20 Dic 2023

Il debito? Lo paghiamo in natura – #853

Pagare in natura il debito pubblico: non nel senso che avete capito voi, ma in quello di dirottare parte di esso in progetti di conservazione naturale, o adattamento climatico: alcuni paesi lo stanno facendo con risultati interessanti. Parliamo anche del regolamento europeo sugli imballaggi e della posizione italiana a riguardo e dell’Ozempic, il farmaco per curare l’obesità al centro del dibattito.

Il debito pubblico degli stati è un problema, per molte nazioni del mondo. È un problema perché il debito, per via degli interessi, non è un gioco a somma zero. È un gioco in cui qualcuno resta sempre scoperto. E, altro elemento, è un gioco che funzionicchia finché le economie del mondo continuano a crescere costantemente. È una delle tante cose che abbiamo strutturato attorno a un modello di crescita infinita.

Ora, non c’è qui il tempo di entrare troppo dentro l’argomento, che meriterebbe una trattazione approfondita – magari scrivetemi se la cosa vi interessa che potrebbe essere un tema, quello del debito, per una prossima puntata di INMR+ – ma accontentatevi di sapere che finché un’economia cresce in maniera robusta, il debito non è un grosso problema, se invece smette di crescere, o addirittura recede, il debito inizia ad andare in sofferenza.

Ora, siamo in un momento in cui l’economia mondiale è in una situazione particolare, perché da un lato deve far fronte alla crisi climatico-ambientale, dall’altro a crisi più congiunturali, come la pandemia prima, il conflitto in Ucraina poi che hanno avuto ripercussioni sui debiti di molti paesi, perché le istituzioni finanziarie in questi ultimi anni hanno prestato un sacco di soldi (recovery fund, ecc) che per buona parte si sono trasformati in debito pubblico.

Ora, in genere il debito, quando non è più sostenibile, viene ripagato attraverso privatizzazioni massicce, taglio alla spesa pubblica, misure di austerità e così via. Il punto è che oggi siamo in una situazione in cui c’è persino chi, ai piani alti, sta mettendo in discussione il sistema basato sulla crescita economica. In cui non è realistico né auspicabile immaginare che le economie continuino a crescere ai ritmi passati. Il debito però, continua a crescere e ad accumularsi. Che fare quindi? Alcuni paesi hanno iniziato a fare un esperimento interessante. Ne parla un lungo articolo su BBC. Scrive India Bourke:

“A centinaia di miglia dalla costa del Sud America si trovano le isole rocciose e vulcaniche delle Galapagos. Ricche di creature insolite – dagli uccelli dai piedi blu alle iguane simili a draghi – queste isole ricche di risorse hanno nei secoli ispirato spesso pensieri innovativi. 

Una visita del naturalista del XIX secolo Charles Darwin ha dato origine alla sua famosa teoria dell’evoluzione, secondo la quale le specie più adattate all’ambiente circostante hanno maggiori probabilità di sopravvivere. Ora le isole stanno ospitando un esperimento di adattamento molto contemporaneo: la riduzione del debito in cambio di spese per il clima e la natura.

All’inizio di quest’anno, l’Ecuador, che ha la sovranità sulle Galapagos, ha annunciato un accordo da record. Con l’aiuto della banca d’investimento privata Credit-Suisse e della banca di sviluppo statunitense, ha rifinanziato 1,6 miliardi di dollari (1,3 miliardi di sterline) di titoli di Stato a un tasso scontato e ha emesso un nuovo “bond blu”. In cambio, almeno 12 milioni di dollari (10 milioni di sterline) all’anno del denaro risparmiato grazie a questo prestito più economico saranno ora destinati agli sforzi di conservazione nel remoto arcipelago.

