31 Luglio 2026 | Tempo lettura: 11 minuti

Una proposta concreta per affrontare gli incendi in Sicilia

Secondo Guido Bissanti, agronomo e autore della legge sull’agroecologia in Sicilia, le comunità che custodiscono il territorio sono una delle chiavi per la prevenzioni degli incendi sempre più gravi in Sicilia.

Autore: Salvina Elisa Cutuli
incendi sicilia
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Acireale, Modica, Resuttano, Palermo, Santo Stefano Quisquina, Cefalù, Bivona, Prizzi, Cammarata. Ma l’elenco delle località che bruciano potrebbe continuare ancora a lungo. Nelle ultime settimane la Sicilia è sembrata un unico incendio diffuso, dal mare ai monti, dalle colline alle pianure. Non è una novità, è accaduto lo scorso anno, quello precedente e molte altre volte andando indietro nel tempo.

Secondo i dati diffusi da Legambiente ed elaborati a partire dalle rilevazioni di Effis-Copernicus, dall’inizio dell’anno al 21 luglio 2026 in Sicilia si sono registrati 328 incendi che hanno interessato complessivamente 24.451 ettari di territorio. Eppure, come avevamo raccontato in una recente puntata di Io non mi rassegno Sicilia, la Regione Siciliana aveva annunciato l’avvio anticipato della campagna antincendio, dal 15 maggio al 31 ottobre, presentandola come una risposta strutturale a un clima che cambia rapidamente.

Per il periodo più critico, quello compreso tra giugno e agosto, erano stati annunciati l’aumento delle giornate lavorative degli operai forestali, una nuova organizzazione dei direttori delle operazioni di spegnimento, nuovi mezzi, 46 nuovi agenti del Corpo forestale e altre 188 unità in formazione entro la fine dell’anno. La stagione degli incendi mostra però, ancora una volta, tutti i limiti di un sistema concentrato soprattutto sulla gestione dell’emergenza. Associazioni ambientaliste e realtà civiche sottolineano da tempo la mancanza di una prevenzione continuativa e di un presidio stabile del territorio. Il punto è arrivare prima del fuoco.

La crisi climatica sta rendendo gli incendi boschivi più rapidi, estesi e difficili da contenere. Temperature elevate, lunghi periodi senza pioggia, venti caldi e vegetazione ormai arida creano condizioni ideali perché anche un focolaio limitato si trasformi in poco tempo in un rogo di grandi dimensioni. Il cambiamento climatico non è la causa diretta dell’innesco, ma ne amplifica il rischio, facilita la diffusione delle fiamme, accelera l’evoluzione degli incendi e complica il lavoro di chi deve spegnerli.

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La quasi totalità degli incendi boschivi continua ad avere origine umana, questo non significa che siano tutti dolosi, ma le cause naturali rappresentano una quota residuale. Ecco che, oltre a intervenire sulla crisi climatica, il principale fattore sul quale si può agire resta il rapporto con il territorio.

L’abbandono delle campagne

Secondo Guido Bissanti, agronomo e autore della legge sull’agroecologia in Sicilia – che applica i principi dell’ecologia all’agricoltura, tutelando ambiente, comunità e risorse locali –, capofila del processo di transizione agroecologica nel Mediterraneo, una delle radici del problema è il progressivo allontanamento della società dal mondo rurale. Fino agli anni Sessanta la Sicilia era ancora una civiltà prevalentemente contadina. Le campagne erano abitate, coltivate e attraversate quotidianamente da persone e animali. Questa presenza garantiva una cura diffusa del territorio, venivano mantenuti i sentieri, controllati i terreni e ripulito il sottobosco, anche grazie al pascolo.

«Oggi, a eccezione delle aree agricole più produttive e di alcune zone costiere, vaste porzioni dell’entroterra si trovano in una condizione di forte abbandono», specifica Bissanti. «La rinaturalizzazione di un terreno abbandonato può avere alcuni effetti positivi, ma l’assenza di gestione produce anche un accumulo di vegetazione secca e materiale facilmente infiammabile. La diminuzione degli allevamenti e del pascolo riduce ulteriormente la capacità di tenere puliti i terreni e il sottobosco. Alla vulnerabilità ecologica si aggiunge quella sociale».

Dove viene meno il presidio umano possono inserirsi interessi illegali, speculativi o criminali, comprese le attività delle ecomafie. Le motivazioni che si nascondono dietro un incendio doloso sono spesso difficili da individuare, ma un territorio vuoto e scarsamente controllato è inevitabilmente più esposto. «È come abbandonare una casa», spiega Bissanti. «Prima o poi qualcuno potrebbe entrare a svaligiarla».

Molti cittadini possiedono piccoli terreni ereditati, lontani dalla propria abitazione o diventati troppo costosi e poco redditizi da coltivare. In questi casi, chiedere semplicemente ai proprietari di occuparsene rischia di non essere sufficiente. Bissanti propone di partire da un principio: chi possiede un terreno ha una responsabilità rispetto alla sua manutenzione, ma deve anche essere messo nelle condizioni di esercitarla.

