5 Novembre 2026 | Tempo lettura: 7 minuti

Dentro il carcere, la lettura diventa un esercizio di libertà e immaginazione

Nel carcere di Caltagirone, un laboratorio di lettura condivisa diventa uno spazio di dialogo e confronto. Attraverso i libri, gli studenti imparano a riconoscere i propri pregiudizi, sviluppare il pensiero critico e immaginare nuove possibilità per il futuro.

Autore: Salvina Elisa Cutuli
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Nel carcere di Caltagirone durante l’ora di lettere gli studenti si siedono in cerchio, leggono insieme e imparano ad ascoltarsi. Una pratica educativa che parte dai libri per lavorare sull’empatia, sul pensiero critico e sulla possibilità di immaginare altre strade. «Se pensiamo alla geometria del cerchio ci rendiamo conto che non ha un vertice, non è una piramide, è uno spazio che tutti hanno il diritto di abitare democraticamente».

È da questa immagine che Paola Affettuoso comincia il suo racconto sul laboratorio di lettura condivisa che conduce nella casa circondariale di Caltagirone, in provincia di Catania, dove insegna lettere da otto anni. La sua esperienza offre l’occasione per affrontare il tema da un’altra prospettiva, quella dell‘educazione degli adulti all’interno di un carcere. Un luogo che dovrebbe avere soprattutto una funzione rieducativa e in cui imparare ad ascoltare, esprimere le proprie idee e confrontarsi con quelle degli altri assume un significato particolare.

La scuola dell’istituto penitenziario di Caltagirone è organizzata in due indirizzi professionali – agrario e alberghiero – e accoglie studenti di età diverse, dai diciottenni fino a persone molto più adulte. Il ricambio è frequente perché molti detenuti possono lasciare l’istituto prima di completare il percorso. «Noi docenti siamo prima di tutto educatori», racconta Paola, che è insegnante di lettere.

«Sin dall’inizio mi sono chiesta come poter attivare una didattica inclusiva che avesse senso per persone adulte o molto giovani, spesso provenienti da contesti deprivati, in cui le competenze e soprattutto il pensiero critico possono essere compromessi». La didattica frontale, dal suo punto di vista, rischiava di non riuscire a coinvolgere gli studenti. Per questo ha scelto di partire dai libri, trasformando la lettura in un’occasione di confronto.

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Il cerchio come pratica democratica

Il laboratorio si basa su poche regole da rispettare con rigore: stare seduti in cerchio, prenotare il proprio intervento, aspettare il turno, ascoltare e non giudicare. «Tutti hanno diritto di parola, ma nessuno ha il diritto di giudicare l’altro», sottolinea Paola. Una regola apparentemente semplice che nel gruppo diventa spesso una delle più difficili da rispettare. Emergono infatti atteggiamenti di aggressività, anche passiva, e la tendenza a difendere le proprie posizioni senza ascoltare davvero quelle altrui. È qui che entra in gioco la differenza tra dibattito e dialogo. Nel primo, ciascuno cerca soprattutto di sostenere la propria posizione. Il dialogo invece richiede la disponibilità a cambiare idea, riconoscendo il valore di ciò che l’altro sta dicendo.

Alla base della metodologia applicata c’è la P4C, una pratica di dialogo filosofico ideata a metà degli anni ’70 dal filosofo americano Matthew Lipman insieme ad Ann M. Sharp, con l’obiettivo di trasformare la classe scolastica in una comunità di ricerca. Oggi viene applicata anche agli adulti e alle comunità per stimolare domande, riflessioni e pensiero critico. Il libro diventa così il punto di partenza di un percorso che coinvolge le relazioni all’interno del gruppo. Le letture vengono scelte anche in funzione degli argomenti sui quali si decide di lavorare.

Studiare serve anche a questo, a capire che nella vita ci sono più possibilità, più strade

Quest’anno, per esempio, Paola sta pensando di leggere Uomini e topi di John Steinbeck. Attraverso il lavoro quotidiano, osserva soprattutto una maggiore capacità di stare insieme e di partecipare secondo modalità che si avvicinano a una pratica democratica. Non dispone di misurazioni standardizzate dei cambiamenti, ma cerca di capire se qualcosa si modifica nell’attenzione, nell’affettività e nel modo di rapportarsi agli altri. A volte il risultato è semplicemente una convinzione che comincia a vacillare. «Già il dubbio è un successo», dice.

Leggere per mettersi nei panni degli altri

Uno dei riferimenti teorici di Paola Affettuoso è Umberto Eco, in particolare la sua riflessione sulla possibilità, attraverso la lettura, di vivere esperienze diverse dalla propria. Il suo interesse riguarda soprattutto l’educazione affettiva e l’empatia. Leggere un romanzo significa entrare nelle vite dei personaggi, confrontarsi con sentimenti, decisioni e situazioni che possono essere molto lontani dalla propria esperienza.

