Torna il pericolo nucleare: l’allarme arriva dai popoli del Pacifico, bombardati per 50 anni
Il 30 marzo, giornata in ricordo delle vittime del nucleare, durante un summit alla isole Figi è stato lanciato un allarme sul pericolo nucleare a pochi giorni dall’inizio dei lavori per il rinnovo del trattato di non proliferazione.
Nel corso di cinquant’anni, dal 1946 al 1996, tre potenze nucleari occidentali – Stati Uniti, Francia e Regno Unito – hanno lanciato più di 300 bombe nucleari nell’Oceano Pacifico per testarle. Per decenni si è consumato un disastro umano e ambientale senza precedenti poiché quelle bombe hanno devastato l’ambiente pacifico e determinato un aumento vertiginoso dell’incidenza di malattie mortali e malformazioni genetiche sui popoli che abitano quelle aree.
“Hanno scelto quelle isole perché erano lontane e le popolazioni locali non avevano il potere di comunicare il loro dolore. La loro voce non è mai arrivata fino a noi durante quegli esperimenti. Quella è stata una Zona di Sacrificio. Le isole più colpite sono state le Isole Marshall, dove gli Stati Uniti hanno condotto i test più distruttivi. Poi la Polinesia Francese, dove la Francia ha continuato a far esplodere bombe fino al 1996. E poi Kiribati e alcune zone dell’Australia (test britannici)”, scrive PeaceLink, storico megafono del movimento pacifista e antinucleare.
Come sottolinea PeaceLink, migliaia di persone hanno sviluppato tumori alla tiroide, leucemie e altri tipi di cancro. Molte donne hanno avuto aborti spontanei o hanno partorito bambini con malformazioni. Molte comunità – come quella dell’atollo di Bikini, colpito da una bomba 1000 volte più potente di quella che cadde su Hiroshima – sono state costrette a lasciare le loro isole con la promessa di poterci ritornare, ma non è mai successo e questo ha causato la perdita di identità e cultura. Anche l’ambiente è stato devastato. Un esempio? Sulle Isole Marshall c’è il Runit Dome, una cupola di cemento costruita sopra un cratere pieno di detriti radioattivi. Il cemento è lesionato e il mare si sta alzando a causa del cambiamento climatico.
Il 30 marzo scorso a Suva, capitale delle Figi, i rappresentanti delle isole contaminate dai test nucleari si sono ritrovati e, durante un summit, hanno elaborato e presentato quattro richieste: più aiuti per la salute delle popolazioni esposte; la bonifica dei luoghi contaminati; un riconoscimento ufficiale e un risarcimento dei danni; un controllo indipendente della radioattività. Tutto questo mentre il pericolo nucleare sta prendendo di nuovo corpo e il grido d’allarme dei popoli pacifici vuole puntare l’attenzione proprio su questo.
Il 27 aprile infatti si apriranno a New York, presso la sede delle Nazioni Unite, le trattative per il rinnovo del TPNW, il trattato per la proibizione delle armi nucleari, il primo trattato internazionale legalmente vincolante per la completa proibizione delle armi nucleari. Attualmente 75 Stati hanno firmato e ratificato il trattato mentre altri 25 lo hanno solo firmato. L’Italia non è fra essi ed è in atto un’intensa campagna da parte delle organizzazioni della società civile – coordinate da Senzatomica e Rete Italiana Pace Disarmo – per chiedere al Governo di aderire e prendere una posizione in merito al pericolo nucleare.
Il TPNW è oggi un passaggio di cruciale importanza, dopo che – il 5 febbraio del 2026 – è scaduto il New Start, l’ultimo Trattato di riduzione delle armi strategiche stipulato fra Russia e Stati Uniti, che rappresentava l’unica struttura bilaterale di controllo degli armamenti nucleari dei due Paesi, che insieme controllano circa l’87% delle armi nucleari mondiali. “il TPNW è probabilmente l’unica speranza rimasta” per scongiurare il pericolo nucleare, fa notare PeaceLink. “L’accordo cardine è basato su tre pilastri: non proliferazione, disarmo nucleare e uso pacifico dell’energia atomica. Un nuovo fallimento della Conferenza di riesame all’ONU potrebbe innescare una crisi difficile da fermare, mettendo a rischio la sicurezza di tutti“.






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