22 Luglio 2026 | Tempo lettura: 7 minuti
Ispirazioni / Questione di risorse

Il ritorno delle miniere in Italia: cosa cerchiamo sotto i nostri piedi? 

Dal cobalto delle Alpi al litio geotermico, dalla grafite calabrese alla fluorite sarda, l’Italia è tornata a esplorare vecchie miniere e il proprio sottosuolo. Ma una transizione davvero giusta deve partire da una domanda: quanto siamo disposti a scavare e a quali condizioni?

Autore: Source International
fluorite miniere

Nelle Valli di Lanzo, in Piemonte, la miniera di Punta Corna sembrava un ricordo del passato. Le sue gallerie, aperte secoli fa per estrarre cobalto e produrre pigmenti blu, dopo aver raggiunto il proprio picco di attività nella metà del Settecento, a partire dagli anni ’30 del Novecento erano diventate parte della memoria di una montagna segnata dall’abbandono delle attività minerarie. Oggi però, a un secolo di distanza, quello stesso cobalto è tornato improvvisamente prezioso: non più per colorare ceramiche e tessuti, ma per produrre batterie, leghe industriali e tecnologie considerate strategiche.



Al momento, per Punta Corna, c’è solo un permesso di ricerca, ma è proprio in questa fase preliminare che gli abitanti hanno ricominciato a interrogarsi su che cosa significherebbe riportare l’estrazione in una valle alpina, tra aspettative di lavoro, tutela delle acque, paesaggio e turismo.
Ciò che sta succedendo nelle valli di Lanzo non è un caso isolato: in tutto il continente vecchi e nuovi giacimenti minerari sono oggetto di riesame, gli archivi geologici vengono digitalizzati e quei materiali che fino a pochi anni fa non reputavamo conveniente estrarre sono tornati al centro delle politiche industriali. 

Perché l’Europa vuole tornare a scavare miniere 

A spingere questa nuova stagione della ricerca mineraria è un documento tanto importante quanto poco conosciuto: il Critical Raw Materials Act, il regolamento europeo sulle materie prime critiche entrato in vigore nel 2024. Una materia prima viene definita “critica” quando è importante per l’economia europea ma presenta un elevato rischio di interruzione delle forniture.

Non si tratta necessariamente di materiali rari da un punto di vista geologico: il problema infatti è spesso che l’estrazione, la lavorazione o la raffinazione sono concentrate in pochi Paesi. Litio, cobalto e nichel sono utilizzati nelle batterie; il rame serve per reti elettriche, impianti rinnovabili e motori; le terre rare sono indispensabili per molti magneti permanenti; gallio, tungsteno e titanio trovano applicazione nell’elettronica, nell’aerospazio e nella difesa. 

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Veduta delle Valli di Lanzo in Piemonte

La transizione energetica richiede grandi quantità di questi materiali e l’Europa, al momento, ne importa la maggior parte. Così, per ridurre la propria dipendenza, il regolamento stabilisce che entro il 2030 almeno il 10% delle materie prime strategiche consumate nell’Unione dovrebbe essere estratto in territorio europeo, il 40% dovrebbe essere lavorato in Europa e il 25% dovrebbe provenire dal riciclo. Per ciascuna materia prima strategica inoltre, non più del 65% del fabbisogno dovrebbe dipendere da un unico Paese terzo.  

Il regolamento introduce dei cosiddetti “progetti strategici”, che possono ottenere un accesso facilitato ai finanziamenti e procedure autorizzative più rapide. L’obiettivo è ridurre i tempi, ma il rischio è che la velocità diventi più importante della qualità delle valutazioni ambientali e della partecipazione delle comunità. 

Che cosa si cerca in Italia 

L’Italia non ha mai smesso completamente di essere un Paese minerario. Secondo ISPRA, nel 2024 erano attive 76 miniere, di cui 22 dedicate a materiali classificati come critici dall’Unione europea, principalmente feldspato e fluorite, ma nel 2025 è stato approvato il nuovo Programma nazionale di esplorazione mineraria Questo non prevede l’apertura automatica di nuove miniere, ma serve a capire che cosa si trova nel sottosuolo italiano, attraverso lo studio dei dati storici, telerilevamento e indagini geofisiche. 

La mappa delle ricerche attraversa quasi tutto il Paese. In Piemonte e Liguria si studiano grafite, rame e manganese, oltre al cobalto delle Valli di Lanzo e ai metalli del gruppo del platino nell’area di Finero. Nelle Alpi centro-orientali l’interesse riguarda fluorite, barite e possibili mineralizzazioni associate alle terre rare. Tra Toscana, Lazio e altre aree dell’Italia centrale si guarda soprattutto al litio presente nei fluidi geotermici e in alcune formazioni sedimentarie. Nelle Colline Metallifere toscane tornano sotto osservazione antimonio e magnesio. In Calabria vengono studiati i depositi di grafite della Sila. La Sardegna concentra una parte importante del potenziale nazionale: fluorite, barite, rame, tungsteno, stagno, molibdeno, bismuto e terre rare.  

