1 Mar 2024

Armi a Israele, fra divieti Onu e ipocrisie di governo – #888

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Mentre prosegue l’offensiva israeliana a Gaza – ieri sono stati uccisi altri 100 e passa civili in coda per ricevere aiuti umanitari – gli esperti delle Nazioni Unite invitano tutti i paesi del mondo a interrompere immediatamente ogni fornitura di armi ad Israele. Il nostro paese figura fra quelli che hanno già interrotto questa fornitura, ma è davvero così? Parliamo anche delle dichiarazioni di Macron sull’invio di truppe in Ucraina e del report dei servizi segreti sui pericoli interni al nostro paese, fra cui figurano i movimenti pacifisti e ecologisti. 

Allora. Oggi parliamo di guerre, armi, servizi segreti e pacifismo. E ne parliamo perché ci sono un po’ di notizie degli ultimi giorni che vanno messe una in fila all’altra per capire meglio che cosa sta succedendo. Le guerre di cui parliamo oggi sono quelle che ci coinvolgono più da vicino, ovvero quella a Gaza, quella in Ucraina e quella (che non so se si possa chiamare tecnicamente guerra, ma nei fatti lo è), nel Mar Rosso. 

Ricordiamoci sempre che ci sono quasi 60 conflitti attivi al mondo, e se continuiamo a parlare sempre è solo di 1 o 2 è solo per via della nostra prospettiva. 

Comunque, voglio iniziare con una notizia interessante e potenzialmente grossa, anche se non so quante ripercussioni concrete avrà. Qualche giorno fa, il 23 febbraio, gli esperti delle Nazioni Unite hanno mandato un monito ai paesi di tutto il mondo avvertendo che qualsiasi trasferimento di armi o munizioni ad Israele viola probabilmente il diritto internazionale umanitario e “DEVE cessare immediatamente”.

Un messaggio molto molto forte, direi. Che segna, mi pare, un ulteriore distacco da parte della comunità internazionale rispetto all’azione militare di Israele a Gaza. Azione militare che è iniziata come risposta all’attacco terroristico di Hamas del 7 ottobre, ma che è andata mooolto oltre il “diritto di difesa” a cui si appella spesso il governo Netanyahu. L’esercito israeliano ha praticamente raso al suolo la parte Nord della striscia uccidendo 30mila persone, perlopiù civili, e molti dei quali bambini e bambine. Di ieri è la notizia che oltre 100 persone sono state uccise mentre erano in coda per accedere ad aiuti umanitari, uccise dai militari israeliani che hanno aperto il fuoco perché, a detta loro, erano pressati dalla folla. Sono stati fatti confluire centinaia di migliaia di sfollati verso Sud, dove le persone sono rimaste di fatto intrappolate, essendo il confine con l’Egitto chiuso, e adesso si appresta a attaccare militarmente anche quella zona. 

Questo invito delle Nazioni Unite, che più che un invito è un ordine, anche se sappiamo che poi le Nazioni Unite non hanno molto potere contrattuale con gli stati, arriva dopo la dopo la sentenza della Corte Internazionale di Giustizia del 26 gennaio che afferma esiste un rischio plausibile di genocidio a Gaza, sentenza mai ascoltata dal governo di Israele, e dopo la decisione di una corte d’appello olandese del 12 febbraio che ordina ai Paesi Bassi di interrompere l’esportazione di parti di caccia F-35 a Israele.

Poi il comunicato fa un accenno al fatto che anche gli invii di armi ad hamas sono da considerarsi in violazione del diritto internazionale, e quindi sono vietati, per passare a fare un lungo elenco delle motivazioni per cui gli stati dovrebbero smettere di inviare armi ad Israele. 

Ad esempio, leggo, “Il dovere di “assicurare il rispetto” per il diritto umanitario si applica “in tutte le circostanze”, anche quando Israele afferma di stare contrastando il terrorismo. Anche l’intelligence militare non deve essere condivisa quando c’è un chiaro rischio che sarebbe utilizzata per violare il diritto internazionale umanitario”.

