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15 Maggio 2026
Podcast / Io non mi rassegno

Il futuro fragile della sanità sarda – Rassegna stampa sarda settimanale

La crisi della sanità sarda, i corridoi universitari e le altre notizie nella rassegna stampa 100% sarda commentata dalla redazione di Sardegna Oltre la Cronaca.

Autore: Lisa Ferreli - Sardegna Oltre
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L'articolo si trova in:

Trascrizione episodio


Che la sanità in Sardegna non goda di buona salute ormai è cosa nota e soprattutto ribadita quotidianamente. Guardando alla stampa, non c’è un giorno in cui tra i quotidiani sardi non ci sia una notizia che riguardi malasanità, tagli alle risorse, scioperi o lamentele per quanto riguarda la gestione politica del diritto alla salute. In settimana ad esempio c’è stata la richiesta arrivata dal sindacato dei medici Cimo Sardegna di riapertura dei posti letto ortopedici mancanti – attualmente infatti l’area vasta di Cagliari secondo quanto riporta il sindacato soffre di una carenza stimata di circa 40 posti letto di Ortopedia e Traumatologia, situazione che incide quotidianamente sulla gestione delle urgenze traumatologiche, ma anche su sovraffollamento dei Pronto soccorso e sui tempi di ricovero.

Ci sono poi le questioni da un lato politiche dall’altro partitiche, con l’opposizione di centrodestra che in regione continua il suo pressing su una presidente che non intende per adesso lasciare l’interim della Sanità, e il Partito Democratico che ha di recente alzato il tiro trasformando il disagio dei territori in un dossier che sembra di guerra. Secondo i dati dem (leggo da bell’articolo della giornalista Marzia Piga che fa il punto sulla situazione su CagliariToday, lo metto tra le fonti nel nostro sito) la Sardegna detiene un triste primato nazionale: 270mila sardi hanno rinunciato definitivamente alle cure. La rete territoriale poi è polverizzata: 500mila cittadine e cittadini sono privi del medico di base e ci sono 496 sedi vacanti nella medicina generale, con un’emorragia costante di 100 medici l’anno.

Anche l’accesso alle prestazioni è un terno al lotto: il sistema Cup riesce a fornire una risposta puntuale solo a una persona su quattro. E c’è poi il flop del bando per la medicina generale, dove gli incentivi per le “sedi disagiate” non hanno funzionato. Leggo da Unione Sarda che riporta infatti come per 496 posti complessivi da coprire, le domande sono state 70, la maggior parte per Cagliari e Sassari. Per questo la Federazione Italiana Medici di Medicina Generale proclama lo stato d’agitazione: «Servono nuovi modelli organizzativi». Mentre parallelamente, a crescere è anche l’allarme per la nuova apertura di case e ospedali di comunità, prevista entro giugno. In merito, quello che chiedono i sindacati è infatti «chi ci andrà a lavorare? Mancano personale e organizzazione».

Quella delle case e degli ospedali di comunità è una questione centrale sia nelle cronache che dal punto di vista proprio del presente e del futuro dell’accesso al diritto alla salute in Sardegna, questione che si intreccia al tema dei fondi PNRR. In campo ci sono infatti oltre 100 milioni di euro per 50 case e 13 ospedali di comunità e le risorse, la cui spesa va rendicontata entro l’estate, sono state riprogrammate dalla Regione privilegiando i progetti più vicini alla chiusura e quello che in settimana ha assicurato Todde è che “La Sardegna non perderà neppure un euro dei fondi del Pnrr destinati alla sanità”.

Quella delle case di comunità quindi non è solo una questione tecnica o burocratica, ma riguarda molto concretamente il modo in cui immaginiamo — e organizziamo — il diritto alla salute nei territori. Per questo prima di chiudere questo primo punto con gli aggiornamenti a tema sanità vi lascio al contributo del medico, scrittore ed ex assessore agli Affari generali nella giunta Soru, Massimo Dadea, al quale abbiamo chiesto di spiegarci meglio cosa sono le case di comunità e perché vengono considerate così importanti per il futuro della sanità pubblica

Chiudiamo ora come sempre con una buona notizia perché in settimana in sardegna è iniziato l’arrivo di 17 dei 72 studenti e studentesse palestinesi giunti grazie a un’operazione di realizzazione dei corridoi universitari che coinvolge 21 atenei. Noi ne abbiamo parlato mesi fa raccontando come tra le parole che danno forma alle cronache del genocidio in corso in Palestina c’è il termine “scolasticidio”. Cosa significhi l’ha spiegato di recente Altreconomia: scolasticidio “è la distruzione del futuro e della speranza dei giovani”.

Un’azione quindi che va oltre l’annientamento dei luoghi della conoscenza, mirando in maniera sistemica alla cultura stessa e alla sua possibilità di trasmissione. In merito rapporto già di luglio 2025 delle Nazioni Unite parlava chiaro: il 97% degli edifici scolastici di Gaza risulta distrutto o danneggiato. Mentre che “ogni università a Gaza è stata distrutta” UNICEF lo riportava già ad aprile 2024. Una distruzione che però non riguarda solo i luoghi, ma anche le persone; intere generazioni di studenti e studentesse di ogni ordine e grado impossibilitati a conoscere e le facoltà a cui erano iscritte le persone arrivate in Sardegna da Gaza sono infatti state devastate dalle forze israeliane.

L’aeroporto di Alghero ha accolto in settimana nove persone palestinesi che proseguiranno la loro carriera accademica presso l’Università degli Studi di Sassari mentre otto saranno accolti dall’università di Cagliari. Il loro percorso sarà sostenuto concretamente attraverso borse di studio co-finanziate dagli atenei, dall’Ersu e dalla Regione Sardegna. L’iniziativa è promossa dal programma Iupals (Italian Universities for Palestinian Students), coordinato dalla Conferenza dei Rettori (Crui) insieme ai Ministeri degli Esteri e dell’Università. Una buona notizia come dicevo all’inizio, ma che si inserisce dentro una cornice profondamente amara: mentre questi studenti e studentesse arrivano in Sardegna per poter continuare il proprio percorso di studi, nei territori palestinesi il genocidio continua, insieme alla distruzione di scuole, università, conoscenza e futuro. Che l’accoglienza allora coincida anche col non smettere di guardare ciò che sta accadendo. Palestina libera.

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