L’Italia è diventata una nazione forestale. Ma cosa vuole fare dei suoi boschi?
Il rapporto “Foreste in Comune” mostra un’Italia in cui le foreste coprono oltre un terzo del territorio nazionale. Una crescita che oggi chiede una scelta: lasciare i boschi sullo sfondo o farne una politica territoriale.
In breve
In breve
I boschi italiani coprono ormai oltre un terzo del territorio nazionale, ma la loro crescita non è automaticamente una buona notizia.
- Il rapporto “Foreste in Comune” mostra che gli ecosistemi forestali coprono il 36,4% dell’Italia, quasi 11 milioni di ettari.
- Dal 2020 la superficie forestale ha superato la superficie agricola utilizzata.
- Gran parte dei boschi italiani si concentra nei comuni montani, spesso piccoli e con poche risorse tecniche.
- L’aumento dei boschi è legato anche all’abbandono agricolo, allo spopolamento e alla crisi delle economie rurali.
- Conoscere, pianificare e gestire il patrimonio forestale è decisivo per prevenire incendi, dissesto e fragilità territoriali.
- Strumenti come SINFor e Carta Forestale d’Italia possono aiutare a costruire politiche forestali non solo emergenziali.
L’Italia è diventata una nazione forestale quasi senza accorgersene. Secondo “Foreste in Comune”, rapporto realizzato da Programme for the Endorsement of Forest Certification (PEFC) Italia con Unione Nazionale Comuni Comunità Enti Montani (UNCEM) e Legambiente, gli ecosistemi forestali coprono il 36,4% del territorio nazionale, quasi 11 milioni di ettari. Dal 2020 hanno superato la superficie agricola utilizzata. Il dato è forte, ma da solo rischia di essere fuorviante. La crescita dei boschi italiani non racconta soltanto una rinascita ecologica. Racconta anche l’abbandono di pascoli e colture marginali, lo spopolamento di molte aree montane, la crisi di economie rurali che hanno tenuto insieme comunità, attività agricole e paesaggio.
Marco Bussone, presidente di PEFC Italia e UNCEM, lo sintetizza così: «L’Italia è un Paese forestale che non sa di esserlo». Per decenni le foreste sono rimaste un tema laterale nelle politiche pubbliche. Fino al 2018 la legge forestale di riferimento era ancora quella del 1923; solo negli ultimi anni sono arrivati il Testo unico sulle foreste e la Strategia forestale nazionale. Antonio Brunori, segretario generale di PEFC Italia, parte dallo stesso punto: «Sembra incredibile, ma ancora non abbiamo sufficiente contezza del nostro patrimonio forestale nazionale, nel suo complesso». Le competenze sono regionali e non tutte le Regioni hanno dati completi su estensione, proprietà, gestione, abbandono, stato di salute e prelievo di legname.

Una mappa comunale dei boschi italiani
La novità di “Foreste in Comune” è portare la fotografia dei boschi alla scala dei Comuni. Il rapporto sovrappone la Carta Forestale d’Italia ai confini amministrativi comunali e introduce l’Indice di Boscosità, cioè il rapporto tra superficie forestale e superficie totale di un Comune. Per Brunori questo indicatore è «una lente aggiuntiva» rispetto alla semplice estensione dei boschi. Permette di capire non solo dove le foreste ci sono, ma quanto pesano nella vita reale di un territorio.
In 495 Comuni italiani, dove vive appena l’1% della popolazione nazionale, l’Indice di Boscosità supera l’80%. Nei 3.596 Comuni montani, che rappresentano il 47,8% della superficie nazionale e ospitano il 13,5% della popolazione, si concentra il 75,7% della superficie forestale italiana. All’opposto, in circa metà dei Comuni italiani, soprattutto di pianura, l’indice è inferiore al 20%: qui vive oltre due terzi della popolazione, ma si trova meno del 10% delle foreste.
La mappa dei boschi è quindi anche una mappa della popolazione e della fragilità territoriale. Gran parte del patrimonio forestale italiano è custodito da Comuni montani e piccoli Comuni, spesso con meno risorse tecniche ed economiche. Ma alta boscosità non significa sempre declino: Brunori sottolinea che diversi Comuni fortemente forestali mostrano nuove dinamiche di attrattività sociale ed economica.
Più boschi non significa automaticamente meglio
Il punto più interessante del rapporto è il rifiuto di una lettura semplice. Più boschi non significa automaticamente più cura del territorio. E meno agricoltura non significa automaticamente più ecosistemi in salute. Brunori lo dice chiaramente: non si può sintetizzare tutto con “bene” o “male”. L’espansione del bosco è legata in larga parte all’abbandono delle pratiche agricole e pastorali collinari e montane, un processo in corso dagli anni Cinquanta. Il bosco avanza dove si ritirano pascoli, colture, mestieri e manutenzione quotidiana dei versanti.