“Funzionari statali coinvolti nell’esportazione di armi possono essere individualmente penalmente responsabili per aver aiutato e istigato qualsiasi crimine di guerra, crimini contro l’umanità o atti di genocidio. Tutti gli Stati secondo il principio della giurisdizione universale, e la Corte Penale Internazionale, possono essere in grado di indagare e perseguire tali crimini.”

Infine, il dovere di “assicurare il rispetto del diritto internazionale” non è solo una questione di quello che non si fa (tipo non inviare armi a Israele) ma anche di quello che si fa, perché richiede – torno a leggere – “a tutti gli Stati di fare tutto ragionevolmente nel loro potere per prevenire e fermare le violazioni del diritto internazionale umanitario da parte di Israele, in particolare dove uno Stato ha influenza attraverso le sue relazioni politiche, militari, economiche o altre”. 

Le Nazioni unite danno anche dei consigli. Dicono, “Le misure potrebbero includere:

  • Dialogo diplomatico e proteste;
  • Assistenza tecnica per promuovere la conformità e la responsabilità;
  • Sanzioni su commercio, finanze, viaggi, tecnologia o cooperazione;
  • Rinvio al Consiglio di Sicurezza e all’Assemblea Generale;
  • Procedimenti presso la Corte Internazionale di Giustizia;
  • Supporto per le indagini da parte della Corte Penale Internazionale o altri meccanismi legali internazionali;
  • Indagini penali nazionali utilizzando la giurisdizione universale e cause civili; e
  • Richiesta di una riunione delle parti alle Convenzioni di Ginevra.

E poi c’è un invito alle aziende di armi che contribuiscono alla produzione e al trasferimento di armi a Israele e le imprese che investono in quelle aziende, a cui a cui gli esperti UN ricordano che anche loro hanno la propria responsabilità di rispettare i diritti umani, il diritto internazionale umanitario e il diritto penale internazionale. 

Il comunicato si conclude con un appello molto sentito: “Il diritto internazionale non si applica da sé,” hanno detto gli esperti. “Tutti gli Stati non devono essere complici nei crimini internazionali attraverso i trasferimenti di armi. Devono fare la loro parte per porre urgentemente fine alla catastrofe umanitaria incessante a Gaza.”

Insomma, le Nazioni Unite mandano un messaggio forte alla comunità internazionale. Ora: la domanda che mi faccio è, che impatto hanno questo tipo di messaggio? Perché non sono molto fiducioso sul fatto che possano avere un impatto diretto su aziende e governi, ovvero i soggetti a cui si rivolgono. Le aziende sono quelle che producono armi, o quelle che investono (in genere banche e fondi d’investimento) nelle aziende che producono armi. Che non penso rimangano sconvolti nello scoprire che le loro armi sono usate per violare i diritti umani. Mi immagino l’AD di una azienda che produce armi che legge il comunicato delle nazioni Unite e dice “Ehi fermi tutti, mi state dicendo che le nostre armi vengono usate per uccidere persone???” Fermate tutto!”. Ecco, in genere non succede.

E lo stesso vale per i governi, che tendono a fare valutazioni improntate sulla cosiddetta Realpolitik, più che è un termine figo per nascondere, spesso, l’ipocrisia. Ma quindi non servono a niente? Non credo nemmeno questo: nel senso che azioni come queste credo abbiano degli effetti perlopiù indiretti, nel condizionare l’opinione pubblica. Ho visto in questi mesi, con il procedere dell’offensiva israeliana, un condanna via via più netta e convinta da parte di una maggioranza molto netta di persone. 

E osservare che anche un ente superpartes afferma senza mezzi termini che il mondo deve smettere di rifornire armi ad Israele perché è in corso un genocidio è un aroba forte a livello di immaginario. E l’opinione pubblica, a cascata, influenza i governi e influenza le aziende. Almeno in parte.

