Dentro la natura: il giardino che porto a Singapore
Stefano Passerotti racconta il progetto con cui partecipa al Singapore Garden Festival: un giardino che nasce dall’incontro tra elementi, direzioni, piante, materiali e sostenibilità. Un modo concreto per trasformare una visione in spazio vivo.
In questi giorni sono a Singapore per realizzare un giardino. È un contesto internazionale, con tempi precisi, regole, misure, materiali da scegliere, piante da trovare, dettagli da controllare. Ma per me, anche qui, la domanda di partenza resta la stessa: che relazione posso creare tra il luogo, le piante, le persone e la natura? Un giardino, anche quando nasce per un festival, può diventare un’esperienza. Un luogo in cui entrare, attraversare, sostare, percepire un cambiamento.
Per questo il progetto che porto a Singapore si chiama “Interiority of Nature”, interiorità della natura. È un titolo che nasce da una domanda semplice: possiamo tornare a sentire la natura come qualcosa che ci riguarda profondamente? Il giardino ha una forma precisa. È uno spazio di otto metri per otto, con quattro ingressi. Si può entrare da più direzioni e attraversarlo lungo percorsi che conducono verso il centro. Il centro, per me, è importante. È il punto in cui il giardino raccoglie il proprio equilibrio. È il luogo della terra, dell’incontro, della presenza.
Nel progetto ho lavorato attorno a quattro elementi: legno, fuoco, metallo e acqua. Al centro c’è la terra. Ogni elemento è legato a una direzione, a una stagione, a una qualità. Il legno richiama la primavera, l’inizio, la crescita. Il fuoco richiama l’estate, l’energia, il calore. Il metallo richiama l’autunno, la struttura, la trasformazione. L’acqua richiama l’inverno, il raccoglimento, la profondità. La terra, al centro, tiene insieme tutto questo.

Non mi interessa usare questi elementi come decorazione o come simboli astratti. Mi interessa capire come possono diventare spazio, percorso, percezione. Chi entra nel giardino deve poter attraversare queste qualità, viverle. Deve poter sentire la differenza tra una zona e l’altra, tra una luce e un’ombra, tra un materiale e una pianta, tra un’apertura e un passaggio più raccolto.
Quando progetto, penso molto al rapporto tra interno ed esterno. Un giardino infatti è qualcosa che va molto oltre l’esteriorità. Ci riporta un ricordo, un’emozione, una domanda, una sensazione fisica. A Singapore questa idea diventa ancora più forte, perché il giardino sarà visitato da molte persone in pochi giorni, dentro un evento molto grande. In poco tempo deve riuscire a comunicare qualcosa, senza spiegare troppo. Per questo ho cercato una forma semplice e insieme intensa. Quattro ingressi, quattro direzioni, un centro. Il visitatore può entrare, camminare, avvicinarsi al cuore del giardino. Deve essere invitato a farne parte.
C’è poi un elemento a cui tengo molto: la rugiada. Chi segue questa rubrica sa quanto per me sia importante. La rugiada è una presenza sottile, che non fa rumore, non si impone, ma racconta moltissimo del rapporto tra aria, acqua, temperatura, suolo e piante. In questo progetto torna come segno fisico e simbolico. È una piccola presenza che richiama il modo in cui la natura lavora anche quando noi non la vediamo.
Possiamo tornare a sentire la natura come qualcosa che ci riguarda profondamente?
La rugiada mi interessa perché porta il discorso dell’acqua su un piano diverso, quello della relazione. È l’umidità che si posa, che viene trattenuta, che entra in contatto con le superfici e con le piante. In un giardino costruito per un festival, dove tutto deve essere montato e organizzato in tempi brevi, ricordare questa dimensione è per me fondamentale. Anche la scelta delle piante va in questa direzione. Devono costruire un ambiente, dare profondità, ombra, umidità, materia, presenza. Devono dialogare con i percorsi, con il clima di Singapore, con la luce, con l’esperienza delle persone che entreranno.
Lavorare a Singapore significa confrontarsi con un contesto molto diverso da quello italiano. Cambiano il clima, l’umidità, la luce, la disponibilità delle piante, il modo in cui i materiali arrivano in cantiere, le regole di sicurezza, i tempi di costruzione. Ma proprio per questo la progettazione deve restare attenta. Ogni idea deve ascoltare il luogo in cui dovrà vivere.
C’è anche un tema di sostenibilità molto concreto. Un giardino temporaneo rischia sempre di consumare molte risorse per pochi giorni di esposizione. Per questo bisogna chiedersi da dove arrivano le piante, che fine faranno dopo, quali materiali vengono usati, cosa può essere recuperato, cosa può essere riutilizzato. Anche la provenienza delle piante e il riuso dei materiali sono stati pensati per ridurre sprechi e impatti, in coerenza con lo spirito del progetto.

Questo aspetto è importante perché un giardino non finisce nel momento in cui viene fotografato o visitato. Un materiale durevole, se può essere smontato e riutilizzato, ha un valore diverso. Una pianta, se viene scelta e gestita in modo corretto, può continuare a vivere, ricordandoci che la sostenibilità vive nelle decisioni pratiche, nei trasporti, nelle provenienze, nel destino degli elementi usati.
Mi interessa molto questo passaggio tra visione e pratica. Parlare di natura, relazione, interiorità, rugiada, elementi, ha senso solo se poi queste parole entrano nelle scelte concrete. Dove metto una pianta. Come costruisco una struttura. Che materiale uso. Quanto dura. Chi se ne prenderà cura. Che cosa succede quando il festival finisce. In fondo, questo giardino nasce dallo stesso sguardo che provo a raccontare in questa rubrica. Il giardino come luogo vivo.
Il giardiniere come persona che ascolta, osserva, mette in relazione. La natura come presenza che non va solo controllata o rappresentata, ma riconosciuta. A Singapore tutto questo prende una forma particolare, legata a un concorso e a un festival. Ma la domanda riguarda ogni giardino, grande o piccolo, temporaneo o permanente: come possiamo progettare tenendo insieme bellezza, cura, funzione e responsabilità?
Vuoi approfondire?
Leggi gli altri articoli della rubrica Il punto di rugiada.
Ascolta il podcast Come fare un giardino o un balcone ecologico. Per davvero.
Visita il sito di Stefano Passerotti.









Commenta l'articolo
Per commentare gli articoli registrati a Italia che Cambia oppure accedi
RegistratiSei già registrato?
Accedi