Ecoansia: quando la crisi entra nella quotidianità
L’ecoansia è il momento in cui la crisi climatica smette di essere un dato lontano e comincia a entrare nelle scelte, nei pensieri, nelle relazioni, nel corpo.
C’è un momento in cui la crisi ambientale smette di essere un grafico sull’aumento delle temperature, una fotografia di un ghiacciaio che arretra o il bollettino di un’alluvione e diventa qualcosa che entra nella vita quotidiana, nelle conversazioni con gli amici o nelle domande dei figli e soprattutto nella improvvisa fatica nell’immaginare il futuro. È proprio qui che si rende visibile quella che tecnicamente viene definita ecoansia.
Una parola sempre più usata, a volte con fastidio, come se fosse l’ennesima etichetta generazionale, ma che in realtà descrive qualcosa di molto concreto: l’insieme di preoccupazioni, paure, senso di impotenza, rabbia, tristezza e spaesamento che possono emergere di fronte alla realizzazione dell’entità della crisi climatica ed ecologica in corso. L’ecoansia, che è definita “una paura cronica del collasso ambientale” dall’American Psychological Association, nasce come risposta emotiva comprensibile a una minaccia reale e diventa problematica quando interferisce con il sonno, la concentrazione, le relazioni o le attività quotidiane.
Ciò che è bene realizzare infatti è che la crisi climatica colpisce non solo infrastrutture, ecosistemi ed economie, ma anche il benessere psicologico. Si tratta di una tema tanto importante e attuale che l’Organizzazione Mondiale della Sanità pochi anni fa ha dedicato un policy brief specifico agli impatti del cambiamento climatico sulla salute mentale, sottolineando come la crisi climatica aggravi molti fattori di rischio sociali, ambientali ed economici per la salute mentale e il benessere psicosociale. Un nesso causale che viene riconosciuto e raccontato anche negli ultimi rapporti dell’IPCC, il pannello intergovernativo sui cambiamenti climatici, che abbiamo già incontrato diverse volte all’interno di questa rubrica.

Gli impatti emotivi delle conseguenze tipiche della crisi climatica – come insicurezza alimentare, siccità, perdita di mezzi di sussistenza, eventi estremi – si sommano alla consapevolezza dei rischi futuri, anche in assenza di un impatto vissuto direttamente. E così non serve avere la casa allagata o vivere accanto a un incendio per provare angoscia, può bastare sapere che gli eventi estremi sono in aumento, che alcune aree saranno sempre più difficili da abitare o che la disponibilità di acqua, la qualità dell’aria, la sicurezza alimentare e la stabilità degli ecosistemi non sono più condizioni garantite.
La conoscenza, se non accompagnata da strumenti collettivi di azione e da una risposta politica adeguata, può trasformarsi in un peso gravoso sulla quotidianità di molti di noi. Questo è particolarmente evidente tra le persone più giovani, come ci racconta lo studio pubblicato su The Lancet Planetary Health e condotto su 10.000 giovani tra i 16 e i 25 anni in dieci Paesi, ha rilevato che il 59% si diceva molto o estremamente preoccupato per il cambiamento climatico e l’84% almeno moderatamente preoccupato. Più del 45% dichiarava che questi sentimenti avevano un impatto negativo sulla vita quotidiana e sul funzionamento personale.
Stringendo la visuale sul contesto italiano scopriamo che, secondo i dati raccolti da Youtrend per UNICEF Italia, il 70,3% dei ragazzi e delle ragazze tra i 14 e i 19 anni è preoccupato per i cambiamenti climatici e che il 32% degli adulti sotto i 45 anni afferma che la paura della crisi climatica lo scoraggia dall’idea di avere figli.
Un’altra indagine italiana, promossa da Greenpeace Italia e ReCommon e realizzata dall’Istituto Europeo di Psicotraumatologia e Stress Management su 3.607 persone tra i 18 e i 35 anni, mostra che il 41% associa il cambiamento climatico all’ansia per il futuro, il 19% a rabbia e frustrazione, il 16% a impotenza e rassegnazione; per il 44% l’ansia generata dal cambiamento climatico ha un effetto negativo sul benessere psicologico nella vita di tutti i giorni.