Certo, qui arriva il tema della differenza fra immagine e sostanza. Uno dei grossi problemi che abbiamo nella nostra epoca, è che spesso tanto i governi quanto le aziende aggirano questo problema dichiarando di fare cose mentre continuano a farne altre. Fenomeni come il greenwashing, il pink o rainbow washing, e altri ne sono esempi lampanti. 

Ora, perché vi sto facendo tutto questo pippone? Perché è il caso del nostro governo. C’è un passaggio nel comunicato delle Nazioni unite in cui si fanno i nomi dei paesi che ancora oggi riforniscono copiosamente di armi Israele, ovvero Stati Uniti e Germania (che sono di gran lunga i maggiori esportatori di armi, le cui spedizioni fra l’altro sono aumentate dal 7 ottobre 2023!), ma anche Francia, Regno Unito, Canada e Australia.

Mentre si fa un plauso ai governi che hanno deciso di sospendere i trasferimenti di armi a Israele dopo l’attacco a Gaza, fra cui Belgio, Spagna, Paesi Bassi e per l’appunto Italia. 

Ma è davvero così? Un’inchiesta di AltrEconomia a firma di Duccio Facchini mostra una realtà un po’ diversa. A ottobre, subito dopo l’invasione israeliana della Striscia, il Ministro degli Esteri, Antonio Tajani aveva dichiarato che il nostro Paese avrebbe immediatamente e completamente sospeso il rifornimento di armi a Israele. Che l’Italia ha sempre fatto regolarmente, per cifre non enormi ma comunque significative.

In seguito il governo ha più volte ribadito questa scelta. Solo che… non è mai successo. O perlomeno, per essere onesti, è successo solo in parte. I dati Istat riportati da AltrEconomia infatti mostrano che mostrano come tra ottobre e novembre 2023, l’Italia abbia spedito verso Israele “Armi e munizioni” per un totale di ben 817.536 euro. 

In pratica mentre il ministro Tajani accusava di ignoranza chi sollevava dubbi su questa faccenda, i dati dell’Istat mostrano che dubbi ce ne sono, eccome. A novembre il conto dice che sono usciti quasi 600mila euro di esportazioni in armi, e inoltre 150mila euro di “oscurato” che, secondo gli esperti, non possono che essere armamenti militari. Per un totale di 750mila euro solo a novembre.

Che è circa la metà di quanto il nostro paese vendeva in armamenti ad Israele nel novembre del 2022, quindi probabilmente un miglioramento c’è stato, però non si può dire che l’Italia abbia smesso di esportare armi. Fra l’altro di fronte alle domande del giornale il governo ha fatto muro, continuando a negare ma evitando di fornire dettagli sulle spese riferite da Istat.

Tutti, ma proprio tutti i giornali stanno parlando della dichiarazione di Macron sulla possibilità di inviare truppe di paesi Nato in Ucraina a combattere contro l’esercito russo. Dichiarazioni che hanno sollevato un putiferio e goffe smentite da parte di altri governi. Al punto che in molti si chiedono: ma perché mai il presidente francese ha detto una cosa del genere?

Va bene, facciamo un passo indietro: che ha detto Macron? Come racconta il post, “Macron aveva parlato lunedì notte, durante una conferenza stampa a seguito di un incontro tra vari leader di paesi occidentali proprio sul sostegno all’Ucraina. Rispondendo a una domanda sulla possibilità dell’invio di truppe di terra Macron ha detto che «faremo tutto quello che è necessario per impedire che la Russia vinca la guerra», e poi ha aggiunto: «Non c’è consenso al momento sulla possibilità di inviare in maniera ufficiale truppe di terra. Ma in termini di opzioni sul campo, non possiamo escludere niente».