Conosciuti come debt-for-nature o debt-for-climate swap, questi nuovi strumenti finanziari stanno prendendo piede tra i Paesi gravemente indebitati, dalle Barbados al Belize. Inoltre, liberando denaro per ripristinare gli ecosistemi e costruire la resilienza, alcuni ritengono che stiano diventando parte della risposta a una domanda più ampia: come finanziare la risposta mondiale al cambiamento climatico?”

Se ricordate abbiamo già parlato di questa scelta dell’Ecuador qui su INMR, la cosa interessante di questo articolo è che allarga molto il ragionamento e mostra che all’incirca la stessa cosa sta avvenendo in altre parti del mondo. 

Il fatto è che nei prossimi anni le economie cosiddette in via di sviluppo avranno bisogno di investimenti annuali per 2,4 trilioni di dollari in azioni per il clima. I fondi tipo Loss and damage per adesso sono briciole e molti stati non sanno come finanziare la spesa di adattamento e mitigazione climatica. Potrebbero farlo indebitandosi, ma come ripagare poi il debito? Storicamente molti paesi, soprattutto fra i più poveri e con economie meno strutturate, hanno spinto sulle esportazioni di materie prime, come legname, petrolio, metalli, per ripagare il debito. Ma ciò vuol dire aggravare la crisi climatica ambientale.

Perciò hanno iniziato a nascere questi accordi che funzionano all’incirca così: i creditori rivendono la loro parte di debito a un tasso ridotto, vengono quindi emessi nuovi prestiti più economici in cambio dell’impegno a destinare parte del denaro risparmiato a interventi sulla natura o sul clima.

Nel 2015, le Seychelles hanno cancellato quasi 22 milioni di dollari del loro debito in cambio della creazione di 13 nuove aree marine protette in cui la pesca, l’esplorazione petrolifera e altri tipi di sviluppo sono vietati o fortemente limitati. Il Belize, nel 2021, stava per andare in default su mezzo miliardo di dollari, ma ha ridotto il suo debito creando un blue bond per indirizzare i risparmi in un fondo per la conservazione. Quest’anno, in Portogallo, il governo si è impegnato a reinvestire i 650 milioni di dollari (524 milioni di sterline) dovuti da Capo Verde nella transizione verde dell’arcipelago. (Per saperne di più sull’accordo che ha salvato le Seychelles).

Ma come stanno andando questi accordi? Abbastanza bene, a quanto afferma l’articolo: “i primi segnali indicano che il concetto sta aiutando la conservazione. L’accordo con il Belize ha già portato a un’espansione della zona di protezione dell’oceano e alla designazione di terre pubbliche come riserve di mangrovie, secondo un rapporto inaugurale sull’impatto. Nel frattempo, alle Seychelles, dove il nuovo sforzo di conservazione è in atto da più tempo, 400.000 kmq di mare sono ora protetti e le balene blu sono tornate”.

Ovviamente, come sottolinea correttamente la giornalista, ci sono anche dei contro. ad esempio: “Gli accordi possono avere alti costi di transazione e non sono sufficienti da soli a risolvere i problemi del debito di una nazione, come avverte Jayati Ghosh, professore di economia presso l’Università del Massachusetts Amherst. L’ammontare della riduzione del debito che il Paese ottiene è marginale, non c’è un monitoraggio adeguato dei benefici per la natura che ne deriveranno e il denaro non è neanche lontanamente sufficiente per consentire a un Paese di affrontare i costi delle perdite e dei danni, o anche un’adeguata mitigazione del clima.

Gosh però pone anche un’alternativa, che più che un’alternativa mi sembra un’aggiunta. Interessante: “un’altra opzione è quella di cancellare completamente una parte significativa dei debiti. Nella Germania degli anni Cinquanta, osserva Ghosh, i creditori speravano di evitare un ritorno al nazismo cancellando metà del debito nazionale e trasformando l’altra metà in prestiti agevolati – che hanno bassi tassi di interesse e non richiedono il pagamento del debito se il Paese ha un deficit commerciale”.

