La storia di Sari, il biologo che danza con le megattere: “Ora sogno di portarci mia figlia”
Un biologo marino ci racconta la sua esperienza nel Pacifico per studiare le megattere, ascoltare e interpretare i loro “canti” e nuotare con loro, “un’esperienza che demolisce la visione antropocentrica”.
Giovedì 30 aprile 2026: a Taglio di Po, sull’auto di Giada che dal Friuli, via Blablacar, è diretta a Roma, sale un giovane uomo dagli occhi verde-mare. Scenderà tre ore più tardi a Città di Castello, lasciando sospeso nell’abitacolo il profumo dei suoi sogni: ascoltare il canto delle megattere, danzare con loro. Sari Mangia Woods, 35 anni, è un biologo marino e specialista in bioacustica. Vive a Manziana, un paesino sul lago di Bracciano, e gira il mondo per lavoro. Quest’estate il suo desiderio è diventato realtà e in me ha risvegliato la sopita voglia di aprire un file e… raccontare l’«indescrivibile».
Già. Perché incontrare a tu per tu questi enormi mammiferi marini, guardarli e ricevere il loro sguardo, è un’emozione talmente trasformativa che le parole, nemmeno di chi l’ha vissuto in prima persona, riescono ad esprimere. Dal 24 luglio al 24 di agosto Sari è stato a Niue, una piccola isola nel cuore dell’Oceano Pacifico, al largo della quale, durante l’inverno australe, le megattere si fermano a riposare e ad accoppiarsi, dopo una migrazione di 8.000 chilometri dall’Antartide.
Mi sono fatta raccontare la sua storia ed essa mi ha regalato le sue emozioni e una preziosa conferma: i sogni, anche quelli apparentemente impossibili – se coltivati con amore e pazienza – prima o poi si realizzano perché la Creazione non è materia inerte ma piuttosto un campo di coscienza e intelligenza che, sulla base di algoritmi a noi ancora sconosciuti, reciproca con le nostre aspirazioni e desideri.

Come ci sei arrivato all’altro capo del mondo?
Ero parte di una spedizione internazionale associata all’ONG locale Oma Tafua, insieme alla quale abbiamo organizzato due workshop di bioacustica rivolti alla popolazione locale e ad altri ricercatori provenienti da differenti regioni e comunità dell’Oceania. L’obiettivo era spiegare l’utilizzo di varie tipologie di idrofono – che sono microfoni subacquei – e i vari metodi e software disponibili per l’analisi di dati acustici in tempo reale e in fase di analisi di post-acquisizione. Il progetto è stato promosso da Patrick Line, collega esperto di acustica marina, e finanziato da un grant ambientale del governo irlandese rivolto alle piccole isole in via di sviluppo. Insieme a noi c’era anche la dottoressa Nicole Tod, esperta di odontoceti.
A cosa servono questi monitoraggi?
A registrare il paesaggio sonoro marino con il fine di identificare la presenza acustica di una moltitudine di specie in una determinata regione di mare. Le specie che più comunemente vengono monitorate sono i mammiferi marini, quindi balene, delfini e foche, ma anche i pesci – sì, molti pesci emettono suoni! – e, sempre di più, l’inquinamento acustico prodotto dall’essere umano. A Niue, prima di ora, non era mai stata condotta una ricerca acustica di questo tipo, ma c’è ancora tanto da scoprire.
Come vi ha accolto la popolazione?
Gli abitanti dell’isola di Niue, circa 1200, sono persone molto calorose. Per strada c’è l’usanza di salutarsi tra tutti. Se hai un problema ti aprono casa loro e fanno a gara per invitarti a cena. Dopo qualche giorno si conosce quasi ogni singolo abitante e ci si sente in famiglia. Erano curiosi e entusiasti del nostro progetto: ci hanno perfino intervistati sulla televisione nazionale.

Ma tu eri là per le megattere e i loro canti… Com’è nato questo sogno?
Sono appassionato di oceano fin da bambino. Ho iniziato a dedicarmi intensamente allo studio delle canzoni delle megattere a fine 2018, proprio nei mesi in cui stava per nascere mia figlia. Quello studio è stato una bussola nei momenti difficili, un rifugio di bellezza che ho coltivato nel tempo.
Cosa sono esattamente i canti delle megattere?
Sono vocalizzazioni complesse organizzate in una specifica gerarchia di suoni: alla base ci sono le unità – ovvero i singoli suoni prodotti – che, organizzate in sequenza, formano le frasi. La ripetizione di frasi è definita tema, una serie di tre o più temi differenti è definita come una canzone. Le canzoni vengono cantate ripetutamente per periodi molto lunghi: il record a oggi è di 23 ore di fila!
Perché questi cetacei cantano?
Si è osservato che a cantare sono solo i maschi e che lo fanno prevalentemente durante il periodo dell’accoppiamento. Si pensa quindi che le canzoni abbiano una funzione di mediazione tra maschi e nelle interazioni maschio-femmina. Tuttavia, la prova definitiva è al momento ancora mancante. Ma le popolazioni native ne danno un’altra spiegazione…

