18 Maggio 2026 | Tempo lettura: 6 minuti
Ispirazioni / World in progress

I giovani non credono più nel dio lavoro. Riccardo Maggiolo: “È il momento di riscrivere le regole”

Il formatore e consulente Riccardo Maggiolo ci spiega perché il lavoro oggi non è più solo sostentamento, ma identità e ricerca di senso. E come la crisi del vecchio patto tra imprese e lavoratori può portarci a costruire relazioni più sane, non solo più produttive.

Autore: Fabrizio Corgnati
TEDX 0404

“I giovani non hanno più voglia di lavorare, non si impegnano, non sono più disposti a fare la gavetta”. Quante volte abbiamo sentito ripetere questo trito ritornello? Magari uscito dalla bocca di un imprenditore che non trova dipendenti da assumere, senza mettere in dubbio che siano le condizioni che propone a essere inaccettabili. Ma è proprio così? La nuova generazione è fancazzista o piuttosto sta rivoluzionando il proprio rapporto con il lavoro, in un senso che per i più anziani può essere difficile da comprendere, ma che alla lunga potrebbe persino rivelarsi più consapevole ed equilibrato?

L’ho chiesto a un grande esperto di questi temi: Riccardo Maggiolo, formatore, speaker e consulente, che un paio di anni fa ha dato alle stampe il suo ultimo libro dal provocatorio ma emblematico titolo Lavorare è da boomer. Per provare a rispondere alla mia complessa domanda, Riccardo ha esordito invitandomi a un ragionamento sulla definizione stessa del lavoro: quella formale, ma anche quella sostanziale. Perché, come vale per tutte le questioni che consideriamo banali e scontate, anche interrogarci su che cosa intendiamo realmente con il termine “lavoro” può svelarci delle verità inaspettate.

«Il lavoro è lo snodo attorno al quale girano la società, l’economia e anche la nostra vita personale, eppure non ci è nemmeno troppo chiaro che cosa sia davvero», spiega Riccardo Maggiolo. «Culturalmente noi siamo abituati a pensare al lavoro come a un’attività spiacevole: l’implicito è che, se fosse bello, non ci sarebbe bisogno di pagare le persone per farlo. Oggi però questa definizione mostra sempre di più le sue contraddizioni».

Riccardo Maggiolo
Riccardo Maggiolo, intervistato da Fabrizio Corgnati per la rubrica World in progress

«Per generazioni – prosegue Riccardo Maggiolo – si è portato avanti un rapporto con il lavoro simile a un culto. Lo si considerava un dio cattivo, oggetto di odio, ma tutto sommato giusto, perché restituiva alle persone ciò che gli sacrificavano. Io vengo dal Veneto e nella mia regione il culto era ancora più forte che in altre zone. Questa narrazione ha generato enormi benefici, a partire da tutta la ricchezza materiale che viviamo oggi, ma oggi ha esaurito la sua spinta. Quel dio lì non appare più credibile, in particolare per i giovani, che hanno visto i loro genitori onorarlo senza ricevere in cambio una ricompensa sufficiente».

Ed è qui che inizia il ripensamento sulla concezione stessa di lavoro. Deve essere per forza un male necessario oppure possiamo riscrivere il modo in cui lo viviamo? «Ci sono tre grandi leve per cui lavoriamo. La prima, ovviamente, è il sostentamento; la seconda è l’identità, nel senso che è parte della definizione di noi stessi come persone; la terza è la trascendenza, cioè il contributo che ci permette di dare a qualcosa che ci sopravvivrà. Possiamo immaginarli come tre batterie: un buon lavoro è quello che mantiene un livello di carica accettabile in ciascuna delle tre, cioè che ci paga il giusto, ci rende orgogliosi e ci consente di creare valore».

Se vogliamo seguire la metafora proposta da Riccardo Maggiolo, che trovo molto efficace ed evocativa, dobbiamo mettere in chiaro innanzitutto che le diverse generazioni non hanno tutte attribuito la stessa importanza alle tre batterie: «Per i boomer e in parte per la generazione X, la batteria fondamentale era quella del sostentamento. L’obiettivo era mettere in tavola un piatto di pasta per la famiglia, venendo dai tempi della seconda guerra mondiale. Non c’era molta scelta, perché si era indirizzati allo stesso mestiere dei genitori, e il lavoro era duro e gerarchico, uguale per tutta la vita, con uno stipendio basso ma stabile.