Un’altra strada, anche qui non escludente le precedenti, è quella di riformare il sistema finanziario per rendere il debito più accessibile e a sostenere allo stesso tempo i finanziamenti per il clima. L’articolo ne parla diffusamente, vi salto questa parte perché è molto tecnica e vado dritto alle conclusioni.

Che riassumendo sono:

  • è interessante seguire questi esperimenti di finanziamento di azioni di protezione della natura attraverso il debito.
  • Al momento questi sistemi non sono tuttavia sufficienti né a ridurre significativamente il debito né a coprire le spese dei disastri climatici, dell’adattamento e della mitigazione.
  • Possiamo osare un po’ di più in questa direzione, e c’è già chi ci sta lavorando. Ad esempio, alla COP28 di quest’anno, Colombia, Kenya e Francia hanno annunciato una revisione di esperti su debito, clima e natura in cui affrontare le crisi del debito e del clima insieme, e non separatamente.

Vi leggo le ultime righe perché sono una suggestione interessante: Per dirla con le parole dello stesso Darwin, “nella lunga storia della razza umana (e anche di quella animale) hanno prevalso coloro che hanno imparato a cooperare e a improvvisare nel modo più efficace”.

Andiamo un po’ veloci sul resto. Notizia interessante: il Consiglio Ue ha adottato la sua posizione negoziale in vista del trilogo sul regolamento sugli imballaggi. Eh? Che ho detto? In pratica i regolamenti europei, come molte altre leggi, vengono adottati dopo il cosiddetto trilogo che è un dialogo a tre fra il parlamento, la Commissione, e il consiglio Ue, ovvero l’unione dei ministri degli stati membri competenti in materia, in questo caso tendenzialmente i ministri dell’ambiente.

La cosa interessante, come racconta il Fatto Quotidiano, è che “I ministri dell’Ambiente europei hanno raggiunto l’accordo su un testo che, per diversi versi, è anche più ambizioso di quello adottato a novembre dal Parlamento”. Con vincoli rigidi e target sul riuso piuttosto ambiziosi. Non ve li sto qui ad elencare tutti perché ne abbiamo già parlato, nel caso comunque trovate l’articolo completo sotto fonti e articoli.

L’aspetto meno interessante, o meglio meno incoraggiante, è che “l’Italia è l’unico Paese ad opporsi. E a rimanere sempre più isolata”. Pichetto Fratin ha dichiarato: “Abbiamo votato contro perché il testo non soddisfa assolutamente le esigenze del nostro Paese. Il governo respinge in particolare i vincoli rigidi e i target sul riuso e critica le disposizioni riguardanti il settore delle bevande, su cui ha insistito molto la Germania, destinate ad agevolare le grandi imprese e a penalizzare il sistema italiano delle Pmi”. 

Ora, il problema fondamentale è che il nostro paese ha fatto scelte sbagliate in passato, puntando tutto sulla raccolta differenziata e niente su sistemi di deposito cauzionale, e puntando tutto sulle bioplastiche e niente sulla riduzione sistematica del monouso. Solo che non si tratta di scelte equivalenti, ormai ci sono studi che mostrano una direzione chiara dal punto di vista ambientale. E penso che più che accanirsi contro chi ci chiede di cambiare direzione, dovremmo essere i primi a farlo, e il più in fretta possibile, se vogliamo mantenere un sistema economico sano, oltre che sostenibile.  

Segnalo anche un lungo articolo del Post, che a sua volta prende spunto dalla rivista Science, che di recente ha assegnato il premio “Breakthrough of the Year”, letteralmente la “svolta dell’anno”, all’utilizzo di alcuni specifici princìpi attivi per trattare l’obesità e in particolare all’Ozempic, un farmaco per dimagrire di cui si è parlato molto ultimamente. 

