Il diritto a restare diventa proposta: PATTOxRESTARE lancia “Sicilia zero disoccupazione”
Sessanta realtà siciliane unite lanciano un modello ispirato a un’esperienza francese per creare lavoro a partire dai bisogni locali e rendere davvero possibile scegliere di restare.
Il 29 aprile scorso è stata presentata a Palermo, alla Sala Rossa dell’Assemblea Regionale Siciliana, la proposta “Sicilia zero disoccupazione” promossa dalla rete PATTOxRESTARE. Si tratta di un programma condiviso di pratiche e obiettivi, costruito a partire dai bisogni concreti dei territori, per avere la possibilità di scegliere di restare nella propria terra senza essere costretti ad andarsene per mancanza di opportunità.
Tre anni fa, quando tutto ebbe inizio con “Questa è la mia terra e io la difendo”, era difficile immaginare di arrivare fin qui. Il festival – organizzato a Campobello di Licata a dieci anni di distanza dalla scomparsa di Giuseppe Gatì e nato come un luogo fisico e simbolico in cui ritrovarsi, confrontarsi e raccontarsi intorno ai temi della “restanza” – ha visto germogliare la rete PATTOxRESTARE grazie a un percorso politico collettivo che unisce sessanta realtà in tutta la Sicilia con un obiettivo chiaro: trasformare il diritto a restare da narrazione romantica a proposta concreta.
All’inizio gli incontri avevano il sapore di una “terapia collettiva”. Si parlava di partenze e ritorni, di scelte obbligate e desiderate, di ciò che mancava e di ciò che si cercava altrove. Restare o andare era un tema profondamente personale. Eppure, proprio quelle che inizialmente erano “solo” mancanze individuali, si sono progressivamente trasformate in istanze collettive. Non più un problema personale, ma strutturale. E quindi politico.

«Abbandonare l’idea del restare come gesto eroico è stato il primo passaggio fondamentale. Non pensare più di “restare perché amo la mia terra a prescindere da tutto”, ma “resto se esistono le condizioni per farlo dignitosamente”. Questa svolta ha trasformato la direzione del percorso. Il restare è diventato una richiesta, una presa di parola collettiva, una rivendicazione di diritti, oltre che un elemento aggregatore tra le diverse realtà che si sono incontrate e conosciute lungo il percorso», racconta Carmelo Traina, uno dei coordinatori della rete.
Come nasce la rete e il manifesto PATTOxRESTARE
L’ultima edizione del festival, la scorsa estate, è stata quindi l’occasione per fare il punto della situazione. Oltre a prendere le distanze da alcune narrazioni che interpretano il diritto a restare con “prima i siciliani” in contrapposizione a tutti gli altri – o con logiche indipendentiste e nostalgiche che inneggiano al “rivogliamo i Borboni” – le realtà coinvolte hanno costruito una grande mappa della Sicilia, indicando la propria posizione sul territorio e quella di altre realtà attive sullo stesso tema, anche se non presenti in quel momento.
Il risultato è stato un documento programmatico, un manifesto fondato su sette principi. Tra questi, due emergono con particolare forza. Il primo è il valore della mobilità. Il diritto a restare infatti non esclude il diritto a partire, è anzi strettamente legato alla possibilità di muoversi. La mobilità è una ricchezza, un elemento che permette alle persone di crescere, arricchirsi e fare esperienza. Oggi però non sempre è possibile rientrare e per coloro che non hanno nemmeno la possibilità di muoversi non ci sono alternative concrete se non restare in modo forzato.
L’altro principio cardine è quello della “cittadinanza di cura”. Chiunque scelga di vivere in Sicilia e assumersi una parte di responsabilità ha pieno diritto di sentirsi e definirsi siciliano o siciliana, indipendentemente dalla provenienza. Le sessanta organizzazioni emerse dalla mappatura hanno scelto di riconoscersi in questa rete e il 15 novembre scorso hanno firmato il manifesto a San Giovanni Gemini.