Quale?
Tra i partecipanti a uno dei nostri workshop c’erano sette ricercatrici aborigene australiane e sono state loro a offrirci un’ipotesi affascinante: i canti delle megattere potrebbero svolgere la stessa funzione delle songlines, le mappe orali usate dagli aborigeni australiani per attraversare il loro continente. Nella cultura aborigena le megattere sono considerate le guide dell’oceano; potrebbero dunque essere le creatrici di mappe acustiche che tracciano le rotte migratorie nell’oceano, tramandando memoria e offrendo orientamento a tutti gli esseri marini.
Questo mi ha fatto riflettere su quanto la scienza a volte cerchi di categorizzare ciò che le culture native comprendono da millenni attraverso la connessione spirituale e l’osservazione sistemica. È da decine di migliaia di anni che gli aborigeni australiani parlano con i cetacei: penso che dovrebbero essere ascoltati con più attenzione.
Le megattere possiedono forme di comunicazione complesse. Cosa ci insegnano sulla coscienza animale?
Cetacei come megattere, capodogli, delfini e orche mostrano livelli di complessità comunicativa e linguistica del tutto paragonabili a quelli umani. Le canzoni delle megattere vengono tramandate tra individui dello stresso gruppo e tra popolazioni differenti: è una vera e propria trasmissione culturale. Oltre alle canzoni ci sono i “suoni sociali”, utilizzati durante i momenti di socialità o nella comunicazione madre-piccolo. Trovarci di fronte a questa ricchezza linguistica demolisce la nostra visione antropocentrica. Ci costringe a riconoscere che non siamo affatto la specie eletta al centro del mondo, ma parte di una realtà cosciente e intelligente molto più vasta.
Raccontami il momento in cui hai realizzato il tuo sogno: l’incontro in acqua e l’ascolto del canto.
È successo proprio l’ultimo giorno prima della partenza. In un mese eravamo usciti a nuotare con le megattere almeno una ventina di volte, ma non le avevamo mai sentire cantare. Quel giorno eravamo andati a fare una nuotata sulla barriera corallina e a un certo punto l’abbiamo sentita. Il suono era nitido e ci ha accompagnato per tutto il tempo che siamo stati in acqua. Era circa a un chilometro di distanza.

Le frequenze emesse dalle megattere rientrano nello spettro udibile dall’orecchio umano. Significa che sotto superficie non servono idrofoni o amplificatori: senti il canto risuonare direttamente nell’acqua. La potenza sonora è immensa. Quando ti trovi sopra o vicino a loro non ti limiti ad ascoltare il suono: lo percepisci fisicamente. È una vibrazione che attraversa il corpo e fa tremare persino lo scafo delle imbarcazioni.
Le hai incontrate a tu per tu? Com’è stato?
Le ho incontrate molte volte durante le uscite in barca, assistiti da una guida che prepara l’incontro. Sono animali enormi che potrebbero spazzarti via con un colpo di coda e non lo fanno. Quando riposano, vengono in superficie per respirare ogni 20 minuti circa, poi si reimmergono a profondità che vanno dai 15 agli 80 metri. Ci si mette a galla, mantenendo una posizione parallela al loro corpo che rispetti distanza e rientri nel loro spazio visivo. E si aspetta. Sono loro che decidono se accettare l’interazione. Se sono curiose, si avvicinano e ti guardano ed è uno sguardo che ti attraversa. Se non sono interessate, semplicemente se ne vanno.
La scienza a volte cerca di categorizzare ciò che le culture native comprendono da millenni attraverso la connessione spirituale e l’osservazione sistemica
Cos’hai provato nell’interazione con loro?
Non è descrivibile, è magia pura. È paragonabile all’incontro con una divinità. È un’esperienza che, come essere umano, ti ridimensiona. Vicino a questi giganti potenti e saggi ti percepisci per quello che realmente sei: piccolo, fragile, una specie tra le altre.
Che cosa ti porti a casa da questa avventura nel Pacifico?
Una lezione di umiltà e ascolto. Per entrare in contatto con la natura serve silenzio, presenza, pazienza e profondo rispetto. Mi porto a casa la bellezza del dialogo tra la ricerca scientifica e le tradizioni indigene. E un luogo a cui tornare.
L’esperienza di questa estate, in un certo senso, chiude un cerchio…
Sì e ne riapre un altro. Sogno di portare a Niue mia figlia: ha 7 anni adesso e custodisco quest’esperienza per lei, nella speranza un giorno di poterla fare insieme.
Vuoi approfondire?
Leggi anche la nostra intervista a Sabina Airoldi, biologa marina ed esperta di cetacei.











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