Stabilicum: i problemi della nuova legge elettorale – 9/10/2026
Approvata in via definitiva la nuova legge elettorale; si è più che dimezzata la colonia di pinguini dell’isola di Zavodovski; è morta a Madrid Maricarmen Abascal, simbolo della lotta per il diritto alla casa.
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Fonti
#LeggeElettorale
Il Post – È stata definitivamente approvata la nuova legge elettorale
Il Post – Lo “Stabilicum” rischia di portare molta instabilità politica
Il Manifesto – Legge elettorale, le firme quadruplicate e la realtà: mai così poche liste in 50 anni
Domani – Il Melonellum è legge: 227 Sì a scrutinio segreto. Schlein: «Cambiate la legge perché avete paura»
Lista Civica Italiana – La legge elettorale riguarda tutte le persone e influenza grandemente la qualità della nostra vita
#Pinguini
L’Indipendente – La colonia di pinguini più grande al mondo è diminuita di due terzi
#Maricarmen
Il Manifesto – Morta Maricarmen, simbolo della lotta in Spagna. Sarà sciopero generale
Trascrizione episodio
Ieri la Camera ha approvato in terza lettura, in via definitiva, la riforma della legge elettorale con 227 sì e 164 no. E quindi da ieri l’Italia ha una nuova legge elettorale. Quindi salutiamo il Rosatellum, quello con cui abbiamo votato nel 2022 e da oggi abbiamo il Melonellum o Stabilicum, su questo la stampa si divide.
È stato un percorso abbastanza incidentato quello che ha condotto all’approvazione di questa legge, e lo vorrei ripercorrere brevemente perché secondo me ci da uno spaccato interessante di come funziona la macchina politica.
Il testo è stato presentato alla camera già a febbraio e approvato prima della pausa estiva, il 16 luglio. In quel primo passaggio era successo però un mezzo incidente per il governo, che – come si dice in gergo – era andato sotto su un emendamento proposto da FdI. L’emendamento in questione era quello, voluto fortemente da Meloni, che introduceva le preferenze.
Preferenze che nel testo presentato a febbraio non c’erano: si votava su liste bloccate, con l’ordine degli eletti deciso dai partiti. Quindi l’elettore votava il partito, e il partito decideva chi candidare.
Qui entra in scena Roberto Vannacci, scheggia impazzita a destra della maggioranza, capace di influenzare dall’esterno il governo. Vannacci ha fatto delle preferenze la sua bandiera, ha iniziato a pubblicare vecchi video del 2014 e del 2019 in cui Meloni si diceva a favore, accusando la premier di guidare un’alleanza che in realtà non le vuole e di voler lasciare il potere alle segreterie di partito.
Così Meloni, che le preferenze le avrebbe anche volute fin da subito ma aveva ceduto a Lega e FI, si impunta e dice di reintrodurle nella legge con un emendamento, trovando un compromesso: capilista bloccati (quindi scelti dai partiti) e fino a tre preferenze. Ma in aula la maggioranza si spacca e nel voto a scutinio segreto l’emendamento viene bocciato per un solo voto, 188 a 187.
Poi la legge arriva al Senato, dove il voto segreto non c’è, l’emendamento viene riproposto e qui passa. In Senato succedono anche altre cose: il tetto massimo di seggi raggiungibili con l’aiuto del premio di maggioranza scende da 230 deputati e 114 senatori a 220 e 113, per evitare che una maggioranza arrivi al 60% e possa eleggere da sola organi di garanzia come il presidente della Repubblica. A tempo stesso però aumentano le firme per chi non è in Parlamento, che salgono da 1.500 a 6mila.
Insomma, se mettete in fila tutte queste modifiche, vedete che ognuna risponde a un problema politico preciso: tenere unita la coalizione, rispondere a un concorrente che cresce e così via, adattarsi al contesto politico che muta. Insomma, nel sistema attuale le leggi sono il frutto di una serie di fattori e pressioni che non hanno molto a che fare con il senso delle cose.
Detto ciò, abbiamo già parlato diverse volte di come funzionerà questa nuova legge elettorale, quindi non mi ci soffermo troppo. Però un ripasso va fatto.
