6 Ottobre 2026 | Tempo lettura: 8 minuti
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L’Arca di Natalia, il santuario sull’Etna che salva gli animali da abbandono e sfruttamento

L’Arca di Natalia è un santuario per animali che, oltre ad accogliere esemplari salvati da situazioni difficili, vuole diffondere una cultura nuova del rapporto con gli altri esseri viventi.

Autore: Salvina Elisa Cutuli
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Mentre chiacchieriamo, Gelsomina sta discutendo con Ciccio. Lei è una maialina in calore, lui un asinello che cerca di avvicinarla. Gelsomina e Ciccio sono solo alcuni degli animali che hanno trovato rifugio all’Arca di Natalia, un santuario alle pendici dell’Etna che accoglie animali provenienti da situazioni di sfruttamento, macellazioni clandestine, detenzione irregolare, abbandono o rinuncia da parte di persone che non vogliono più occuparsene. Siamo a Trecastagni ed è qui che Silvia Clementi, insieme al suo bambino e al compagno Carmine, si prende cura di questi animali. A ispirarla in questa scelta, per nulla semplice, è stata Natalia, la cagnolina con cui ha vissuto per tredici anni e che ha dato il nome al progetto.

«È grazie a lei che ho iniziato a fare volontariato con gli animali e che sono diventata prima vegetariana e poi vegana. All’inizio immaginavo di creare un rifugio per cani, poi il progetto si è allargato fino a comprendere tutti gli animali. La spinta decisiva è arrivata nel 2018, con la morte di Natalia e, poco dopo, quella di mio padre. Due eventi che mi hanno profondamente destabilizzata. Carmine mi ha suggerito di provare a dare un senso a quello che Natalia mi aveva insegnato nei quasi tredici anni trascorsi insieme. Da lì ho trovato il coraggio di cercare un terreno e aprire l’associazione», racconta Silvia. 

Arca di Natalia
Silvia Clementi, fondatrice del santuario l’Arca di Natalia

Ed è così che nel 2021 sono arrivati i primi animali: Zucchero, Cannella e Cloe, due vitelli e una pecorella. Oggi il santuario accoglie circa cento animali. Natalia ha permesso a Silvia di avvicinarsi a un mondo che fino a quel momento conosceva poco. Veniva da una famiglia onnivora in cui c’era rispetto per gli animali, ma da bambina non aveva mai avuto la possibilità di averne in casa e quindi non aveva avuto modo di relazionarsi davvero con loro. Alcune domande, semplicemente, non se le era mai poste.

Un passaggio importante è stato quello dei “Cubi della Verità”, iniziative organizzate nelle piazze da gruppi di attivisti. A Catania, per esempio, venivano realizzate spesso in piazza Università. Attraverso dei monitor veniva mostrato alle persone che passavano ciò che accade negli allevamenti e nelle industrie legate alla produzione di latte, alle pellicce, ai maiali e alle mucche.

«Si trattava di mostrare non soltanto episodi di maltrattamento, ma anche ciò che avviene normalmente nel sistema di allevamento. Molte persone si fermavano, facevano domande, alcune tornavano a casa con nuovi interrogativi, altre preferivano non guardare. Io penso che sia importante raccontare la verità in modo adeguato anche ai bambini. Ho un figlio di quattro anni e mezzo e cerco di spiegargli da dove viene ciò che mangia, lasciandogli poi la possibilità di scegliere», continua Silvia.

Salvare gli animali non è semplice 

Gli animali che oggi il santuario accoglie sono maiali, mucche, capre, pecore, conigli e molti altri. In passato, quando animali di questo tipo venivano trovati senza tracciabilità, la normativa prevedeva spesso l’abbattimento e la distruzione. Oggi, grazie anche alla presenza di associazioni e rifugi, se gli animali sono sani e ci sono strutture disponibili, possono essere trasferiti in un santuario. Nella pratica però non è affatto semplice. Ogni volta è una battaglia molto faticosa per riuscire a portarli in salvo.

Arca di Natalia

Come ci racconta Silvia, una delle principali difficoltà dei santuari riguarda il rapporto con le istituzioni veterinarie. Dall’aprile 2023 i rifugi permanenti e i santuari sono riconosciuti nella Banca Dati Nazionale, mentre prima venivano equiparati agli allevamenti. «Il problema però è anche culturale», denuncia Silvia Clementi. «Molti veterinari pubblici, soprattutto quelli che si occupano di animali cosiddetti da reddito, sono abituati da sempre a lavorare con allevatori e aziende zootecniche. I santuari rappresentano per loro una realtà nuova, con un modo molto diverso di relazionarsi agli animali».

Anche dal punto di vista sanitario ci sono diverse criticità. «I controlli annuali e i prelievi sono ancora organizzati secondo modalità molto simili a quelle previste per gli allevamenti. In presenza di alcune malattie infettive, per esempio, la normativa può prevedere l’abbattimento degli animali. È successo nel 2023 con la peste suina al Rifugio Cuori Liberi, dove venne applicato il principio dello stamping out, cioè l’abbattimento degli animali coinvolti secondo quanto previsto dalla normativa sanitaria», continua Silvia.

