Fondazione Cetacea, dai delfinari al salvataggio delle tartarughe marine
La storia della Fondazione Cetacea di Riccione, in Romagna. Una realtà nata in un delfinario – vera e propria prigione per animali – e diventata oggi preziosissima per la salvaguardia degli ecosistemi marini.
È una tiepida alba di fine estate sul litorale romagnolo. Siamo a Cervia e anche di buon’ora – non sono ancora le 6:30 – la spiaggia è gremita da decine di persone per un evento importante: Bunny torna a casa e sono tantissimi coloro che la vogliono salutare. Bunny è una giovane esemplare di Caretta caretta salvata e curata dalla Fondazione Cetacea, realtà che muovendosi fra Emilia Romagna e Marche da quasi quarant’anni compie un lavoro incessante per salvaguardare la fauna marina sempre più minacciata da attività antropiche e crisi climatica.
La sua storia si intreccia con quella della riviera degli anni ’80, del divertimento e di un modello turistico allora poco sensibile alle tematiche ecologiche e al contenimento dell’impatto dell’antropizzazione. Ed è proprio in uno dei simboli del corto circuito fra essere umano ed ecosistema che nasce la Fondazione Cetacea. È il 1988 e siamo a Riccione, dove da vent’anni è attivo il delfinario locale, uno dei più conosciuti in Italia. La Fondazione viene create proprio per monitorare gli animali rinchiusi nella struttura e raccogliere dati utili per le ricerche scientifiche.

UN MARE MOLTO PICCOLO
La storia di un altro delfinario vicino, quello di Rimini, è narrata nel documentario Un mare molto piccolo, firmato da Elisa La Boria e Luka Bagnoli. Pochi giorni prima della liberazione di Bunny, il documentario viene proiettato nel corso di una serata organizzata dal bagno CerviAmare a cui assisto con i miei figli. A introdurre il film Alice Pari, direttrice della Fondazione Cetacea, dove ha iniziato a fare attività nel 2015 come volontaria.
Buone parte delle immagini che scorrono sullo schermo sono filmati risalenti agli anni ’80 e ’90, riprese di spettacoli organizzati dal delfinario e di monitoraggi delle giovani studentesse di biologia marina che collaboravano con la struttura. 3000 ore di girato che vengono rinvenute nel 2019, quando Fondazione Cetacea vince un bando in partnership con il Club Nautico per gestire l’ormai ex delfinario – definitivamente fallito e chiuso nel 2017 – con un progetto di educazione ambientale, che di fatto non è mai partito a causa di problemi di staticità della struttura e impedimenti burocratici.
Blue, Zeus, Lapo e gli altri esemplari di Tursiops truncatus del delfinario sono i prigionieri dell’unica vasca di 20 metri di diametro e 5 di profondità. Diversi di loro hanno trascorso lì dentro tutta la loro vita. Nel 2013 la svolta: la Procura ordina il sequestro dei delfini per “gravissimi illeciti legati al maltrattamento animale e alla detenzione in condizioni incompatibili con la loro natura”. Alcuni finiscono a Oltremare, nella vicina Riccione, altri all’Acquario di Genova. Ma già da diversi anni Fondazione Cetacea aveva deciso di separarsi dal delfinario e schierarsi – per davvero – dalla parte degli animali marini.

L’OSPEDALE DELLE TARTARUGHE
Pochi giorni dopo la proiezione mi presento – sempre con i miei figli al seguito – sul lungomare di Riccione, dove si trova l’attuale sede di Fondazione Cetacea e l'”ospedale delle tartarughe” ovvero il Centro di recupero, cura a riabilitazione delle tartarughe marine. Alice Pari mi aspetta per una chiacchierata, ma prima c’è tempo per una visita guidata al centro, accompagnati da due giovani tirocinanti in biologia marina. Le ragazze ci spiegano le basi di quello che c’è da sapere sulle tartarughe marine e ci fanno conoscere le ospiti dell’ospedale. Sono tutte Caretta caretta salvate in mare in condizioni precarie o addirittura critiche. Alcune sono in attesa dell’imminente rilascio, altre potrebbero non essere più in grado di vivere in natura.
«Oggi non c’è più nessuna delle persone che lavoravano in Fondazione Cetacea all’epoca in cui era legata al delfinario», premette Alice quasi come a rimarcare la rivoluzione concettuale, oltre che operativa, che ha trasformato la compagine. È stato suo padre Sauro Pari, attuale Presidente, a traghettare la Fondazione in questo passaggio. «Oggi ci occupiamo principalmente di tartarughe marine, abbiamo l’autorizzazione ministeriale per svolgere questa attività».

