Il giornalista Francesco Maselli: “La nostra forza? Non fare rivoluzioni”
Francesco Maselli parla di un Paese niente affatto immobile come si crede. Semmai cambia per piccoli aggiustamenti, si adatta alle trasformazioni e continua a galleggiare. Ma attenzione, perché intanto gli altri corrono.
«In Italia la rivoluzione non si può fare perché ci conosciamo tutti», disse una volta qualcuno, non si sa bene chi. E da allora è stato ripetuto talmente tante volte da diventare un adagio: la continua, quasi proverbiale riconferma di un paese condannato da se stesso all’immobilità, al nepotismo, all’assenza di meritocrazia. Praticamente una bestemmia, scritta sulle pagine di una testata che si intitola programmaticamente Italia Che Cambia, non vi pare?
Il problema che vedo in questa frase non sta tanto nella seconda parte, nel fatto che “ci conosciamo tutti”, bensì nella prima, nel concetto stesso di rivoluzione. Troppi di noi mi sembrano convinti che il rinnovamento debba avvenire tramite rivolgimenti immediati, bruschi, magari anche violenti. Siamo sicuri che sia la strada giusta e non invece l’illusione di una scorciatoia? La storia ci insegna che i cambiamenti più duraturi, quelli strutturali e sedimentati, procedono lentamente, dal basso, con gradualità e progressività. Siamo sicuri che sia un guaio se in Italia non si fanno le rivoluzioni?
L’ho chiesto a Francesco Maselli, giovane giornalista e saggista che il paese lo osserva da dentro, con gli occhi attenti del cronista, ma anche un po’ da fuori, come corrispondente del quotidiano francese L’Opinion. Da qualche settimana, Francesco ha dato alle stampe per l’editore NR il libro La rivoluzione dopodomani. Geografia sentimentale di un’Italia che galleggia, in cui racconta proprio questo. Una nazione che, da un lato, procede per piccoli aggiustamenti piuttosto che per strappi decisi, ma che allo stesso tempo è meno immutabile di quanto si creda, dimostra un’inaspettata capacità di rinnovarsi, in particolare nelle piccole realtà.

«Il titolo è provocatorio: non sempre bisogna tagliare la testa al re, sono d’accordo con te», esordisce. «Ma a volte il sistema raggiunge una condizione di tale entropia che l’unico modo per cambiarlo è rovesciare la sedia, altrimenti si corre il rischio di uscire dalla modernità. Per cambiare è necessario lasciare quello che avevi per abbracciare l’ignoto, mettere in discussione i modi in cui hai agito fino a quel momento. Il punto è che l’Italia è refrattaria ai cambiamenti profondi proprio perché sono dolorosi, richiedono una distruzione creativa. Eppure anche da noi accade e anche con successo, specialmente a livello locale: nel libro ce ne sono diversi esempi, come quella del Barolo nelle Langhe».
Cosa c’entra il Barolo in questo discorso? Più di quanto possiate pensare. È uno degli esempi virtuosi raccontati da Francesco nel suo saggio. Un vino prodotto in un’area piccolissima del Piemonte, eppure diventato famoso nel mondo e capace di competere con i grandi cugini francesi. Merito della scelta di puntare sulla qualità più che sulla quantità e della collaborazione tra i produttori del territorio. La dimostrazione che si vince se, invece di farsi la guerra tra poveri, si lavora insieme.
«Questo sfata anche, almeno in parte, le critiche a un tessuto produttivo italiano fatto soprattutto di piccole o medie aziende familiari», prosegue Maselli. «Non dobbiamo considerarle da sole, ma inserirle nel contesto dei distretti in cui operano e questo ne cambia la visione. In altre parole, invece di dieci piccole aziende da dieci dipendenti, le possiamo vedere come una sola da cento dipendenti. Una filiera che si muove insieme ti rende più forte: succede nelle Langhe, ma anche in Sicilia con i frutti tropicali».
Il senso profondo della visione ottimistica, in fondo, penso che sia tutto nella fiducia nelle capacità dell’essere umano di risolvere i problemi
Il boom globale del Barolo, Francesco Maselli lo racconta anche come modello positivo di risposta al cambiamento climatico, che nasce dallo sguardo di chi lo vede non come condanna all’estinzione ma come dato di fatto al quale adattarsi, magari addirittura opportunità da cogliere: le temperature più alte infatti permettono di coltivare le uve Nebbiolo anche là dove un tempo non sarebbe stato possibile.
E questo approccio svela un altro lato della natura dei nostri connazionali: gli italiani hanno poca visione prospettica, in compenso sanno stare bene nel presente. Per citare le ricerche del Censis riportate nel libro, sanno adattarsi a una realtà che, mai come oggi, è incerta e cangiante. A me questa lettura ha fatto venire in mente il buon Darwin, secondo cui la selezione naturale non premia il più forte, bensì il più adatto. In questa capacità tutta italica di prendere la forma delle cose potrebbe dunque nascondersi una risorsa inaspettata?
«Sì, decisamente», risponde Francesco Maselli. «Da un lato questo atteggiamento ci rende miopi, limita la nostra consapevolezza storica e il nostro sguardo al futuro. Ma dall’altro, in un momento storico di grandi turbolenze, essere ben ancorati al presente ci consente di galleggiare, di rispondere rapidamente e sopravvivere. Questa, sicuramente, è una nostra dote, sia come popolo che come paese».