È un lavoro che punta anche sviluppare la capacità di riconoscere i propri pregiudizi. La docente racconta che spesso gli studenti riescono a identificarsi facilmente con chi appartiene al loro ambiente – per esempio un compagno di detenzione –, mentre incontrano maggiori difficoltà a comprendere il punto di vista di un poliziotto o di una persona esterna al carcere. «Non possiamo limitarci a pensare che gli altri abbiano dei pregiudizi nei nostri confronti, senza riconoscere che anche noi possiamo averne nei loro. Se la stessa cosa viene detta da un compagno di cella, da un vicino di casa, da un poliziotto o da un professore, perché dovremmo reagire in maniera diversa?», è la riflessione che Paola condivide con i suoi allievi.

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Una riflessione che allarga anche gli insegnanti, chiamati a interrogarsi sul proprio modo di vivere la scuola e la relazione educativa. Per Paola il lavoro pedagogico va oltre la trasmissione delle competenze e comprende necessariamente la dimensione affettiva. Da qui nasce anche la sua attenzione verso temi che possono risultare difficili da affrontare o sui quali continuano a esistere tabù e resistenze, come nel caso dell’educazione affettiva e sessuale a scuola.

Mettere in discussione le proprie certezze

Ma è proprio questo approccio che ha permesso anche di poter parlare di mafia all’interno delle lezioni del laboratorio di lettura. Inizialmente alcuni studenti evitavano le attività scolastiche dedicate alle giornate della memoria perché non ne condividevano il significato. Due anni fa, attraverso la lettura di Domani c’è scuola, il libro in cui Antonella Di Bartolo racconta la sua esperienza alla guida dell’Istituto comprensivo Sperone-Pertini di Palermo, il laboratorio ha affrontato direttamente la questione. Gli studenti hanno anche incontrato l’autrice, confrontandosi con lei sulle vicende raccontate nel testo.

«Durante l’incontro sono emerse posizioni molto distanti. Alcuni studenti sostenevano, per esempio, che le persone considerate mafiose difendessero la scuola, riconoscendone l’importanza per i propri figli e per le proprie famiglie. L’autrice/preside ha potuto discutere direttamente con loro, richiamando gli episodi descritti nel libro e invitandoli a guardare la questione da un altro punto di vista. L’obiettivo non era ottenere un accordo, ma rendere possibile una discussione che fino a quel momento era stata difficile anche soltanto da avviare», sottolinea Paola. Ed è così che la lettura condivisa diventa anche uno strumento per affrontare questioni che attraversano la vita degli studenti e il contesto sociale da cui provengono.

L'Uomo che Piantava gli Alberi
L’Uomo che Piantava gli Alberi
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La possibilità di immaginare altre strade

Accanto alla riflessione e al confronto, il laboratorio lavora su competenze fondamentali come leggere, comprendere e riscrivere un testo. Molti studenti arrivano con difficoltà nella scrittura e nella comprensione, nonostante abbiano già conseguito la licenza media. La lettura viene spesso svolta ad alta voce e diventa esercizio di libertà e immaginazione. È accaduto, ad esempio, durante la lettura del libro, L’uomo che piantava gli alberi di Jean Giono. Al termine di uno degli incontri, uno studente ha condiviso la propria emozione: «Ma lo sa che aveva ragione? Io in queste ore ero nel bosco, non ero qua».

L’immaginazione, del resto, è uno degli aspetti sui quali Paola insiste maggiormente. Chi cresce in contesti segnati da difficoltà sociali, economiche e familiari può avere meno strumenti per pensare a possibilità diverse da quelle che conosce. E la scuola, secondo lei, dovrebbe contribuire proprio a costruire quegli strumenti, dentro e fuori dal carcere. «Studiare serve anche a questo, a capire che nella vita ci sono più possibilità, più strade. Se hai gli strumenti per pensarle e immaginarle, puoi anche provare soluzioni diverse. La lettura non cancella le difficoltà della realtà, né le condizioni nelle quali una persona si trova a vivere. Può però offrire parole, esperienze e punti di vista che prima non facevano parte del proprio orizzonte», conclude Affettuoso.

E, in questo caso, significa anche poter immaginare una vita diversa che non sia necessariamente condizionata dal proprio passato, dai pregiudizi e dalle aspettative degli altri o da un’identità costruita sulla base dei ruoli che si è imparato a interpretare. Una vita in cui sia possibile riconoscere altre strade, anche quando si è cresciuti conoscendo un’unica realtà.