Innanzitutto spariscono i collegi uninominali. Con il Rosatellum circa un terzo dei parlamentari veniva eletto nei collegi con sistema maggioritario; con la riforma questa componente scompare del tutto e si passa a un sistema completamente proporzionale.
Viene però introdotto un premio di maggioranza molto ampio, che è il cuore della legge, e che secondo alcuni è anche la parte più problematica. Anche se come abbiamo visto è stato leggermente ridimensionato nel passaggio al Senato, resta il fatto che se un partito o una coalizione raggiunge il 42% dei voti validi sia alla Camera sia al Senato vengono assegnati ulteriori 70 seggi alla Camera e 35 al Senato, fino a un massimo di 220 deputati e 113 senatori. Se non succede, si applica un proporzionale puro, senza alcun correttivo maggioritario, e non è previsto il ballottaggio.
Poi, tornano le preferenze, ma a metà. Le liste sono di sette candidati: il capolista resta bloccato, e per gli altri sei si possono esprimere fino a tre preferenze, che devono riguardare candidati di sesso diverso. Mentre, e questo è un discreto controsenso, la legge non prevede l’alternanza di genere tra i capilista, cioè proprio tra quelli che hanno le maggiori garanzie di essere eletti. Alcuni giornali hanno fatto delle stime secondo cui, alla fine, la quota dei parlamentari eletti veramente dagli elettori oscillerebbe tra il 35 e il 45 per cento. Quindi preferenze per modo di dire.
Poi c’è il tema del premier, ovvero le liste e le coalizioni devono indicare la persona che intendono proporre come presidente del Consiglio, ma il premier non viene eletto direttamente – bisognerebbe cambiare la Costituzione per farlo – e il potere di conferire l’incarico resta ovviamente al Capo dello Stato.
Tutte queste cose messe assieme hanno fatto parlare alcuni critici di premierato mascherato. Di un modo per andare verso una specie di premierato ma senza passare dalla modifica della Costituzione, che sappiamo essere compito arduo per qualsiasi maggioranza.
Poi ci sono alcune novità più tecniche. E in particolare c’è il tema delle firme, che è passato un po’ in sordina ma merita un discorso a parte.
Considerate che per presentarsi alle elezioni, un partito che non è già in Parlamento deve raccogliere un certo numero di firme in ogni collegio. Con la nuova legge quel numero sale da 1.500 a 6mila per collegio. Quadruplicato, insomma. Il Senato ha anche bocciato un emendamento delle opposizioni per raccogliere le firme in modalità digitale; in caso di voto anticipato il numero scende alla metà ma è comunque un numero enorme.
Michele Gambirasi sul Manifesto dedica a questo unico punto un articolo interessante. Perché il governo ha giustificato la misura sostenendo che serva a limitare le cosiddette “liste civetta”, ovvero i piccoli partiti che non arrivano alla soglia del 3% e – nell’ottica della maggioranza – disperdono voti. Ma Riccardo Magi di +Europa, in Aula, è andato a guardarsi i dati storici dal 1948 in poi e ha trovato che nel 2022 sulle schede c’erano 23 simboli, e oltre la metà ha poi avuto una rappresentanza in Parlamento. Per trovare un numero più basso bisognava tornare al 1976, quando erano 21, e il trend è in discesa da anni: le liste erano 67 nel 1994, 47 nel 2013, 28 nel 2018. Quindi non sembra esserci un problema da risolvere.
Magi ha calcolato anche che per presentarsi ovunque servirebbero circa 450mila firme, un numero enorme anche per un partito grande, figurarsi per uno costituito da poco. Il fatto è che la legge non vale per i partiti già presenti in parlamento, ma solo per quelli che vogliono entrarci. Tipo il caso del Partito Capibara, che abbiamo raccontato qualche settimana fa.
Ho chiesto a Roberto Brambilla, attivista e promotore di Lista Civica Italiana, un’organizzazione che lavora per cambiare la politica in Italia e che è stata fra le più critiche verso questa legge elettorale, di commentarmi questo aspetto con una battuta. Ecco cosa mi ha detto.