Come sostiene l’articolo, e molti altri giornali, probabilmente, rifiutandosi di escludere l’invio di truppe di terra occidentali, Macron voleva creare quella che in gergo viene definita “ambiguità strategica”, cioè quella pratica per cui un paese si tiene volutamente vago su una certa politica in modo da intimorire e dissuadere i suoi avversari dal prendere misure troppo azzardate. Un po’ come quando Putin minaccia di usare il nucleare. 

Ovviamente però, quando si adotta una politica di “ambiguità strategica”, bisogna anzitutto essere pronti alle conseguenze, che nel caso ipotizzato da Macron sarebbero molto gravi: un intervento delle truppe occidentali in Ucraina significherebbe, di fatto, una guerra tra la Russia e le forze della NATO, cosa mai avvenuta nemmeno durante la Guerra fredda. In secondo luogo, poiché molto spesso mettere in atto una “ambiguità strategica” significa fare minacce velate (come ha fatto Macron ventilando la possibilità di inviare truppe), bisogna anche avere l’autorevolezza di renderle credibili, queste minacce. E in questo caso, probabilmente visto che non era una cosa concordata, le smentite dei paesi alleati hanno tolto da subito credibilità alla faccenda.

Per cui ecco, per adesso le parole di Macron sembrano poco più che una sparata un po‘ azzardata. Anche se è evidente un cambio di registro del Presidente francese rispetto anche solo a un anno fa quando si era posto come mediatore. Nel suo discorso ha evitato ogni riferimento a una possibile mediazione e anche quando ha provato a lanciare un messaggio distensivo, ha detto ““Non vogliamo entrare in guerra con il popolo russo. Siamo determinanti a mantenere il controllo dell’escalation”, ma si è ben guardato dal nominare l’establishment. Ha detto popolo russo. 

Vedremo.

In mezzo a tutto questo casino, i servizi segreti italiani sono preoccupati soprattutto dal pericolo… di ambientalisti e pacifisti. 

Già: Come racconta Dario Lucisano su L’Indipendente, “Nel recente report annuale del Comparto Intelligence italiano, si è dedicata particolare attenzione a varie forme di attivismo considerate problematiche per la sicurezza nazionale. Tra queste, l’attivismo anarco-insurrezionalista e l’oltranzismo marxista-leninista ricevono un’analisi dettagliata. Il documento esplora movimenti e cause diverse, tra cui quelle legate all’ambientalismo militante e alla mobilitazione per il caso di Alfredo Cospito, evidenziando preoccupazioni per le campagne contro la guerra in Ucraina e a favore della Palestina, accusate di promuovere propaganda e controinformazione.

Il report, lungo 110 pagine e ricco di analisi visive, si articola in tre capitoli che esaminano gli scenari geostrategici, le trasformazioni globali e la sicurezza nazionale, dove particolare enfasi è data alla “minaccia interna”. La cosa che mi ha colpito non è tanto che i movimenti siano citati in un report dei Servizi sulle minacce interne, perché p abbastanza normale che sia così, ma è la proporzione di attenzione che gli viene data.

Come racconta l’articolo i movimenti pacifisti e ambientalisti ricevono lo stesso spazio che viene riservato alla criminalità organizzata, come minaccia per la stabilità e sicurezza interna del paese. Che ecco, mi sembra un filino esagerato.

Secondo il report vede questi movimenti sarebbero una sfida alla sicurezza interna, e sfrutterebbero sentimenti transnazionali come l’antifascismo per radunare supporto e creare una comunità di dissenso. Insomma, al di là della facile retorica che si può fare su notizie come questa, sul fatto che l’intelligence è più preoccupata dal pacifismo che dalla guerra, resta secondo me una enorme sproporzione di attenzione, e quindi anche di forze, che vengono impiegate verso l’obiettivo sbagliato.

E’ venerdì, giornata di rassegne sarde, perciò passo la parola ad Alessandro Spedicati:

Audio disponibile nel video / podcast

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