Non nel mio cortile? 

Nello scoprire che potrebbe sorgere una miniera nel luogo che sentiamo casa, c’è naturalmente il rischio che sopravvenga qualche timore. Si tratta di una reazione così comune da avere un nome: NIMBY, l’acronimo di not in my backyard, non nel mio cortile. È vero che esiste una contraddizione: vogliamo che la transizione energetica avvenga con rapidità, ma preferiamo che i materiali necessari vengano estratti “da un’altra parte”. Però rifiutare l’apertura di miniere in Europa senza ridurre i consumi non elimina l’estrazione, ma la sposta in Paesi dove le comunità possono avere meno strumenti per difendersi e dove i controlli ambientali e i diritti dei lavoratori sono spesso più deboli. 

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Terre rare

È però anche vero che utilizzare l’etichetta NIMBY per delegittimare ogni opposizione è semplicistico: i benefici di una miniera vengono distribuiti tra imprese, filiere industriali e consumatori, mentre gli impatti restano concentrati. Consumo di acqua, traffico pesante, rumore, polveri, trasformazione del paesaggio, produzione di rifiuti estrattivi e rischio di contaminazione delle falde e dei corsi d’acqua: sono le comunità locali a conviverci per anni, spesso, anche dopo la chiusura dell’impianto. La domanda da farci quindi non può essere semplicemente “siamo favorevoli o contrari alle miniere?”. Dovremmo chiederci quali materiali ci servono davvero, per quali usi e in quali quantità e soprattutto quali condizioni debbano essere rispettate per autorizzare un progetto. 

Che cosa dobbiamo chiedere 

La prima condizione è la trasparenza. Ricerca, concessione e apertura di una miniera sono fasi diverse e devono essere raccontate come tali. Le comunità devono poter consultare i documenti, conoscere i soggetti coinvolti e capire quali attività siano realmente previste. Prima di qualsiasi intervento servono dati ambientali solidi e indipendenti, ma anche pubblici, comprensibili e, quando possibile, verificabili anche attraverso forme di monitoraggio civico e partecipato. Non basta che sia l’azienda proponente a dichiarare che tutto è sotto controllo. 

Ogni progetto dovrebbe inoltre essere valutato tenendo conto della crisi climatica: una miniera che appare sostenibile sulla base delle precipitazioni e delle portate del passato potrebbe non esserlo in un territorio esposto a siccità più frequenti, alluvioni intense o riduzione delle risorse idriche. Servono poi garanzie finanziarie per la chiusura, la bonifica e il monitoraggio a lungo termine, perché il costo del ripristino non può essere lasciato alle amministrazioni pubbliche se l’impresa fallisce o abbandona il progetto. 

Dietro ogni batteria, rete elettrica o pannello solare esistono rocce da estrarre, enormi quantità di materiale da movimentare, acqua ed energia da consumare e rifiuti da gestire

Infine, ogni nuova estrazione dovrebbe essere confrontata con le alternative: allungare la durata dei prodotti, migliorare la riparabilità, recuperare i metalli dai rifiuti elettronici e minerari e investire realmente nel riciclo. I primi progetti strategici italiani approvati dalla Commissione europea riguardano infatti il recupero e la lavorazione dei materiali, non l’apertura di nuove miniere. 

Riportare a casa anche la responsabilità 

Estrarre una parte delle materie prime in Europa potrebbe ridurre alcune dipendenze geopolitiche, rendere più visibili i costi materiali della transizione e soprattutto permettere dei controlli più severi rispetto a quelli applicati in altri Paesi. Il ritorno delle miniere ci obbliga a guardare ciò che normalmente preferiamo tenere lontano: dietro ogni batteria, rete elettrica o pannello solare esistono rocce da estrarre, enormi quantità di materiale da movimentare, acqua ed energia da consumare e rifiuti da gestire. Una transizione giusta dovrebbe rendere trasparenti le filiere e riconoscere alle comunità il diritto di conoscere, partecipare e controllare. E, quando gli impatti risultano incompatibili con un territorio, anche il diritto di dire di no.

Questo articolo fa parte della rubrica “Questione di risorse“, curata dal team di Source International ETS. Uno spazio in cui si parla di risorse – dall’energia all’acqua, dal cibo ai minerali – ma anche di giustizia e diritti, di cambiamento climatico e di equilibri geopolitici.