È un luogo comune finanche banale, ma che proprio per questo contiene un fondo di verità: quando si tratta di improvvisare la soluzione creativa dell’ultimo minuto, ce la caviamo sempre, anche se non saremo dei grandi organizzatori. «Non è la cifra generale del sistema economico italiano, ma comunque ci sono delle eccezioni, le realtà industriali che funzionano e che dimostrano capacità di programmazione, come la Motor Valley in Emilia Romagna o il comparto del digitale che sta sorgendo intorno a Napoli».
C’è un altro passaggio del libro che mi sembra importante citare: “In Italia la qualità della vita resta alta, in alcune città medio-grandi molto alta, il tessuto sociale è ancora solido, non ci sono grandi tensioni etnico-religiose tra la popolazione rispetto ad altri paesi europei e si può godere di tanta bellezza e gusto con poca spesa”. Hai detto poco. In queste righe, per me, è riassunto il 90% di ciò per cui vale la pena vivere. Ogni tanto dovremmo ricordarci che nel nostro paese non si sta così male, quantomeno a livello dei fondamentali.
«Bisogna però fare attenzione a una cosa – avverte il giornalista –, cioè che questo non è un dato immutabile, non è scontato che duri. Se il paese non si darà una mossa, il rischio è che questo giocattolo si rompa. Negli ultimi trent’anni tutti gli indici, dalla crescita alla produttività all’innovazione alla specializzazione del lavoro, non hanno fatto passi indietro, ma sono rimasti fermi. Non c’è stata una vera crisi, nel senso che non stiamo peggio di prima, ma come prima. Gli altri però stanno andando avanti».
Insomma, dopo il lungo viaggio in Italia che lo ha portato a scrivere questo libro, che visione si è fatto, Francesco Maselli, del futuro che ci attende? «Sono preoccupato per la questione demografica, per l’invecchiamento progressivo dell’età media della popolazione italiana. Ma la nostra capacità di superare le difficoltà, quando ci si presentano, mi fa stare un po’ più tranquillo. Forse qualche soluzione la troveremo». Il senso profondo della visione ottimistica, in fondo, penso che sia tutto qui: non nella banalizzazione macchiettistica di un mondo tutto rosa con arcobaleni e unicorni, bensì nella fiducia nelle capacità dell’essere umano di risolvere i problemi. Persino quelli che lui stesso ha generato.










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