La vera innovazione, prima di quella tecnologica, riguarda le persone

Nel passaggio dalla generazione X ai millennial, l’attenzione è transitata sull’identità: «Una volta messo fieno in cascina, promossi dal ruolo di contadini alla classe media, si è pensato a guadagnare rispettabilità sociale, attraverso l’acquisizione di titoli di studio, di beni e soprattutto di soldi». E oggi? «Oggi è la batteria della trascendenza a essere caricata di contenuti: abbiamo educato i giovani a non seguire i genitori, né i titoli, né tantomeno il denaro, ma se stessi, cioè inseguire la propria autorealizzazione. Che è un percorso che dura tutta la vita e attraversa anche problemi e conflitti. Ecco perché la nuova generazione è spesso confusa, disorientata e non sa cosa vuole, quindi si sente bloccata».

Per questa nuova epoca storica – ma anche per questa nuova società fatta di abbondanza, tanto di risorse quanto di opzioni tra cui scegliere – serve dunque riscrivere il patto del lavoro. «Il vecchio patto, che ora mostra la corda, era questo: devi studiare e prendere buoni voti perché ciò ti preparerà alla vita e ti permetterà di ottenere un lavoro migliore; devi lavorare sodo, impegnarti, rispettare gli orari, scalare le gerarchie per costruirti la tua autonomia e il tuo posto nel mondo; devi seguire le leggi e pagare le tasse perché il sistema pubblico ti aiuterà nei momenti di difficoltà. Per i giovani di oggi questi pilastri non valgono più».

«La scuola non prepara più al futuro, i mestieri su cui spingevamo ora non sono più così richiesti, costruirsi un’autonomia richiede tempi lunghissimi e le istituzioni non funzionano così bene». Ma come s’immagina Riccardo Maggiolo un patto alternativo? «Un datore di lavoro prima di tutto deve chiedere al dipendente di rispettare ruolo e obiettivi. In cambio deve garantirgli reddito sufficiente e relazionarsi bene con lui, inserirlo in un percorso di crescita e farlo sentire parte di una comunità di scopo e di pratica che rema nella stessa direzione. L’aspetto più importante per le imprese, soprattutto piccole e medie, è la relazione. Se ci si comincia a fare la guerra e a non cooperare più, non se ne esce».

Riccardo Maggiolo

Questo è un altro effetto collaterale devastante di una cultura del lavoro come quella che ha imperversato negli ultimi decenni, basata sulla competizione e sull’individualismo. Finché continuiamo a pensare all’ufficio come a un campo di battaglia, dove o vince l’imprenditore o vince il dipendente, o vinco io o vince il mio collega, o vince il venditore o vince il potenziale acquirente, allora continueremo a scontrarci tutti contro tutti. Se invece ci rendiamo conto che un’azienda è sana e sostenibile solo se ciascun elemento sta bene, quindi non solo gli azionisti ma anche i dipendenti, i fornitori, i clienti e l’ambiente esterno, allora è più probabile che la realtà nell’ufficio cambi davvero.

«Quando un manager riesce a creare senso di appartenenza ha vinto, perché le persone hanno bisogno di sentire di appartenere», insiste Riccardo Maggiolo. «Non è facile, ci vuole tempo, ma almeno costa relativamente poco. Il paradosso è che oggi le aziende investono milioni, se non miliardi, sull’intelligenza artificiale e sul marketing digitale, ma i lavoratori sono demotivati e stressati, quindi non producono. Come se si pensasse a comprare la supercar quando ancora non si è presa la patente».

«La maggior parte delle aziende non ci sta ancora investendo seriamente perché ha la percezione che sia una questione secondaria o immodificabile. La realtà è che chi si muove per tempo recupererà competitività nel giro di qualche anno, chi non lo fa trasformerà questo problema nel suo principale centro di costo e verrà buttato fuori dal mercato. La vera innovazione, prima di quella tecnologica, riguarda le persone», conclude Riccardo Maggiolo.