Cammini e accessibilità: cosa serve sapere prima di mettersi in viaggio
Guide, tempo, motivazione. Ne parliamo con Pietro Scidurlo, fondatore di Free Wheels ed esperto di accessibilità lungo i cammini.
Il Cammino di Santiago è lungo circa 800 chilometri. Trent’anni fa, l’idea che potesse percorrerlo anche una persona in sedia a rotelle sarebbe sembrata, nel migliore dei casi, ingenua. Oggi sappiamo, grazie a Pietro Scidurlo, presidente e co-fondatore di Free Wheels e autore di guide sui cammini accessibili per Terre di mezzo e Club Alpino Italiano (CAI), che non è così e non lo era nemmeno allora. Dopo averlo percorso in prima persona e dopo anni passati a mapparlo metro per metro per rendere quell’esperienza possibile ad altri, la sua conclusione è sorprendente: più del 50% del Cammino Francese era già accessibile. Semplicemente, non lo sapevamo.
Quando Free Wheels nacque, nel 2012, l’accessibilità sui cammini italiani è ancora una questione quasi invisibile. Pietro Scidurlo, classe 1978, fonda l’organizzazione proprio dopo aver percorso il Cammino di Santiago in handbike, con il sogno di rendere l’esperienza del cammino a misura di tutti. Nel corso degli anni ha mappato itinerari in tutta Europa, scritto guide, collaborato con Terre di mezzo e con il CAI contribuito a costruire un approccio all’accessibilità che parte da un’idea semplice: i cammini non vanno riprogettati per qualcuno. Vanno studiati, raccontati e resi visibili per tutti. Lo abbiamo intervistato per capire da dove si comincia, se si vuole mettersi in cammino con bisogni specifici di accessibilità.

Da dove si comincia?
La prima risposta che Pietro Scidurlo dà a chi vuole mettersi in cammino per la prima volta non è tecnica, ma ha a che fare con la motivazione: «Mettete la voglia di vivere l’esperienza davanti a ogni cosa. Il cammino dà tantissimo, ma chiede anche tanto. La prima domanda che dobbiamo farci è: fino a che punto siamo pronti a mettere l’esperienza davanti alle difficoltà?». Perché il cammino, avverte Scidurlo, non ti dà necessariamente ciò che vuoi. Ti dà ciò di cui hai più bisogno.
Un consiglio più pratico è invece quello di acquistare una guida. Avere fra le mani un oggetto fisico, anche imperfetto, anche non pensato esattamente per le proprie esigenze, riduce la distanza tra il sogno e la partenza. «Oggi esistono guide dedicate anche all’accessibilità. Se non esiste una guida accessibile per il percorso scelto, va bene anche una guida che sia il più possibile vicina al nostro modo di interpretare quel cammino». Ogni cammino ha le sue caratteristiche, le sue difficoltà, il suo pubblico. Trovare quello più adatto alle proprie esigenze è già parte del viaggio.
Vuoi approfondire?
Sul sito di Terre di mezzo è possibile acquistare guide anche per persone con bisogni specifici di accessibilità. Ad esempio quelle guide scritte da Pietro Scidurlo.
Il tempo
Il secondo fattore, sovente sottovalutato, è il tempo. «Spesso le persone vengono da me e mi chiedono: “Farò fatica?”. Io rispondo: “Per quanto tempo sei pronto a dedicarti a quell’esperienza?”». Un esempio classico è proprio il Cammino Francese. «Da Saint-Jean-Pied-de-Port a Santiago sono circa 820 chilometri, almeno trenta giorni di cammino. Per chi ha esigenze di accessibilità, con la preparazione, la partenza e il rientro, si arriva facilmente a quaranta giorni. La prima domanda è: abbiamo quaranta giorni? Riusciamo a mettere in stand-by casa, famiglia, amore, lavoro?».
Il fattore tempo è quindi un ottimo indicatore per guidarci verso percorsi adatti alle nostre esigenze. Esistono cammini più corti, più vicini, altrettanto significativi. Scidurlo cita la Strada delle Abbazie, un anello di circa 120 chilometri a sud di Milano, completamente pianeggiante, proposto da Terre di mezzo e alla cui tracciatura ha partecipato anche l’intervistato: un percorso pensato fin dall’inizio con l’accessibilità come criterio, non come adattamento successivo. La logica è la stessa del Cammino di Santiago – studiare il territorio, mapparlo, raccontarlo – applicata a una scala più accessibile anche in termini di tempo. Perché il cammino più adatto non è necessariamente il più lungo o il più famoso. È quello per cui si riesce davvero a partire.
Affidarsi o partire in autonomia?
Organizzare un cammino, per chi ha esigenze di accessibilità, può richiedere un lavoro di preparazione più lungo e più dettagliato. Non basta scegliere il percorso: bisogna conoscere le strutture ricettive accessibili tappa per tappa, sapere dove trovare determinati servizi, anticipare le esigenze logistiche che sul posto potrebbero non avere soluzione facile. Scidurlo fa un esempio concreto: trovare una camera d’aria da 24 pollici per una sedia a ruote in Spagna è quasi impossibile. Chi non lo sa in anticipo, si trova in difficoltà.