Questi numeri mostrano chiaramente una frattura tra la percezione della crisi e la capacità o la possibilità di agire su di essa. Una percentuale sempre maggiore di persone sa che la crisi climatica è in corso, ma si trova immersa in contesti che continuano a funzionare come se si trattasse di un problema marginale: città progettate intro ai bisogni delle macchine, lavori che logorano le giornate un appuntamento dopo l’altro, consumi insostenibili normalizzati e responsabilità scaricate sui comportamenti individuali.
Questa rubrica nasce per parlare di risorse – acqua, suolo, aria pulita, minerali, energia, biodiversità – e l’ecoansia ci costringe ad aggiungere un’altra categoria, meno visibile ma altrettanto decisiva: quella delle risorse emotive, cognitive e relazionali che servono per attraversare una crisi così complessa come quella del nostro presente. Perché la transizione ecologica è anche una questione di immaginario, fiducia, senso di efficacia, possibilità di sentirsi parte di qualcosa che cambia.
Durante il Festival Artemisia, nato nell’ambito del progetto Keep calm and save water promosso da Source International in collaborazione con Italia che Cambia, questo tema è stato affrontato proprio a partire dalle emozioni. Il festival ha messo insieme crisi idrica, educazione, biofilia, laboratori e momenti pubblici di confronto, portando l’ecoansia fuori da una dimensione privata e dentro uno spazio collettivo. Nell’intervista a Matteo Innocenti abbiamo ragionato sul modo in cui crisi ecologica, vissuti personali, fragilità e responsabilità collettiva si intrecciano.
Il punto centrale del grande discorso sull’ecoansia è proprio questo: dare voce alle emozioni vuol dire riconoscere che paura, rabbia, tristezza o senso di impotenza sono dei segnali che possono mostrarci che qualcosa, nel rapporto tra noi e il mondo che abitiamo, si è incrinato. Possono diventare paralisi, ma anche informazione, orientamento, domanda politica.
Il rischio, quando si parla di ecoansia, è doppio: da un lato c’è il rischio di minimizzarla, dicendo ai giovani che “sono troppo sensibili” o che “la Terra in qualche modo se la caverà”. Dall’altro c’è il rischio opposto, quello di trasformare ogni emozione climatica in un problema individuale da gestire privatamente, senza interrogarsi sulle cause strutturali che generano quella sofferenza.
Svalutare l’importanza dei sentimenti di una persona preoccupata per la crisi climatica non fa che peggiorare il problema, ma anche pretendere dai singoli che si facciano carico della propria ansia, senza cambiare le condizioni che la alimentano, significa non affrontare il problema. L’ecoansia si affronta anche costruendo contesti in cui l’azione sia possibile, condivisa, proporzionata.
Questo vale soprattutto nelle scuole: parlare di crisi climatica con bambini e adolescenti richiede attenzione. Non basta mostrare grafici e raccontare scenari apocalittici, perché la letteratura scientifica ci dice che la consapevolezza del cambiamento climatico può generare nei più giovani paura, rabbia, tristezza e disperazione, ma anche che le risposte educative più utili sono quelle che riconoscono le emozioni, offrono strumenti adeguati all’età e promuovono forme di speranza attiva.
Per questo esiste una grande differenza tra dire “andrà tutto bene” e dire “possiamo fare qualcosa, insieme, a partire da qui”. La prima frase può portare a una rimozione, mentre la seconda apre uno spazio in cui l’educazione ambientale smette di essere una lista di comportamenti corretti e diventa alfabetizzazione alla complessità.
La crisi climatica non colpisce solo infrastrutture, ecosistemi ed economie, ma anche il benessere psicologico
L’ecoansia allora riguarda il modo in cui una società decide di raccontare il futuro: se questo viene presentato solo come collasso inevitabile, la risposta più probabile sarà la paralisi; se viene pensato come una questione puramente individuale, la risposta sarà il senso di colpa. Se invece viene raccontato come uno spazio ancora aperto, ma dipendente da scelte concrete, la paura può diventare responsabilità condivisa.
Questo non significa cercare a tutti i costi una narrazione ottimista, perché crisi climatica ha bisogno di verità praticabili. Bisogna raccontare la gravità della situazione, ma anche ricordare che non si tratta di una storia già scritta. Bisogna ricordarsi che alcune perdite sono irreversibili, ma tante altre possono ancora essere evitate. Bisogna spiegare che ogni decimo di grado conta, non come slogan, ma perché cambia l’esposizione al caldo estremo, alla siccità, alla perdita di biodiversità, all’insicurezza idrica e alimentare e raccontare come l’azione individuale possa avere senso quando collegata ad azioni collettive, a politiche pubbliche, a trasformazioni dei sistemi produttivi.
Questo articolo fa parte della rubrica “Questione di risorse“, curata dal team di Source International ETS. Uno spazio in cui si parla di risorse – dall’energia all’acqua, dal cibo ai minerali – ma anche di giustizia e diritti, di cambiamento climatico e di equilibri geopolitici.











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