Crescere non è espandersi: la differenza che decide se un’attività regge nel tempo
Una riflessione ispirata alla natura sulle differenze fra due concetti che nel mondo lavorativo e imprenditoriale ricorrono spesso: crescere ed espandersi.
Marta non esiste. O meglio: esiste in almeno una decina di versioni diverse che ho incontrato in questi anni di lavoro e per raccontarla ho fatto una cosa sola: le ho dato un nome. Marta ha un birrificio artigianale in Trentino. Otto anni di lavoro, una sala di cottura, quattro birre in gamma, il bancone aperto il venerdì sera. Non è famosa. Ma chi la conosce torna e torna per un motivo preciso: sa cosa viene offerto e ne riconosce il valore.
Poi arriva l’occasione. Un distributore regionale le propone di portare le sue birre in un centinaio di locali tra Trentino e Veneto. Marta ci mette poco a decidere: e chi direbbe di no? Triplica la produzione, affitta un capannone più grande, assume due persone. Un anno dopo il fatturato è raddoppiato. La storia a questo punto dovrebbe finire bene. Invece per reggere i volumi Marta ha dovuto tagliare da qualche parte e ha tagliato dove il taglio non si vede subito: le fermentazioni lunghe si accorciano, gli esperimenti si fermano, le ricette si standardizzano. La birra che l’ha resa nota adesso esce un po’ diversa.
Qualche cliente storico se ne accorge e glielo dice. Le due persone assunte mandano avanti la produzione, ma nessuna delle due ha il tempo – né, a dirla tutta, il mandato – di occuparsi della qualità come faceva lei. E lei intanto passa le giornate al telefono con il distributore, tra pallet e piani di consegna, sempre più lontana dalla sala di cottura dove tutto era cominciato. Un anno dopo, parlandone con un’amica, lo riassume in una frase che una delle tante Marte reali mi ha detto davvero, più o meno con queste parole: “Ho un birrificio più grande, ma non sono sicura di avere ancora un birrificio mio“.

Due parole che usiamo come sinonimi e non lo sono
In ecologia questa distinzione è netta. Nel linguaggio di tutti i giorni no. Espandersi si misura in superficie: più punti vendita, più clienti, più fatturato. La struttura interna, quella che tiene insieme il sistema e ne garantisce la qualità, può restare identica o perfino indebolirsi, mentre la superficie si allarga. E nessuno se ne accorge, perché la superficie è l’unica cosa che si vede.
Crescere è un’altra faccenda: più lenta e molto meno fotogenica. Crescere significa aumentare la capacità di reggere il proprio peso. Una pianta che cresce sviluppa radici proporzionate alla chioma; una pianta che si allarga senza radici si spezza al primo vento forte. Il problema, per chi gestisce una piccola attività, è che l’espansione si misura con facilità e la crescita quasi per niente. Il fatturato sta comodo in una tabella, in un post, in una slide da portare in banca. La tenuta della struttura – la qualità che regge sotto pressione, le persone che non si consumano, la fondatrice che riconosce ancora quello che ha costruito – non compare in nessun rendiconto.
Così chi decide – che sia un socio, una banca, un distributore o la persona stessa – finisce per gli unici numeri sul tavolo: quelli dell’espansione. Il risultato lo conosciamo: tante piccole attività italiane con una superficie sempre più ampia appoggiata su una struttura rimasta quella di prima. Quando la pressione aumenta, qualcosa cede: a volte la qualità, a volte le persone. A volte chi ha fondato l’attività, che un giorno alza la testa e non la riconosce più.
Il terzo settore lo sa. O dovrebbe
Questo meccanismo non riguarda solo le imprese. Nelle organizzazioni non profit e nelle cooperative sociali è, se possibile, ancora più feroce, perché lì la pressione a “dimostrare impatto” spinge verso l’espansione quasi per statuto: più beneficiari, più progetti, più territorio coperto. Sono i numeri che chiedono i bandi, i rendiconti, i finanziatori. Ma una realtà che vince sei bandi in tre anni e apre quattro sedi nuove non sta necessariamente crescendo.

Se l’ottanta per cento delle entrate dipende da finanziamenti a progetto, se non esiste una riserva operativa, se le persone che reggono il lavoro cambiano ogni anno perché il ritmo non si può sostenere, quella realtà si è espansa. Punto. E il momento in cui la differenza diventa visibile è sempre lo stesso: il primo rinnovo importante che non arriva. Tutto quello che si reggeva sulla superficie comincia a vacillare e da lì in poi si va a vedere di cosa era fatta la struttura.
La domanda da farsi prima di dire sì
Prima di accettare la prossima occasione – un distributore, un bando, un mercato nuovo – vale la pena fermarsi su una domanda sola: questa cosa rinforza la struttura che ho già o si limita ad allargarne la superficie? Non è una domanda che va contro l’ambizione. Serve a distinguere un’opportunità vera da un’espansione che tra due anni costringerà a tornare indietro, quando tornare indietro sarà molto più costoso di adesso.
Marta, alla fine, una scelta l’ha fatta. Ha ridotto i locali serviti, si è ripresa alcune ricette, ha smesso di inseguire il volume e ha ricominciato a scegliere. Il suo birrificio oggi è più piccolo di quello che era diventato per un anno. Ma è di nuovo, dice lei, un birrificio che riconosce. Ecco, crescere a volte è esattamente questo: sapere quanto spazio occupare e difenderlo.











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