Questo significa prevedere incentivi, sostegni economici e forme di gestione condivisa. Quando un proprietario non riesce a occuparsi direttamente del proprio fondo, potrebbe affidarne la gestione a una comunità locale, mantenendone la proprietà ma permettendo alla collettività di curarlo e di beneficiare delle attività realizzate. Un modello di questo tipo potrebbe trasformare terreni oggi percepiti come un peso in risorse ambientali, agricole e sociali.

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Le comunità Firewise

Esperienze simili esistono già, negli Stati Uniti vengono chiamate Firewise Communities. Si tratta di comunità formate da persone che vivono in aree esposte agli incendi e che si organizzano per ridurre il rischio intorno alle abitazioni e agli spazi condivisi. I residenti partecipano alla manutenzione della vegetazione, tengono libere alcune fasce di sicurezza, verificano le vie di accesso per i mezzi di soccorso e collaborano alla pianificazione dell’emergenza. Il lavoro dei cittadini viene sostenuto da indicazioni tecniche, formazione e, in alcuni casi, incentivi. Oltre 1.500 comunità sono riconosciute dal programma Firewise USA, gestito dalla National Fire Protection Association.

In Italia sono ancora soltanto cinque e si trovano tutte in Toscana, una delle regioni maggiormente interessate dagli incendi negli ultimi anni. Qui il modello viene promosso dalla Regione attraverso la collaborazione tra enti pubblici, cittadini e associazioni di volontariato come risposta a incendi sempre più estremi e difficili da controllare, anche a causa della crisi climatica. Sono ancora poche, ma mostrano come la prevenzione possa diventare una responsabilità condivisa e non essere affidata esclusivamente alle Istituzioni e alle squadre di spegnimento. 

Anche in Sicilia si potrebbero creare comunità territoriali capaci di gestire collettivamente terreni pubblici e privati, garantendo allo stesso tempo il rispetto della proprietà e una manutenzione continuativa. Per farlo servono risorse. Bissanti indica la possibilità di utilizzare fondi strutturali europei, finanziamenti pubblici, strumenti bancari e risorse della politica agricola. Si tratterebbe di investimenti destinati a ritornare alle comunità sotto forma di lavoro, tutela del paesaggio, attività agricole e riduzione dei danni.

Del resto, eliminare completamente il fuoco dagli ecosistemi non è possibile e, in alcuni casi, non sarebbe neppure auspicabile. Alcuni incendi naturali e di limitata estensione fanno parte della storia ecologica di determinati ambienti e possono contribuire alla loro rigenerazione, ma la situazione che osserviamo oggi è completamente diversa. «Quella che stiamo vivendo è una patologia, non più una fisiologia», sottolinea Bissanti.

Il fenomeno non riguarda soltanto la Sicilia o il Mediterraneo meridionale. Incendi di grandi dimensioni stanno interessando anche Francia, Germania e altre zone europee che in passato sembravano meno esposte. Questo conferma che la crisi climatica sta allargando le aree a rischio, ma anche la necessità di lavorare sulle cause sociali e territoriali che permettono al fuoco di trovare spazi sempre più vulnerabili.

L’obiettivo potrebbe essere trasformare la Sicilia in un laboratorio di gestione integrata del territorio e passare dalla cultura dell’emergenza a quella della custodia

In Sicilia, ogni anno si spendono ingenti risorse per Canadair, elicotteri, squadre di soccorso e ricostruzione. Sono interventi indispensabili quando il fuoco è già partito, ma una parte maggiore dei finanziamenti potrebbe essere destinata alle attività sociali ed ecologiche capaci di prevenire gli incendi.

Più Canadair non bastano

Secondo l’assessora regionale al Territorio e all’ambiente, Giusi Savarino, servirebbero più Canadair, “che possono essere acquistati soltanto dalla Protezione civile nazionale e che sono sempre più difficili da reperire anche a causa della concentrazione della produzione aeronautica sui mezzi destinati alla difesa”.

Aumentare i mezzi e gli strumenti disponibili può migliorare la capacità di risposta immediata, ma non risolve le cause del problema. «Possiamo sviluppare tutte le tecnologie del mondo, ma da sole non serviranno», osserva Bissanti. «Il vero investimento consiste nel ricostruire un rapporto contemporaneo con la natura e con l’agricoltura. Non si tratta di tornare alla società contadina del passato, ma di riconoscere nuovamente il valore economico, ecologico e sociale della presenza umana nelle aree rurali. In questa prospettiva, l’agroecologia può diventare uno strumento fondamentale, un modo di produrre cibo, mantenere il suolo, proteggere la biodiversità e tornare ad abitare il territorio».

