8 Giugno 2026 | Tempo lettura: 8 minuti

E se la malattia non fosse solo qualcosa da eliminare? Dialogo con Stefano Berlini

Una conversazione con Stefano Berlini per ripensare il significato della malattia, non solo come disturbo da eliminare, ma come segnale del corpo dentro una storia fatta di relazioni, ambiente, stress e stile di vita.

Autore: Emanuela Sabidussi
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Quando parliamo di malattia, spesso pensiamo a qualcosa che interrompe il normale corso della vita. Un ostacolo, una perdita di funzione, un problema da risolvere il prima possibile per tornare a fare ciò che facevamo prima: lavorare, produrre, occuparci degli altri, rispettare scadenze, stare dentro il ritmo ordinario delle giornate. Ma cosa accade se proviamo, almeno per un momento, a cambiare sguardo? Se invece di considerare la malattia solo come un nemico da combattere, provassimo a chiederci che cosa sta tentando di dirci il corpo? E se il sintomo non riguardasse soltanto l’individuo che lo manifesta, ma anche l’ambiente, le relazioni, il tempo storico, il sistema sociale in cui quella persona vive?

Sono domande delicate, che meritano uno sguardo ampio e attento. Le ho rivolte a Stefano Berlini, autore di progetti di divulgazione scientifica e docente presso la Fattoria dell’Autosufficienza, il cui approccio invita a leggere la salute come un intreccio tra corpo, vita, relazioni e contesto. Nel suo pensiero, la malattia non è un evento isolato, ma qualcosa che emerge dentro una storia: per questo ogni sintomo può diventare anche un’occasione per ascoltare più in profondità ciò che il corpo sta cercando di comunicare.

La malattia come processo complesso

Per Berlini, il primo punto da rimettere in discussione è proprio l’idea stessa di malattia. Nella società contemporanea – spiega – abbiamo costruito un sistema che tende a considerarla soprattutto come una perdita di funzione: qualcosa che va debellato per permettere alla persona di rientrare nella “macchina sociale”. Eppure, osservando il corpo da una prospettiva biologica, fisiologica e olistica, la malattia può apparire anche in un altro modo. Berlini la definisce «uno stato, una condizione di guarigione molto particolare». Finché il corpo riesce a compensare stress, fatiche e squilibri, si regola attraverso i propri meccanismi di omeostasi.

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Ma quando la richiesta supera per troppo tempo la capacità di gestione, il corpo avvia un processo più profondo: «Noi chiamiamo malattia quel momento in cui il corpo per fare qualcosa di più complesso deve toglierti delle funzioni, deve inabilitarti», afferma Berlini. In questa visione la perdita di energia, la stanchezza, la riduzione delle capacità non sarebbero solo un fallimento del corpo, ma anche un modo con cui il corpo prova a concentrare le proprie risorse su qualcosa che richiede attenzione. È una prospettiva che non consola facilmente, né semplifica. Al contrario, obbliga a chiedersi: che cosa sta cercando di fare il corpo quando non riesce più a sostenere ciò che gli chiediamo?

Il corpo non è separato dalla storia

Uno degli aspetti più forti del pensiero di Berlini riguarda l’impossibilità di separare corpo, biografia, relazioni e ambiente. Alla domanda su quanto la malattia appartenga al corpo e quanto invece alla storia personale, allo stile di vita o alle relazioni, risponde in modo netto: «Credo sia in realtà impossibile dividere quanto la malattia appartiene al corpo e quanto la malattia appartiene alla storia, allo stile, alle relazioni, perché il corpo è la storia di vita, le relazioni e il contesto».

Il corpo, in questa lettura, non è una macchina chiusa. Respira un’aria condivisa, modula ormoni sulla base dei ricordi, reagisce a come ci percepiamo e a come ci sentiamo guardati dagli altri. Non esiste, dice Berlini, «un frame che contiene la biologia e un frame che contiene il resto». Questa affermazione apre una domanda radicale: se il corpo è anche relazione, contesto, memoria, appartenenza, possiamo davvero pensare alla salute solo come a una questione individuale?

La malattia diventa una soglia, un punto in cui il corpo interrompe la continuità della vita ordinaria e ci costringe a guardare

Il sintomo come segnale, non solo come disturbo

Berlini non demonizza la medicina che cerca di eliminare il sintomo. Anzi, riconosce che questa tendenza è coerente con il periodo storico in cui viviamo. In una società fondata sulla produttività, la reattività e la performance, è comprensibile che il corpo venga trattato come un ingranaggio da rimettere in funzione. Ma se immaginiamo la vita non solo come produttività, allora il sintomo può assumere un valore diverso. «Il sintomo meriterebbe uno sguardo più onesto», dice Berlini.

Per spiegarlo usa un’immagine semplice: in una stanza con venti persone, se aumentano polveri sottili o sostanze allergeniche, forse solo la persona con asma inizierà subito a manifestare sintomi. Ma quelle sostanze agiranno comunque anche sugli altri corpi. Chi manifesta il sintomo quindi potrebbe essere semplicemente il primo ad accorgersi di un cambiamento potenzialmente pericoloso.