Contributo disponibile nel podcast
Fra l’altro c’è anche un altro aspetto. Secondo il Manifesto, la Commissione di Venezia del Consiglio d’Europa raccomanda di non chiedere le firme di più dell’1% degli elettori di una circoscrizione. In Molise, 6mila firme sono quasi il 4%. Quindi siamo ampiamente fuori da quei parametri.
Insomma, so che può suonare un discorso un po’ populista, ma la sensazione è che i partiti si vogliano arroccare a difesa delle posizioni, delle poltrone. E impedire al nuovo di arrivare.
A proposito di nuovo che potrebbe arrivare, mi è sembrata una buona occasione per chiedere a Roberto Brambilla di raccontarci qualcosa in più dell’alternativa proposta da Lista Civica Italiana. Che propone un ripensamento abbastanza radicale della politica.
“Per anni Zavodovski, isola disabitata all’estremità settentrionale delle Sandwich Australi, è stata la casa della più grande colonia di pinguini del pianeta, con oltre un milione di esemplari. Ma uno studio appena pubblicato su Current Biology dal British Antarctic Survey (BAS) ha certificato che tra il 2011 e il 2025 i pinguini dal sottogola, la specie predominante sull’isola, sono diminuiti del 63 per cento, passando da circa un milione e novantamila adulti riproduttori a 402mila. Più di 680mila animali spariti in quattordici anni e secondo gli scienziati la causa è il riscaldamento dell’oceano, e la conseguente scomparsa del krill, di cui questi pinguini si nutrono”.
A scriverlo è Mario Catania su L’Indipendente, che racconta quello che è il declino più rapido al mondo per questa specie, e in un posto che fino a poco fa era considerato una roccaforte.
Da cosa dipende? I ricercatori hanno escluso sia l’eruzione del vulcano dell’isola, nel 2016, sia la concorrenza con altri pinguini. Resta il clima. Questi pinguini infatti mangiano quasi solo krill, ovvero dei mini gamberetti, che sono parte dello zooplancton, e che vive legato al ghiaccio marino. Il krill ha bisogno di acque fredde e del ghiaccio marino. Con l’oceano che si scalda sempre di più, e che si scalda sopratuttto ai margini nord del suo areale, proprio dove si trova Zavodovski, sopravvive sempre meno, e la popolazione si concentra più a sud, vicino al continente dove le acque restano più fredde.
Nel frattempo sull’isola crescono i pinguini macaroni,che sono quelli cone il ciuffo, che amano acque più tiepide e quando serve mangiano anche pesce. Ma non bastano a compensare: in totale i pinguini in riproduzione sono calati di oltre il 40%. Ecco, secondo gli scienziati l’area sta passando da un ambiente antartico a uno subantartico. E per questo chiedono di classificare il pinguino dal sottogola come specie “in pericolo”.
“Maricarmen Abascal, il simbolo della lotta spagnola per il diritto alla casa, è morta ieri a Madrid all’età di 87 anni. Il 23 settembre era stata sfrattata dal suo appartamento nel quartiere Retiro, dove aveva vissuto per settant’anni, vittima del fondo che aveva acquistato l’abitazione a un prezzo irrisorio”.
Siamo di nuovo sul manifesto che racconta come l’anziana signora, invalida, dopo lo sfratto era stata ricoverata in ospedale. Pochi giorni fa, grazie ai suoi avvocati e al sindacato inquilini, aveva raggiunto un accordo con il fondo per tornare a casa.
La sua vicenda ha fatto partire una mobilitazione in tutto il Paese. A Puerta del Sol è nata un’«acampada», un accampamento permanente contro l’emergenza abitativa, che poi si è estesa al resto della Spagna e ha messo sotto pressione il governo Sánchez. I decreti anti-sfratto, bocciati dal Congresso e poi ripresentati, ora vengono chiamati «decreti Maricarmen».
Appena si è diffusa la notizia della sua morte, migliaia di persone si sono riversate spontaneamente a Puerta del Sol, dove è stato allestito un memoriale. Lo sciopero generale dell’11 novembre sarà dedicato a lei.
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