Il modello proposto dall’agronomo siciliano combina presenza umana e innovazione tecnologica. Satelliti, sensori, telecamere, sistemi di intelligenza artificiale, droni e torri di avvistamento dovrebbero lavorare insieme al Corpo forestale, alla Protezione civile, agli agricoltori, agli allevatori e a cittadini adeguatamente formati. Tra le proposte c’è l’introduzione della figura dell’“agricoltore vedetta”: una persona che, vivendo e lavorando quotidianamente sul territorio, può osservare le aree più vulnerabili, segnalare tempestivamente i focolai e verificare le condizioni delle piste forestali, dei punti d’acqua e delle vie di accesso.

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La prevenzione comprenderebbe anche il pascolo controllato, la rimozione della vegetazione secca, la realizzazione di piccoli invasi, il recupero delle siepi, lo sviluppo di sistemi agroforestali e interventi di rinaturalizzazione progettati in modo coerente con le caratteristiche dei luoghi. Le aziende agricole che svolgono queste funzioni potrebbero ricevere incentivi e un riconoscimento economico per i servizi ecosistemici offerti alla collettività. Perché prevenire costa meno che affrontare ogni anno incendi, ricostruzioni, perdita di biodiversità e danni alle attività economiche.

Una norma per la custodia del territorio

In Italia esiste già una norma che obbliga i Comuni a censire e aggiornare ogni anno il catasto delle aree percorse dal fuoco. Tra aprile e giugno, gli uffici comunali dovrebbero raccogliere i dati relativi agli incendi dell’anno precedente e individuare le particelle coinvolte. Su quei terreni vengono poi applicati vincoli che limitano la possibilità di costruire, cambiare destinazione d’uso o realizzare determinate attività. Il catasto rappresenta quindi uno strumento importante per contrastare gli incendi legati a interessi speculativi, ma in Sicilia molti Comuni non riescono a rispettare questo obbligo.

«Dietro l’inadempienza non c’è necessariamente la volontà di favorire interessi illegali», spiega Bissanti. «Molti piccoli Comuni hanno uffici tecnici composti da una o due persone, già gravati da un numero enorme di pratiche e responsabilità. Quando agli stessi tecnici viene affidato anche il compito di individuare e accatastare tutte le particelle incendiate, l’adempimento può diventare materialmente impossibile».

Per questo propone di creare un fondo dedicato, attraverso il quale mettere a disposizione dei Comuni tecnici e professionalità esterne. Il problema infatti non si risolve soltanto commissariando le amministrazioni inadempienti quando il ritardo è ormai accumulato, ma fornendo loro in anticipo personale e competenze adeguate.

Il cambiamento richiesto non può realizzarsi in una sola stagione. Anche iniziando oggi, probabilmente continueremo ad avere incendi gravi per molti anni. È però possibile costruire gradualmente una struttura diversa, fondata su comunità locali, incentivi, cura delle piccole proprietà, agricoltura, manutenzione del suolo e presidio permanente. Bissanti propone una norma proattiva, ispirata nello spirito alla legislazione europea sul ripristino della natura, che trasformi questi principi in un percorso istituzionale e finanziario stabile.

incendi Sicilia

«Per svilupparla servirebbe un gruppo di lavoro capace di coinvolgere università, amministrazioni, Corpo forestale, Protezione civile, aziende agricole, allevatori, associazioni e comunità locali. In questi giorni mi hanno contattato diverse persone e ho risposto che sono disponibile a confrontarmi con chi possiede una visione complessiva, che non sia soltanto tecnologica. La questione è molto complessa e c’è molto da fare».

L’obiettivo potrebbe essere trasformare la Sicilia in un laboratorio di gestione integrata del territorio e passare dalla cultura dell’emergenza a quella della custodia nella quale la cittadinanza è chiamata a svolgere un ruolo importante, contribuendo a ridurre il rischio di eventi estremi oltre la capacità di risposta del sistema antincendio e sostenendo il lavoro delle istituzioni.

Una visione per il futuro della Sicilia

La tecnologia può offrire strumenti preziosi, ma deve restare al servizio delle persone e dei territori. Agricoltura, allevamento e comunità rurali devono tornare a essere un presidio ambientale stabile, capace di prevenire gli incendi attraverso la presenza quotidiana, la manutenzione e la conoscenza dei luoghi. I Canadair sono indispensabili quando le fiamme sono già divampate. Per evitare che ogni estate la Sicilia torni a bruciare, bisogna cominciare molti mesi prima: curare i boschi, sostenere chi vive nelle aree rurali, responsabilizzare i proprietari dei terreni e costruire comunità preparate ad affrontare il rischio.

A chiedere un cambiamento ci sono anche molti giovani che non vogliono assistere ogni anno allo stesso copione. Lo dimostra la petizione lanciata su Change.org da una studentessa siciliana che chiede alle istituzioni di investire finalmente nella prevenzione. È il segnale di una volontà diffusa di partecipare e fare la propria parte. Questa disponibilità non va lasciata sola, ma servono istituzioni capaci di trasformare la preoccupazione e l’impegno dei cittadini in un progetto condiviso, continuo e concreto.