Nei santuari questo approccio entra inevitabilmente in conflitto con la loro stessa ragione di esistere. Gli animali vivono inoltre in libertà e anche attività come i prelievi richiedono competenze specifiche. Chi lavora con loro dovrebbe essere formato per interagire con animali che non vivono nelle condizioni tipiche di un allevamento. «Per noi ogni animale è un individuo e non un numero. La rete dei santuari si è battuta molto anche per superare l’uso dei marchi auricolari. Oggi, in alcuni casi, è possibile utilizzare il microchip, come avviene per cani e gatti. Sono piccoli passi, ma segnano un cambiamento importante nel modo in cui questi animali vengono considerati», sottolinea Silvia.

Arca di Natalia
Evento serale all’Arca di Natalia

A queste difficoltà si aggiungono anche quelle economiche. L’Arca di Natalia si estende su un terreno di circa un ettaro e mezzo, «acquistato ipotecando la casa in cui vivevamo prima. Successivamente l’abbiamo venduta, abbiamo estinto il mutuo e ora viviamo direttamente qui, nel terreno del rifugio. Avevamo valutato anche la possibilità di utilizzare terreni confiscati alla mafia, ma nella pratica è molto difficile. Spesso gli spazi disponibili sono lontani, per esempio nella Piana di Catania, e per noi sarebbero complicati da gestire anche dal punto di vista della sicurezza degli animali. Qui invece viviamo direttamente accanto al santuario, possiamo controllare e seguire gli animali continuamente».

A differenza di canili e gattili, che possono ricevere contributi pubblici, i santuari per animali cosiddetti da reddito non ricevono finanziamenti analoghi. Pur essendo riconosciuti nella Banca Dati, non percepiscono sovvenzioni pubbliche per il mantenimento degli animali. «Andiamo avanti grazie alle donazioni, al 5 per mille, a Teaming, che permette di donare un euro al mese, al nostro shop e agli eventi di beneficenza. Soprattutto nel Sud Italia, però, raccogliere fondi è molto difficile».

Qualche preside si lamenta perché poi i bambini tornano a casa e non vogliono più mangiare carne. Ma io non posso raccontare bugie

Silvia ci spiega che alcuni rifugi più conosciuti riescono ad avere una maggiore capacità di raccolta, ma in generale le donazioni restano comunque inferiori alle spese necessarie. «Qui organizziamo anche eventi, soprattutto durante la bella stagione, per far conoscere il santuario e incontrare persone che non sono necessariamente vegane. Per noi la divulgazione serve proprio a questo, non avrebbe senso parlare soltanto con chi condivide già le nostre stesse scelte».

Volontariato significa costruire una relazione 

Anche il volontariato ha un ruolo importante, ma Silvia tiene a sottolineare che non può essere occasionale. Ai volontari viene chiesta una presenza almeno settimanale, proprio perché è necessario costruire una relazione di fiducia con gli animali, imparare a conoscerli e capire quando qualcosa non va. «Abbiamo tre volontari che vengono la domenica e una volta al mese organizziamo anche un workday, ma abbiamo bisogno di persone. Per essere davvero di aiuto bisogna conoscere gli animali, capire come stanno, accorgersi se c’è qualcosa che non va. E per questo serve continuità».

Arca di Natalia
Una visita didattica al santuario

Accanto alla cura quotidiana ci sono poi le attività aperte al pubblico. L’11 ottobre per esempio è in programma una giornata che comprende anche yoga, visita agli abitanti del rifugio e pranzo: occasioni che permettono di far conoscere il santuario e allo stesso tempo di sostenerlo economicamente. L’obiettivo è anche intercettare persone che arrivano per un’attività specifica e che, senza quell’occasione, probabilmente non sarebbero mai entrate in contatto con il progetto. Durante l’inverno le attività continuano con proiezioni di film, incontri nelle scuole e la possibilità di venire direttamente al santuario per conoscere gli animali.

Un luogo per cambiare sguardo 

Ed è proprio il rapporto con i più piccoli uno degli aspetti a cui Silvia tiene di più. «Qualche preside si lamenta perché poi i bambini tornano a casa e non vogliono più mangiare carne. Ma io non posso raccontare bugie. I bambini hanno spontaneamente una forte empatia, che poi cambia crescendo, nei confronti degli animali e della natura». Per Silvia luoghi come l’Arca di Natalia, ancora troppo pochi, hanno un valore che va ben oltre il salvataggio degli animali, sono spazi con una forte funzione etica, culturale ed educativa.

«Molti bambini non conoscono davvero questi animali, non sanno come vivono, come comunicano, che carattere hanno. Crescono con l’idea che gli animali servano a noi. Per questo credo che questi luoghi meritano tutela e rispetto e che vadano aiutati». Il santuario prova a proporre un’altra relazione. Eppure, secondo Silvia, sono ancora poche le persone che comprendono fino in fondo il senso di esperienze come questa: non soltanto rifugi in cui mettere al sicuro gli animali, ma luoghi in cui provare a cambiare il modo in cui guardiamo gli altri animali e, forse, anche il modo in cui impariamo a stare in relazione con loro.

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