13 Maggio 2026 | Tempo lettura: 6 minuti

La casa non basta più: ecco perché abbiamo bisogno dell’abitare collaborativo

In un dialogo con lo staff dell’associazione sarda RE.COH, Sara Brughitta di Sardegna Oltre fa il punto sulle domande poste dalle nuove esigenze abitative e sui modelli che possono fornire delle risposte.

Autore: Sara Brughitta - Sardegna Oltre
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La casa oggi non sempre è una certezza. Talvolta può assumere la forma di una soglia instabile, un luogo che cambia forma mentre lo abitiamo. Non basta più definirla attraverso le sue stanze in quanto non riescono più a contenere la complessità della vita contemporanea. Dentro la casa si lavora, si cerca concentrazione, si costruiscono relazioni o si sperimenta la loro assenza. Da nido in cui sentirsi al sicuro a un campo di tensione, il passaggio è più labile di quanto sembri.

In un recente contributo di Stefano Gregorini uscito su Sardegna Oltre, si parla della necessità che “l’abitare torni alla sua dimensione primaria”, come condizione stessa del vivere dignitoso. Non un semplice spazio fisico, ma una premessa: qualcosa senza cui il resto – lavoro, relazioni, partecipazione – fatica a esistere davvero. È in questa frattura, tra la concezione di casa che abbiamo ereditato e quella che ci serve oggi, che si apre una domanda: cosa significa abitare insieme? Non condividere per necessità, ma costruire uno spazio che tenga insieme vite diverse. È qui che si inserisce l’esperienza di RE.COH.

La casa che non basta più

Prima ancora di parlare di spazi, bisognerebbe fermarsi a guardare chi quegli spazi li attraversa. Perché la casa non cambia da sola: cambia insieme ai corpi e quindi ai ritmi e alle vite che contiene. «Dipende da chi e come abita la casa», spiegano da RE.COH. E allora l’elenco si allunga: «Una famiglia con figli, una monogenitoriale, una persona singola, uno studente in sede o fuori sede, un lavoratore freelance, un pendolare…». Figure diverse, con tempi sfasati, bisogni disallineati, modi opposti di stare dentro lo stesso perimetro domestico.

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«Tutte queste persone hanno un concetto di casa e di uso dello spazio differente», aggiungono da RE.COH, associazione di promozione sociale che promuove dal 2015 l’abitare collaborativo in Sardegna. Non esiste più un abitante tipo e proprio per questo la casa fatica a contenere tutto. Le biografie si sono moltiplicate per cui le traiettorie si sono fatte irregolari, mentre gli spazi continuano a rispondere a un’idea ormai insufficiente.

Negli ultimi anni questa tensione è diventata evidente poiché «si è accentuato il ruolo ibrido della casa quale spazio di lavoro». Non è un’invenzione nuova, precisano, ma qualcosa che oggi si fa più pressante: «La possibilità di poter lavorare da casa e il nuovo mercato del lavoro richiedono in misura maggiore la presenza di spazi diversi rispetto al classico schema della casa cucina-letto-bagno». Il modello familiare tradizionale, sebbene non sia scomparso, ha perso centralità, per cui non basta più a interpretare il presente. E allora la casa, da struttura stabile, forse dovrebbe divenire struttura aperta.

Recuperare spazi, ricostruire legami

L’abitare collaborativo può sembrare una novità dettata da esigenze contemporanee: case abbandonate, edifici lasciati a marcire lentamente e, parallelamente, un vuoto delle relazioni. Ma «se prendiamo in considerazione una famiglia tipica della tradizione rurale del secolo scorso – ricordano da RE.COH – in casa si svolgevano funzioni simili a quelle contemporanee: non solo dormire e mangiare, ma anche lavorare, trasformare prodotti, accogliere collaboratori, parenti, vicini». La casa allora non era chiusa, era attraversata, già in qualche modo condivisa.

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RE.COH nasce proprio dentro questa consapevolezza: «Nel 2014 abbiamo sentito l’esigenza di dare un plus all’attività professionale legata all’architettura – spiegano – a partire da un lavoro già avviato sul restauro dell’esistente». Poi l’incontro con il cohousing e la scelta di formalizzare questo percorso. Oggi «l’obiettivo principale è quello di recuperare l’architettura esistente trasformandola in spazi abitativi condivisi da comunità collaborative». E qui si innesta una dimensione più ampia, che investe territori come la Sardegna, dove lo spopolamento e la rarefazione sociale hanno lasciato interi paesi sospesi, in cui ricostruire comunità è una necessità.

Non basta condividere: serve intenzione

«Ci sono molti modi per classificare l’abitare collaborativo e tutti partono da una base comune: la condivisione degli spazi». Ma è lì che le strade si separano: «Quello che differenzia le varie forme, dalla semplice coabitazione in un appartamento a una comunità intenzionale, sono l’intenzionalità, la coprogettazione, il livello di condivisione e co-gestione, la durata della convivenza e anche il soggetto promotore».

Da una parte c’è il vivere insieme perché serve, dall’altra il costruire insieme perché si vuole. Non è un processo immediato, anzi: «Ci sono resistenze da parte di chi non conosce i lati positivi dell’abitare collaborativo o di chi preferisce un vivere più individualista». Ma non è solo una questione culturale, spesso il limite è legato a difficoltà di sostenibilità economica dei progetti la mancanza di mezzi.

La possibilità di poter lavorare da casa e il nuovo mercato del lavoro richiedono in misura maggiore la presenza di spazi diversi rispetto al classico schema della casa cucina-letto-bagno

Eppure, quando queste soglie vengono attraversate, accade qualcosa. «Si creano comunità molto motivate e propense alla collaborazione. Non esiste un’equazione assoluta, dipende dalle esigenze del gruppo e nel tempo può mutare». Resta però un principio: «Gli spazi determinano le relazioni che abbiamo in casa». Se lo spazio si restringe, la relazione ha bisogno di aprirsi altrove, ad esempio «in spazi ampi puoi invitare altre persone; se hai spazi privati ridotti, devi avere spazi comuni per dedicarti alle relazioni».

Abitare come questione collettiva

L’abitare collaborativo non è una soluzione universale, ma indica delle possibilità e soprattutto rende esplicito ciò che spesso resta implicito: la casa non è mai stata solo un fatto privato, è anche una questione pubblica. «Le istituzioni dovrebbero occuparsi principalmente del diritto alla casa», non solo garantendo accesso, ma anche sostenendo quei processi che costruiscono comunità, che danno continuità all’abitare come esperienza condivisa.

Le pratiche dell’abitare collaborativo toccano una dimensione politica, perché mettono in discussione l’idea della casa come spazio strettamente confinato. Se l’abitare è la premessa del vivere dignitoso, allora non può essere lasciato alla somma delle soluzioni individuali, ma andrebbe interpretato come un terreno in cui si intrecciano diritti, economie, relazioni. Allora l’abitare collaborativo ci costringe a riconoscere che una casa da sola non basta e che abitare è pur sempre un modo di stare e dunque da interpretare inserito nel contesto e nelle relazioni che ne derivano.

Vuoi approfondire?

Consulta anche la nostra guida all’abitare collaborativo.