Quando un ghiacciaio si scioglie, la montagna può diventare una miniera?
Lo scioglimento di un ghiacciaio cambia la montagna in molti modi. Fra essi c’è anche l’aumento del rischio che il suolo che viene alla luce venga sfruttato per fini estrattivi.
Quando un ghiacciaio fonde e arretra verso quote più elevate lascia tornare alla luce del suolo che, per secoli o addirittura millenni, non era stato esposto all’atmosfera. Questo, oltre a modificare il paesaggio, cambia più o meno drasticamente la geografia delle risorse: diminuisce una riserva d’acqua fondamentale per chi vive a valle e contemporaneamente rende accessibili superfici e giacimenti prima coperti dal ghiaccio. Questo è uno dei paradossi della crisi climatica: mentre l’accesso a una risorsa indispensabile e difficilmente sostituibile, l’acqua, diventa più incerto, il territorio liberato dai ghiacciai può essere trasformato in una nuova frontiera estrattiva.
Il ghiacciaio come riserva d’acqua
Il Perù ospita circa il 68% dei ghiacciai tropicali del pianeta: secondo l’ultimo inventario nazionale, in poco meno di sessant’anni il Paese ha perso più della metà della propria superficie glaciale. Si tratta di un dato molto preoccupante, poiché i ghiacciai andini contribuiscono all’approvvigionamento idrico dei territori in cui vive buona parte della popolazione peruviana e alimentano consumo umano, agricoltura, produzione energetica ed ecosistemi di alta quota.
L’acqua che origina dalla fusione glaciale non arriva a valle sempre con una portata costante. Nelle fasi iniziali del ritiro glaciale, la fusione accelerata può aumentare temporaneamente la portata dei fiumi. Si raggiunge così il momento di massima disponibilità di acqua di fusione. Superata quella soglia, la quantità di ghiaccio rimasta non è più sufficiente a mantenere gli stessi flussi e la portata comincia a diminuire. Questo accade generalmente durante la stagione secca, quando il fabbisogno – umano e degli ecosistemi – è più elevato. Purtroppo, la maggior parte dei bacini studiati nella Cordillera Blanca ha già superato questa fase.

Il problema riguarda anche la qualità dell’acqua. Il ritiro dei ghiacciai espone rocce e sedimenti che possono generare drenaggio acido e rilasciare metalli nei corsi d’acqua. Nel bacino del Río Negro, dove la superficie glaciale si è ridotta complessivamente del 62% tra il 1986 e il 2024, i ricercatori hanno rilevato in alcune aree acque più acide e condizioni peggiori durante la stagione secca, con possibili conseguenze per agricoltura, allevamento, ecosistemi e salute. La crisi climatica quindi non modifica solo la quantità d’acqua disponibile, ma anche la sua stagionalità, qualità e i costi necessari per renderla utilizzabile.
Le terre che emergono dal ghiaccio: il caso dell’Argentina
Quando un ghiacciaio scompare, emerge un territorio “nuovo”, almeno dal punto di vista amministrativo ed economico. Le superfici che tornano a essere calpestabili sono ambienti in cui si avviano nuovi processi ecologici ma anche aree che possono ospitare giacimenti di rame, oro, argento e altri minerali. Il ritiro dei ghiacci modifica quindi non solo il paesaggio, ma potenzialmente anche i confini delle aree protette. Se la tutela riguarda esclusivamente ciò che, in un determinato momento, viene classificato come ghiacciaio, una superficie può perdere protezione proprio perché la crisi climatica ne ha provocato la fusione.
È questo uno degli aspetti più controversi della riforma della legge argentina sui ghiacciai, approvata definitivamente nell’aprile 2026. La normativa precedente – in vigore dal 2010 – vietava le attività di esplorazione ed estrazione mineraria nei ghiacciai e negli ambienti periglaciali inclusi nell’inventario nazionale. La nuova legge attribuisce invece alle autorità provinciali il compito di stabilire quali corpi glaciali e aree periglaciali svolgano una funzione idrica sufficientemente rilevante da meritare tutela. Se questa funzione non viene riconosciuta, l’area può essere esclusa dall’inventario e dalle relative restrizioni.
Formalmente, l’attività mineraria resta vietata nelle zone considerate riserve strategiche d’acqua. Il nodo è però chi debba identificarle e sulla base di quali criteri. La riforma assegna maggiori poteri alle province minerarie e permette di autorizzare progetti in aree che in precedenza erano automaticamente protette. Il governo argentino la presenta come una misura necessaria per attrarre investimenti nel rame e nel litio; ricercatori e organizzazioni ambientaliste temono invece un indebolimento della tutela delle riserve idriche nelle regioni aride delle Ande.