Bussone da questo punto di vista è ancora più netto. Non perché il bosco sia un problema, ma perché un bosco cresciuto nell’abbandono, non pianificato e non gestito, può diventare più fragile. Può essere più esposto a incendi di grande dimensione, frane e dissesti. «Il problema non è tanto l’aumento – precisa Bussone – il problema è come governiamo certi processi».
Il punto è questo: molti boschi sono cresciuti perché si sono ritirati pascoli, colture, lavori sui versanti e presenza umana. Se quel ritorno del bosco non viene conosciuto e governato, resta un processo subito, non una scelta territoriale. Un bosco pianificato non è per forza un bosco da tagliare. Pianificare significa sapere cosa proteggere, cosa lasciare a evoluzione libera, dove intervenire, quali funzioni ecologiche e sociali tutelare. Brunori aggiunge che la pianificazione da sola non basta: dopo il piano, dice, «si deve andare in bosco e iniziare a gestire».
Conoscere i boschi per uscire dall’emergenza
Per governare i boschi italiani bisogna prima conoscerli. Raoul Romano, direttore del Centro di ricerca Foreste e Legno del Consiglio per la ricerca in agricoltura e l’analisi dell’economia agraria (CREA), invita a guardare questo tema da una prospettiva storica. Per secoli la penisola italiana è stata una società agro-silvo-pastorale: il bosco era parte dell’economia locale, della cultura e degli equilibri ecologici.
In poche generazioni però questo rapporto si è spezzato. Il bosco è passato da risorsa indispensabile per molte comunità a qualcosa di marginale o, all’opposto, quasi intoccabile. Romano osserva che parole come sostenibilità, biodiversità e servizi ecosistemici hanno radici antiche nelle pratiche di gestione e cura del territorio.

È qui che entrano in gioco il Sistema Informativo Nazionale delle Foreste e delle filiere forestali (SINFor) e la Carta Forestale d’Italia. Non sono semplici banche dati: sono strumenti per costruire politiche pubbliche non emergenziali. «Per il nostro Paese conoscere oggi il patrimonio forestale significa ricollegarci alla nostra storia», spiega Romano. Negli ultimi decenni, la mancanza di dati aggiornati e omogenei ha fatto sì che le foreste entrassero nel dibattito pubblico soprattutto quando bruciano, franano o vengono colpite da tempeste.
SINFor prova invece a costruire una base conoscitiva stabile, armonizzando fonti, cartografie e rilevazioni diverse. La Carta Forestale d’Italia è la prima dopo quella del 1936. Il rischio, avverte Romano, è che questo lavoro resti fragile. Senza finanziamenti ordinari e continuità istituzionale, SINFor e Carta Forestale potrebbero restare strumenti sperimentali, proprio mentre servirebbero per programmare interventi di lungo periodo.
Chi governa questa infrastruttura verde?
Se le foreste coprono oltre un terzo del territorio nazionale, non sono un margine, sono una grande infrastruttura ecologica del Paese. Producono servizi ecosistemici, contribuiscono alla tutela del suolo, alla regolazione climatica, all’assorbimento di CO₂ e alla biodiversità. Ma questi benefici richiedono cura, competenze, lavoro e visione. Bussone insiste su un punto concreto: la gestione forestale può generare lavoro qualificato che resta nei territori. Oggi, ricorda, il lavoro in bosco non è più solo fatica e motosega. Ci sono droni, teleferiche, macchinari evoluti. C’è anche un dato semplice: chi lavora nei boschi vive spesso nei territori montani e contribuisce a mantenerli abitati.
Ma nessun Comune può affrontare da solo una questione di questa scala. La pianificazione forestale non può fermarsi ai confini amministrativi. Secondo Bussone, «le questioni ecologiche non si affrontano nel municipalismo e nel campanilismo». La scala giusta è quella della valle, dei territori, delle comunità più ampie. Il passaggio dai dati alle scelte, però, non avviene da solo. Servono strategie forestali regionali, leggi aggiornate, investimenti e collaborazione tra comuni, parchi, demani, aree montane e città. Bussone lo riassume con una frase netta: «Non mi serve la best practice. Mi serve la politica».

Anche Brunori guarda ai prossimi passi in questa direzione. Dopo la prima fotografia, sarà necessario incrociare i dati con aumento delle temperature, consumo di suolo, aree protette e superfici effettivamente gestite. «Vogliamo capire per responsabilizzare», dice. Sapere dove sono i boschi e quali funzioni svolgono è il primo passo per decidere che cosa farne.
Una scelta ancora aperta
“Foreste in Comune” non chiude il discorso: lo apre. Mostra che l’Italia forestale esiste già, ma non è ancora diventata pienamente una questione pubblica. I boschi italiani possono essere il segno dell’abbandono o una leva di rigenerazione; possono aumentare la fragilità dei territori o rafforzarne la resilienza. La differenza non la farà la retorica del verde, né l’idea opposta che ogni gestione sia una minaccia. La differenza la farà la capacità di trasformare la conoscenza in responsabilità pubblica.
I dati servono se diventano pianificazione, la pianificazione serve se diventa gestione, la gestione serve se tiene insieme ecosistemi, comunità e territori. Altrimenti il patrimonio forestale resta lì: enorme, evocato spesso, governato poco. L’Italia è diventata una nazione forestale quasi senza accorgersene. Ora deve decidere se continuare a guardare i boschi come un paesaggio di sfondo o considerarli per quello che sono: una parte decisiva del suo futuro.
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Leggi il rapporto completo.









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