Anche il simbolo scelto – la carruba, un albero resistente, capace di sopravvivere all’abbandono e oggi in fase di riscoperta – racconta bene l’idea di radicamento e vitalità alla base della rete PATTOxRESTARE. E da novembre è iniziata una nuova fase che contempla un percorso assembleare diffuso, con incontri nei territori per costruire dal basso posizioni e visione e la costruzione di proposte concrete.
Il lavoro come prima urgenza
«Il primo ambito scelto è stato il tema del lavoro a partire da chi non ha possibilità di scelta. Non dai cosiddetti “cervelli in fuga”, ma da chi resta senza alternative. Disoccupati, persone bloccate nei territori, spesso invisibili nel dibattito pubblico», continua Traina. Da qui nasce anche la riflessione critica rispetto alla recente misura regionale sul South Working, un approccio che continua a considerare il lavoro come qualcosa da attrarre dall’esterno invece che da generare localmente.
Al contrario, la proposta del movimento guarda alla capacità dei territori di immaginare e costruire il proprio futuro. Molte progettazioni locali arrivano dall’alto, già predefinite e poco aderenti ai bisogni reali. «L’esempio che facciamo spesso è quello delle piste ciclabili o delle palestre all’aperto realizzate in molti Comuni grazie ai fondi del PNRR. Si tratta di interventi che, pur utili in astratto, spesso non rispondono alle vere urgenze dei territori. Gli stessi fondi, se gestiti in modo più aperto e partecipato, avrebbero potuto generare soluzioni molto più mirate».
Un caso emblematico è emerso durante un incontro a Petralia Sottana durante il quale il sindaco raccontava dell’assenza di un panificio. «In quel contesto, le risorse utilizzate per le palestre avrebbero potuto sostenere l’avvio di un’attività locale, evitando ai cittadini di doversi spostare altrove anche per un bene essenziale come il pane», sottolinea Traina. Per la rete PATTOxRESTARE, invece, serve partire dalla fiducia nella capacità dei territori di generare lavoro autonomamente attraverso la creazione di piccole imprese, attività locali e forme di occupazione radicate nei bisogni reali. Il lavoro, in questa visione, non si importa né si delega, ma si costruisce a partire dal territorio.
L’auspicio è replicare lo stesso approccio in Sicilia con la proposta “Sicilia zero disoccupazione”
Un modello francese adattato alla Sicilia
È a partire da questi presupposti che è iniziata la ricerca di esperienze già esistenti in Europa che rispondessero a queste esigenze. Questo ha permesso di imbattersi nel modello “Territoires Zéro Chômeur de Longue Durée”, avviato in Francia nel 2016 grazie all’iniziativa di un gruppo di associazioni. Nel corso di questo decennio, il modello francese ha sviluppato una struttura molto solida, basata su tre elementi principali. Il primo è la creazione di comitati territoriali che riuniscono amministrazioni, imprese, associazioni e cittadini, permettendo a tutti gli attori locali di contribuire all’individuazione dei bisogni reali del territorio. Il secondo è la capacità, sempre all’interno di questi comitati, di identificare le persone disponibili al lavoro.
Il terzo è la messa in relazione di questi due elementi per dar vita a imprese per l’occupazione territoriale. Il modello francese è sostenuto da un fondo pubblico nazionale – che in Sicilia sarebbe regionale – basato su un principio molto semplice: per lo Stato, il costo di mantenimento per una persona in disoccupazione è sostanzialmente equivalente a quello necessario per sostenerne il salario. Da qui l’idea di investire queste risorse per creare lavoro, finanziando imprese capaci di rispondere a bisogni concreti dei territori, come potrebbe essere, ad esempio, l’apertura di un panificio a Petralia.
Dopo dieci anni di sperimentazione, il modello ha dimostrato la propria efficacia anche in termini economici, tanto da essere trasformato, da gennaio di quest’anno, in legge nazionale in Francia. I numeri sono significativi: 83 imprese create e oltre 4.000 posti di lavoro generati nella fase sperimentale. L’auspicio è replicare lo stesso approccio in Sicilia con la proposta “Sicilia zero disoccupazione”.
Attraverso il coinvolgimento di sociologi ricercatori de La Sapienza di Roma, con esperienze simili nei quartieri di Tor Bella Monaca e Corviale, l’ex ministro per il Sud e la Coesione Sociale, Fabrizio Barca, Giulia Sonzogno, Annibale D’Elia, figura chiave e ideatore del programma “Bollenti Spiriti” della Regione Puglia, e altri ancora, è stata costruita la proposta presentata a Palermo dalla rete PATTOxRESTARE e che immagina una prima fase sperimentale in cinque territori della Sicilia: due aree interne, due quartieri periferici di città metropolitane e una zona in transizione economica, come Gela.

L’obiettivo è avviare una sperimentazione contenuta, con una copertura iniziale di circa un milione e mezzo di euro, capace di generare tra i 150 e i 200 posti di lavoro. Un primo passo necessario per verificare concretamente se anche nel contesto siciliano i dati osservati in Francia possano essere confermati e, solo successivamente, procedere a un’estensione del modello.
«L’esatto contrario della proposta avanzata dalla Regione sul South Working. Se quella misura non porterà ai risultati auspicati, ce ne accorgeremo solo dopo aver speso 54 milioni», sottolinea Carmelo. La presentazione di “Sicilia zero disoccupazione” è stata l’occasione per rilanciare la campagna “Non restiamo senza”. Non solo dati e percentuali, ma anche persone, luoghi e bisogni concreti. Chi partecipa può scattare una foto con un messaggio: “Non restiamo a [luogo] senza [qualcosa]”… spazi verdi, spazi culturali, servizi, lavoro, acqua.
Una strategia tra attivismo e istituzioni
Al momento, il governo regionale rivendica le proprie misure, mentre la rete PATTOxRESTARE porta avanti un lavoro di sensibilizzazione che coinvolge sindaci, sindacati e altri attori territoriali. È in programma un incontro con ANCI per coinvolgere gli amministratori locali sulla possibilità di avere maggiore capacità di intervento e progettazione nei propri territori. Un obiettivo che, secondo il gruppo, non è garantito da misure come quella regionale che non intervengono direttamente a sostegno dei lavoratori, ma destinano risorse alle imprese, senza assicurare che questi benefici si traducano effettivamente in condizioni migliori per chi lavora.










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