalline immerse in paesaggi incontaminati! Parliamo di mari che si svuotano, i mestieri che si perdono, e con essi una parte della memoria collettiva.

Da questa consapevolezza nasce un progetto documentaristico che prova a tenere insieme passato e presente, passando per natura e società. Un film che non vuole limitarsi a raccontare un’estinzione, ma interrogarsi sulle sue cause e sulle sue conseguenze. «Nasce dalla volontà di raccontare il mare sardo e di come sta cambiando», spiegano gli autori Matteo Banni e Viola Madau. «I pescatori oggi, come le foche monache nel secolo scorso, incarnano questo cambiamento e le sue conseguenze».

Un’idea che nasce dal cambiamento

Il fulcro del progetto, come accennato, sta in un parallelismo: «L’estinzione dell’animale nelle coste sarde è molto simile all’estinzione attuale della pesca artigianale», affermano. Una lettura che sposta il discorso dal piano ecologico a quello socioeconomico, mettendo in evidenza la fragilità di interi sistemi di vita.

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Matteo Banni e Viola Madau

Il mare non è solo un ecosistema ma un campo di tensioni: tra tradizione e modernità, tra sostenibilità e sfruttamento. «I mari si stanno svuotando e manca un ricambio generazionale che permetta di far sopravvivere questo mestiere», aggiungono, sottintendendo una crisi che è insieme ambientale e culturale. Il documentario quindi si configura come un tentativo di tradurre queste trasformazioni in racconto, senza semplificazioni. Non una denuncia unidirezionale, ma una narrazione capace di restituire complessità.

La ricerca sul campo: ascoltare prima di raccontare

Il lavoro è ancora alle prime battute, quasi di immersione nel contesto. «Siamo nella fase iniziale di questo percorso documentaristico», raccontano. «Una settimana non è certo abbastanza per il lavoro d’indagine ed esplorazione che vorremmo svolgere». L’approccio scelto è quello dell’ascolto. «Stiamo mettendo le basi per una ricerca che ci auguriamo sarà il più esaustiva e genuina possibile», spiegano. E sottolineano il valore delle relazioni costruite: «Ringraziamo tutte le persone che ci hanno accolto con le loro orecchie e che hanno condiviso con noi ricordi, sentimenti e storie». Così, il documentario si costruisce come un processo collettivo, dove la fiducia, ascolto e condivisione diventano uno strumento di lavoro basilare, ancor prima della macchina da presa.

Dare voce tramite l’ascolto

L’intento del progetto si traduce in una presa di posizione narrativa. «Vorremmo dare voce e risonanza a storie, animali e persone che rischiano di essere dimenticate», dichiarano. Una scelta che va oltre la documentazione e si avvicina a una forma di responsabilità sociale del racconto. Il film mira a collegare il locale al globale. «Mostrare tutto ciò secondo noi può aiutare sia a dare una forma ai problemi che ci attaccano globalmente che a far vedere le specificità di un luogo attraverso gli occhi di chi lo vive».

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Cala Sisine, Ogliastra

Una doppia prospettiva che inserisce lo spettatore a riconoscere dinamiche più ampie senza perdere il radicamento territoriale. E ancora: «Ci auguriamo che chi vedrà il documentario possa riconoscere i problemi climatici generali e allo stesso tempo sia pronto ad accettare una nuova prospettiva del mondo». Non solo informare quindi, ma anche e soprattutto spostare lo sguardo.

Verità plurali e conflitti invisibili

Uno degli elementi più rilevanti emersi finora riguarda la molteplicità dei punti di vista. «La verità non è mai assoluta – osservano gli autori – ma siamo rimasti sorpresi dalla varietà delle prospettive sulla stessa realtà locale». Un dato che complica la narrazione ma la rende anche più sfaccettata, come di fatto la realtà delle cose è per sua natura. Le divergenze non riguardano solo il passato, ma anche il presente.

Un racconto che, partendo dal mare dell’Ogliastra, prova a interrogare questioni che riguardano tutti

«Da un estremo all’altro stiamo trovando tantissime sfaccettature», spiegano sottolineando come ogni interlocutore offra una lettura diversa sia sulla presenza della foca monaca sia sull’abbondanza della pesca. Eppure emerge anche un punto di convergenza. «Su una cosa per ora abbiamo trovato tutti d’accordo: la burocrazia “rompe” le reti quasi più dei delfini». Una frase che restituisce in modo diretto la percezione di un ostacolo quotidiano e che si spera apra una riflessione più ampia sul rapporto tra istituzioni e territori.

Un invito aperto alla comunità

Il progetto resta aperto e in divenire e proprio per questo gli autori lanciano un appello diretto. «Incoraggiamo chiunque faccia parte di questi mondi a contattarci per una semplice chiacchierata o per una discussione approfondita». L’obiettivo è ampliare il più possibile il numero di voci coinvolte. «Siamo aperti a ogni tipo di prospettiva che possa arricchire il più possibile questo documentario», aggiungono, ribadendo la volontà di evitare una narrazione chiusa o parziale. In fondo, è proprio da questa apertura che può nascere un racconto capace di restituire la complessità del presente. Un racconto che, partendo dal mare dell’Ogliastra, prova a interrogare questioni che riguardano tutti.