LA FONDAZIONE CETACEA
La Fondazione è anche CRAS – Centro di Recupero Animali Selvatici – con competenze sui cetacei: «Con loro però le modalità sono diverse da quelle usate con le tartarughe. I delfini sono animali sociali e ultimamente sono sempre più antropizzati, così li curiamo in mare e cerchiamo di evitare qualsiasi contatto superfluo poiché questi animali sono portati a legarsi all’essere umano», mi spiega Alice, che per la Fondazione si occupa di comunicazione e progettazione.
Le chiedo di raccontarmi qualche dettaglio più tecnico per capire meglio come funziona questa realtà: «Siamo una fondazione di partecipazione, una forma ibrida fra fondazione e associazione. Abbiamo un centinaio di socie e soci, i nostri territori di competenza sono Emilia Romagna e Marche. In Fondazione Cetacea lavoriamo in quattro – oltre a me ci sono un’amministrativa e due biologhe – e abbiamo un team di veterinari come collaboratori esterni».
La rete è fondamentale per portare avanti il lavoro in maniera capillare: sul Delta del Po – una zona delicatissima dal punto di vista della biodiversità e dell’equilibrio ecosistemico – un gruppo di volontari gestisce un centro di primo soccorso e lo stesso fa un altro gruppo a Grottammare, nelle Marche. Una delle attività principali dei volontari è il monitoraggio delle spiagge per individuare i nidi di tartarughe e segnalarli. Un altro punto di forza sono i tirocinanti: «Quest’estate erano una quindicina», dice Alice.

Poco tempo fa Fondazione Cetacea ha individuato e protetto un nido sulla spiaggia libera di Riccione: «È stato un evento grandioso, ogni giorno all’alba avevamo la fila di persone che venivano a informarsi sulle condizioni di salute delle uova, la comunità era davvero coinvolta». Inoltre nelle Marche è stata attivata una partnership con i Traghettatori del Conero: «Ogni settimana durante la stagione estiva loro organizzano una gita aperta al pubblico dedicata al rilascio delle tartarughe che curiamo e devolvono alla Fondazione la metà dell’incasso».
Le altre attività di Fondazione Cetacea vertono sulla divulgazione e sull’educazione ambientale, soprattutto sul tema dei rifiuti. Vengono organizzati incontri nelle scuole, banchetti informativi, eventi in collaborazione con realtà locali e, da sei anni, il festival “Into the blue – Sea life fest”, in occasione del quale vengono presentate ricerche – la Fondazione Cetacea è anche ente di ricerca –, proiettati film e documentari e organizzati laboratori per bambini.
Durante la conversazione con Alice non posso evitare di premere il classico tasto dolente e le chiedo come funziona la parte economica. «Non abbiamo fondi pubblici», mi dice. «Il Comune di Riccione ci ha dato la sede attuale, dove siamo dal 2021, e ci aiuta con le bollette. Il resto del budget deriva dalla partecipazione a bandi e progetti europei, sponsorizzazioni, donazioni e progetti educativi. Ultimamente stiamo organizzando anche alcuni team building aziendali con raccolta rifiuti, cura degli animali e altre attività».

Una delle attività principali di Fondazione Cetacea, quella in cui è specializzata e riconosciuta a livello nazionale, è quella di riabilitazione e fisioterapia per la tartarughe ferite: «Abbiamo una persona che si occupa solo di questo e la particolarità è che non lo facciamo nelle vasche ma in una caletta recintata; in mare infatti le tartarughe, che peraltro sono animali con una capacità auto-rigenerativa elevatissima, rispondono meglio».
LA VITA DURA DELL’ALTO ADRIATICO
Durante la chiacchierata c’è modo anche di parlare della situazione dell’ecosistema marino dell’alto Adriatico, in particolare delle coste romagnole. «Questa è una delle zone in cui si pratica di più la pesca a strascico, devastante per gli esseri viventi del mare. Noi facciamo molti progetti, corsi e percorsi formativi con i pescatori, che a volte sono molto ricettivi, altre invece no». Alle attività antropiche si aggiunge la crisi climatica e in particolare il riscaldamento dei mari: «Quando le tartarughe sentono che la temperatura dell’acqua inizia ad abbassarsi cominciano a migrare, il problema è che ormai questo abbassamento si verifica sempre meno e non è affatto raro incontrare tartarughe in alto Adriatico anche in pieno inverno».

Alice mi parla anche del TED, acronimo che sta per Turtle Excluder Device, un tipo di rete progettata per evitare le catture accidentali lasciando una via di fuga per le tartarughe e i delfini. Il problema, spiega, è che insieme a loro rischiano di uscire dalla rete anche pesci di grosse dimensioni, che sono quelli più remunerativi per i pescatori, che quindi sono restii a usare i TED. «Ora stiamo cercando di renderli obbligatori almeno nel Delta del Po, che è un SIC, Sito di Interesse Comunitario».
EPILOGO
La cassa che trasporta Bunny viene caricata su un gommone: la tartaruga è molto giovane e farla partire dalla spiaggia sarebbe rischioso, meglio rilasciarla in mare aperto. Lo staff della Fondazione Cetacea che si è preso cura di lei per tanto tempo le fa compagnia per gli ultimi minuti prima di calarla dolcemente in acqua. E poi in un attimo Bunny scompare nel blu. “Non è solo una tartaruga che ritrova l’acqua”, scrive Alice. “È un promemoria potente: ogni gesto di cura può diventare libertà. Con il mare davanti, il sole che nasce e una storia bellissima da raccontare”.
Vuoi approfondire?
Leggi anche il nostro articolo su Sea Sheperd.










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