Anche per questo esistono realtà come Free Wheels, che hanno sviluppato nel tempo una competenza specifica su tracciatura e mappatura. La tracciatura è rilevare un percorso, capire dove passare, dove mettere i piedi o le ruote. La mappatura è qualcosa di più ampio: conoscere le informazioni di accessibilità di tutto ciò che il territorio offre, dalla fontanella all’ambulatorio, dal supermercato al negozio di articoli sportivi.
Detto questo, affidarsi a qualcuno non è l’unica strada. «Il cammino non ti dà ciò che vuoi, ma ciò di cui hai più bisogno», torna a ripetere Scidurlo. Anche partire in modo più autonomo, con meno certezze, è una scelta legittima. Sul cammino, ci racconta, esiste una solidarietà tra pellegrini che non ha niente a che fare con il pietismo o l’assistenzialismo: è una relazione tra pari, che nasce dalla condivisione dello stesso percorso e delle stesse fatiche. È qualcosa che nessuna guida e nessuna mappatura può garantire in anticipo, ma che il cammino quasi sempre offre.
I cammini non vanno riprogettati per qualcuno. Vanno studiati, raccontati e resi visibili per tutti
Una questione di termini (e di immaginario)
L’obiettivo di Free Wheels, fin dal principio, non è stato costruire percorsi paralleli o versioni semplificate per chi ha esigenze specifiche, ma studiare i cammini esistenti, mapparli con precisione e mostrare quello che è già accessibile. Ma accessibile per chi, esattamente? È qui che Scidurlo allarga la visuale. «Sono convinto che su una platea di cinquanta persone ci siano cinquanta persone con una propria esigenza di accessibilità. Ognuno ha la sua».
L’accessibilità insomma non riguarda solo chi usa una sedia a ruote o vive una condizione di disabilità riconosciuta. Riguarda la mamma che cammina con un passeggino, chi viaggia con un animale, chi è diabetico, chi è celiaco, chi ha un ginocchio malandato o una schiena che ogni tanto si fa sentire. Chiunque, in certi contesti, può trovarsi a fare i conti con un ostacolo che un percorso mal studiato trasforma in barriera.
Questo allargamento di sguardo ha conseguenze concrete su come si progetta e si racconta un cammino. Non si tratta di aggiungere una corsia preferenziale per qualcuno, ma di pensare fin dall’inizio a un pubblico più vasto e più vario. E cambia anche il linguaggio: il focus si sposta dal “problema della disabilità” a “l’opportunità dell’accessibilità”. «Nel momento – commenta – in cui riusciamo a fare questo scatto, abbiamo già fatto il 49% del lavoro».

Non a caso, nel manuale Escursionismo e accessibilità, pubblicato con il CAI e Terre di mezzo, Scidurlo ha insistito perché in fondo al volume ci fosse un glossario con le parole più corrette da usare, quelle da evitare, termini ormai obsoleti o offensivi. «Se un articolo raggiunge mille persone con una terminologia sbagliata, quell’errore si moltiplica», spiega. Questo lavoro era già stato avviato e pubblicato dall’Ordine dei Giornalisti, ma gli autori del manuale hanno voluto, partendo da quel glossario già presente, ampliarlo e declinarlo sul mondo dell’outdoor, in modo da coinvolgere nella definizione del linguaggio il pubblico che vive questo tipo di esperienze e allargare la platea di chi desidera imparare a esprimersi correttamente quando si parla di accessibilità.
Prima di salutarci, Pietro ci regala un aneddoto su come proprio i cammini gli abbiano insegnato a uscire da etichette e stereotipi. Durante il suo primo Cammino di Santiago incontrò Jérôme, ragazzo francese. «A tavola mi chiese di fargli da interprete. Per me fu una scoperta pazzesca. Era il mio primo Cammino, ero giovane e molto acerbo da questo punto di vista. Capire che io, persona con disabilità, non ero per forza quella che doveva essere aiutata, ma potevo aiutare qualcun altro, è stato un grandissimo dono del Cammino. Una presa di consapevolezza enorme».
Questo articolo rientra nella campagna di comunicazione legata al progetto “Io non lascio tracce – Benessere in Movimento Lento”, finanziato da Compagnia di San Paolo sul Bando Sportivi Per Natura.









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