Da qui una delle sue frasi più significative: «I sintomi quasi mai riguardano esclusivamente l’individuo che li manifesta». Il sintomo, in questa prospettiva, non è solo qualcosa da chiudere dentro la storia personale di chi lo porta. Può raccontare anche un funzionamento collettivo, una condizione ambientale, una qualità del cibo, dell’aria, dello stress, delle relazioni. «Il sintomo è molto spesso la manifestazione del talento del portatore», afferma Berlini. Una frase forte, che non va letta come idealizzazione della sofferenza, ma come invito a riconoscere che alcune sensibilità individuali possono segnalare prima di altre qualcosa che riguarda tutti.

Stress, trauma e stile di vita

Un altro punto centrale riguarda lo stress. Secondo Berlini, la medicina contemporanea ha già compreso molto del legame tra stress, infiammazione, sistema nervoso autonomo e patologie. Il problema oggi non sarebbe tanto ignorare questo legame, quanto sentirsi quasi paralizzati davanti alla sua portata. «La medicina ha scoperto quanto esercizio fisico, quanto nutrizione, quanto igiene del sonno, gestione dello stress, siano i fondamenti di ogni tipo di salute», afferma.

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Il punto allora diventa un altro: come trasformare davvero i contesti che generano stress? Come ripensare il lavoro, le relazioni, i sistemi familiari, la produzione del cibo, l’organizzazione della vita quotidiana? Per Berlini non basta rallentare gli effetti dello stress. Serve interrogarsi sulle condizioni che lo producono: «Dobbiamo rispettarlo, onorarlo e ricostruire una vita in cui noi non distruggiamo noi stessi», dice parlando del corpo e della natura. Una vita in cui relazioni, incontri e stili di vita non siano tossici, ma capaci di sostenere le nostre funzionalità.

Il rischio di colpevolizzare chi sta male

Quando si parla di salute, prevenzione e stile di vita, il rischio è sempre quello di scivolare nella colpevolizzazione della persona malata. È un punto delicatissimo. Berlini non lo evita, ma lo affronta da una prospettiva scomoda. Viviamo, dice, in una società che ha normalizzato molte forme di autolesionismo chiamandole piacere: alimentazione squilibrata, eccessi, sigarette, ritmi forzati, sport usato solo per scaricare tensione, abitudini tossiche accettate come normali. Dentro questo contesto, può accadere che una persona, quando si ammala, si chieda: dov’ero? Perché sono stata così distante da me stessa? Quanto ho ignorato i miei bisogni?

Per Berlini questa fase può esistere, ma deve essere breve e orientata. «Penso che il senso di colpa semplicemente sia da restringere il più possibile alla fase 1», afferma. Non deve diventare condanna, identità, peso ulteriore. Deve piuttosto trasformarsi in onestà, in presa d’atto, in ripartenza. È una distinzione importante: assumersi responsabilità non significa pensare che tutto dipenda da noi. Significa riconoscere dove possiamo tornare presenti, senza dimenticare che ogni corpo vive dentro condizioni sociali, ambientali, economiche e transgenerazionali molto più grandi della volontà individuale.

Una malattia che nasce prima di noi

Berlini invita infatti a non cadere in interpretazioni semplicistiche. Non ogni sintomo può essere tradotto in una causa psicologica immediata. Non ogni malattia può essere letta come conseguenza diretta di un comportamento individuale. «Il viaggio della malattia è qualcosa di così più grande di noi, di così più vasto di noi», dice. La malattia, secondo lui, non parla solo dello squilibrio del presente, ma anche di genealogie, traumi, scelte di vita familiari, contesti storici, esposizioni ambientali.

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Da qui una frase molto chiara: «La malattia nasce prima di noi, finisce dopo di noi». Per questo, ridurre tutto al singolo individuo sarebbe non solo ingiusto, ma anche poco intelligente. Il corpo porta tracce che non sempre abbiamo scelto. Porta epoche, ambienti, materiali, guerre, alimentazioni, paure, condizioni sociali. La salute allora non è purezza né controllo assoluto. È adattamento continuo. È imparare a vivere nell’epoca in cui siamo, con il corpo che abbiamo, dentro un mondo che non sempre è favorevole alla vita.

Che cosa ci sta chiedendo il corpo?

Il pensiero di Stefano Berlini può risultare scomodo perché sposta la malattia fuori dal recinto in cui spesso la collochiamo. Non più solo un problema individuale, non più solo un guasto del corpo, non più solo un sintomo da silenziare il più rapidamente possibile. La malattia, in questa prospettiva, diventa una soglia. Un punto in cui il corpo interrompe la continuità della vita ordinaria e ci costringe a guardare. Guardare come viviamo, cosa mangiamo, come dormiamo, che relazioni abitiamo, quali stress consideriamo normali, quali segnali abbiamo ignorato troppo a lungo.

Non significa romanticizzare la malattia, né negare la sofferenza di chi la attraversa. Significa forse restituire al corpo una voce. E chiederci, con più umiltà, se la salute non sia soltanto assenza di sintomi, ma capacità di vivere in relazione più onesta con noi stessi, con gli altri e con il mondo che ci sostiene. Forse la domanda più importante non è soltanto: come faccio a guarire in fretta? Ma anche: che cosa, nella mia vita e nella nostra società, ha bisogno di essere ascoltato prima che il corpo sia costretto a parlare più forte?