L’Ozempic è appunto il famoso farmaco per dimagrire, ma verrà presto affiancato da diversi suoi simili, basati sullo stesso principio attivo, la semaglutide. In realtà il farmaco è in giro da un po’ e viene usato per trattare un tipo di diabete, e il dimagrimento era considerato una sorta di effetto collaterale, legato al suo funzionamento, ma adesso il suo utilizzo è stato autorizzato anche per l’obesità.

Ora, la mia prima reazione è stata: “e che ca… volo!” ora pure il farmaco per dimagrire. Poi approfondendo ho scoperto che la situazione è un po’ più complessa. Prima dell’approvazione infatti, il suo utilizzo come farmaco anti-obesità era già abbondantemente conosciuto e sfruttato, ma diciamo in maniera semi-illegale e per vie traverse, dalle persone. 

Anche diversi personaggi noti, fra cui l’immancabile Elon Musk aveva per esempio fatto intendere di averla utilizzata insieme a un regime di “digiuno intermittente”, altra forma di dieta molto di moda nell’ultimo periodo. Sono inoltre circolati molti video del prima e dopo l’utilizzo della semaglutide su TikTok, che hanno spinto molte persone non obese, ma in semplice sovrappeso, a provare a procurarsi Wegovy per dimagrire senza seguire particolari diete o aumentare l’attività fisica.

Quindi ecco, l’autorizzazione è arrivata anche in qualche forma a tamponare una situazione che esisteva già e stava andando fuori controllo. Detto ciò, restano dei dubbi e dei punti interrogativi enormi. Alcuni, sollevati dall’articolo del Post, sono legati a questi farmaci in sé, agli effetti collaterali riscontrati come nausea e vomito, o al fatto che alcuni studi preliminari sembrano mostrare che i pazienti recuperano buona parte del peso corporeo perso quando smettono di assumerlo, quindi c’è già chi ipotizza una sorta di cura a vita.

A queste riflessioni aggiungo le mie. È vero che in teoria il farmaco è indirizzato alle persone che a) soffrono di forme avanzate di obesità e b) non riescono a dimagrire attraverso le cure tradizionali, che banalmente sono legate alle diete e all’attività fisica e a uno stile di vita sano. Ma sappiamo anche che è difficile verificare che sia davvero e sempre così. Chi ci dice che il farmaco non inizierà ad essere prescritto da alcuni medici con leggerezza?

E non è solo “colpa delle case farmaceutiche brutte e cattive”. È anche, banalmente, una soluzione semplice, che ci evita la fatica di cambiare, e che quindi, spesso preferiamo. Ma c’è un concetto che non dobbiamo dimenticarci: l’obesità, come ogni messaggio del nostro corpo, è un sintomo. Di una dieta non sana, di uno stile di vita non sano. È vero che l’obesità è anche un grosso costo sociale, ma curarla con un farmaco ci impedisce di risolvere il problema che sta dietro al sintomo, che quasi sicuramente si ripresenterà sotto altre forme e disturbi.

Va bene, ci sarebbero tante altre cose di cui parlare, tipo la scomparsa di Alexei Navalny, l’oppositore di Putin, in Russia, o il terremoto in Cina che ha causato oltre cento vittime, ma abbiamo esaurito il tempo. Se volete vi segnalo degli articoli su questo sotto fonti e articoli.

Vorrei invece approfittare di questi ultimi secondi per dirvi, con colpevole ritardo, che sabato è uscita la nuova puntata di INMR+, per abbonati/e, e che stavolta si parla di Afghanistan, uno dei paesi sui quali esiste un immaginario fatto di un sacco di stereotipi che ci impediscono di osservare la realtà in maniera un briciolo oggettiva. Se vi va di spogliarvi di un po’ di convinzioni e ascoltare un’altra storia sull’Afghanistan, che certamente non nega problemi e discriminazioni ma racconta anche tanto altro, questa puntata, in compagnia del nostro collaboratore Guglielmo Rapino, che vive e lavora a Kandahar per un progetto umanitario, fa per voi.

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