Il caso argentino mostra quanto sia fragile il confine tra una risorsa comune – come il ghiaccio del ghiacciaio e l’acqua che alimenta – e una risorsa appropriabile, come il minerale presente sotto o accanto a esso. La stessa crisi climatica che riduce la disponibilità d’acqua rischia così di ampliare lo spazio destinato all’estrazione.
Il contadino che ha portato in tribunale un gigante energetico
A Huaraz, ai piedi della Cordillera Blanca, la crisi dei ghiacciai è arrivata anche in tribunale. Nel 2015 l’agricoltore peruviano Saúl Luciano Lliuya ha citato in giudizio la società energetica tedesca RWE, chiedendole di contribuire ai costi di protezione della città dagli effetti del riscaldamento globale. Il rischio non era la scarsità d’acqua, ma il suo arrivo improvviso. Infatti, la fusione dei ghiacciai ha fatto crescere il volume del lago Palcacocha, situato sopra Huaraz, di circa 34 volte tra il 1974 e il 2016. Un crollo di ghiaccio o roccia potrebbe generare un’onda capace di superare le difese del lago e raggiungere la città.
Lliuya chiedeva all’azienda circa 17.000 euro – su un progetto da 3,5 milioni di dollari –, una quota proporzionale al contributo storico dell’azienda alle emissioni globali. Nel maggio 2025 il tribunale di Hamm ha respinto la richiesta, giudicando troppo basso il rischio concreto per la sua abitazione. La sentenza ha però riconosciuto un principio importante: la distanza tra chi produce emissioni e il luogo in cui si manifestano i danni climatici non esclude, in linea teorica, una responsabilità civile.
Vi raccontiamo questa vicenda perché mostra in modo perfetto le due facce della scomparsa dei ghiacciai: nel breve periodo, la fusione può aumentare il rischio di laghi instabili e alluvioni; nel lungo periodo, riduce la riserva che alimenta i fiumi durante la stagione secca. Per le comunità andine, la questione non riguarda solamente quanta acqua resterà, ma quando sarà disponibile, in quali condizioni e chi sosterrà i costi necessari per gestirla.
Il ritiro dei ghiacci modifica non solo il paesaggio, ma potenzialmente anche i confini delle aree protette
Una nuova frontiera delle risorse
La superficie lasciata libera da un ghiacciaio non dovrebbe essere trattata automaticamente come terreno disponibile. Queste aree continuano a svolgere funzioni idrologiche, ecologiche e climatiche anche dopo la scomparsa del ghiaccio visibile. Possono contenere ghiaccio sotterraneo, alimentare falde, ospitare nuovi ecosistemi e influenzare la qualità dei fiumi.
Prima di concederle alle industrie estrattive sarebbe quindi necessario valutarne il ruolo nell’intero bacino idrografico, proteggere le zone recentemente deglaciate e garantire che le comunità dipendenti dall’acqua possano partecipare alle decisioni. Altrimenti, il rischio è che la crisi climatica produca una doppia sottrazione: prima scompare una riserva comune, poi il territorio che emerge viene trasformato in una risorsa privata. Le domande che dovremmo porci riguardano sì cosa si possa estrarre dalle montagne liberate dal ghiaccio, ma anche chi abbia diritto a decidere che cosa diventeranno e chi dovrà sostenere il costo dell’acqua che non riusciranno più a conservare.
Questo articolo fa parte della rubrica “Questione di risorse“, curata dal team di Source International ETS. Uno spazio in cui si parla di risorse – dall’energia all’acqua, dal cibo ai minerali – ma anche di giustizia e diritti, di cambiamento climatico e di equilibri geopolitici.











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