5 Novembre 2026 | Tempo lettura: 5 minuti
Ispirazioni / Il punto di rugiada

Il giardiniere custode: osservare, proteggere, raccontare

Stefano Passerotti racconta cosa significa per lui essere giardiniere: un mestiere tramandato da quattro generazioni, che unisce la cura dei luoghi alla responsabilità di condividere ciò che la natura ci insegna.

Autore: Stefano Passerotti
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Provengo da una famiglia di giardinieri fiorentini. Sono la quarta generazione e sono cresciuto condividendo con la mia famiglia la passione per il verde, una passione che è diventata anche il mio lavoro. Nel tempo ho cercato di capire la natura in una maniera diversa. A partire dal 1997, in particolare, ho iniziato a prestare maggiore attenzione ai suoi colori, ai suoi movimenti, a quei messaggi che spesso passano inosservati.

Ho cercato un dialogo, un modo di stare accanto alla natura, qualche volta anche un passo indietro, lasciando a lei lo spazio per esprimersi. Questo percorso mi ha portato a riflettere sul significato stesso del mio mestiere. Oggi, se qualcuno mi chiedesse che cos’è un giardiniere, risponderei con una parola: custode.

Custodire significa anche raccontare

Mi piace molto questa parola. Era utilizzata anche in passato, da grandi giardinieri e paesaggisti che hanno lasciato un segno importante nei giardini storici italiani. Alcuni avevano imparato il mestiere direttamente dalle proprie famiglie, attraverso l’esperienza e il lavoro quotidiano. Un custode conosce il luogo di cui si prende cura, osserva come cambiano le piante, riconosce le stagioni, comprende quando è il momento di intervenire e quando è meglio lasciare che la natura segua il proprio corso.

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Ma per me custodire significa anche trasmettere ciò che si è imparato. Nella mia vita ho avuto la possibilità di osservare, sperimentare, toccare con mano, ho imparato molto dalle piante, dai giardini e dalle persone che mi hanno preceduto. Credo che questa conoscenza debba essere condivisa.

Ci sono cose che molti di noi hanno smesso di vedere: passiamo accanto a una pianta senza riconoscerla, calpestiamo la terra senza chiederci che cosa accade sotto i nostri piedi, pensiamo di fare bene intervenendo continuamente, mentre a volte proprio quell’intervento crea una difficoltà. Il giardiniere quindi può e forse deve aiutare le persone a vedere ciò che normalmente sfugge. Lo può fare raccontando il valore di una pianta spontanea, spiegando perché un terreno va rispettato, mostrando come un giardino possa vivere seguendo i propri ritmi e facendo un lavoro di divulgazione.

Seminare conoscenza

Negli ultimi anni c’è una parola che utilizzo sempre più spesso: seminare. Seminare per me significa certamente mettere un seme nella terra, ma anche condividere quello che ricevo dalla natura. È ciò che cerco di fare quando parlo con le persone, quando progetto un giardino o partecipo a un incontro pubblico. Quello che ho imparato attraverso l’esperienza può diventare utile ad altri. Penso, per esempio, al nostro rapporto con la terra: abbiamo perso l’abitudine di toccarla, di riconoscerne il profumo, di sentirne la consistenza.

Dopo quattro generazioni di giardinieri, sento che una parte importante del mio lavoro è proprio questa: seminare ciò che ho imparato

Eppure basta prendere una manciata di terra tra le mani per cominciare a comprendere qualcosa del luogo in cui siamo. Mi capita spesso di guardarmi le mani dopo aver lavorato. Sono mani che hanno toccato la terra per tanti anni. La terra lascia dei segni, entra sotto le unghie, ma per me quelle mani non solo non sono “sporche” ma raccontano una relazione che dura da una vita. Anche questo è qualcosa che vorrei trasmettere: il piacere di conoscere la natura attraverso l’esperienza diretta.

Un giardino può raccontare un pensiero

Questa volontà di condividere mi ha accompagnato anche nel lavoro internazionale. Dal 2003 partecipo ai Flower Show, manifestazioni in cui giardinieri, paesaggisti e progettisti sono invitati a realizzare giardini all’interno di spazi delimitati. La prima esperienza è stata a Birmingham, poi sono arrivate altre occasioni, dal Chelsea Flower Show a Hampton Court, fino al Giappone e al Singapore Garden Festival.

Ho sempre trovato affascinante la possibilità di raccontare un pensiero attraverso un giardino. In questi eventi hai uno spazio preciso e un tempo limitato per realizzarlo. A volte cento metri quadrati, a volte di più. Devi scegliere le piante, lavorare con il luogo e costruire qualcosa che, una volta concluso, sembri essere cresciuto naturalmente. È una sfida che richiede preparazione, ma offre anche una possibilità straordinaria di comunicazione.

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Il giardiniere Stefano Passerotti al Singapore Garden Festival

Quando progetto uno di questi giardini, cerco di portare un messaggio sul rapporto tra essere umano e natura. Le piante, la disposizione degli elementi e il modo in cui il visitatore attraversa lo spazio diventano parte di un racconto. A Singapore, per esempio, ho potuto portare questo pensiero davanti a un pubblico internazionale. Un messaggio che nasce dalla mia esperienza quotidiana di giardiniere può così raggiungere persone che vivono dall’altra parte del mondo. È uno degli aspetti che mi rendono più felice del mio lavoro: avere la possibilità di far circolare una diversa cultura del verde.

Essere custodi del luogo in cui viviamo

La responsabilità di custodire la natura riguarda anche il rapporto con i luoghi quotidiani. Penso ai giardini pubblici, ai parchi storici, agli alberi che incontriamo lungo una strada. Sono spazi che condividiamo con altre forme di vita e che meritano conoscenza e rispetto. Quando mi trovo in un parco, mi piace osservare ciò che cresce spontaneamente: una fioritura di crocus, dei ciclamini naturali, alberi che vivono nello stesso luogo da decenni.

Sono presenze che raccontano la capacità della natura di trovare un proprio equilibrio. Il nostro compito è imparare a riconoscerlo e a prendercene cura. Dopo quattro generazioni di giardinieri, sento che una parte importante del mio lavoro è proprio questa: seminare ciò che ho imparato, affinché altre persone possano raccoglierlo, farlo crescere e trasmetterlo a loro volta.

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