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20 Lug 2018

Cohousing, l’arte del vivere insieme

Scritto da: Elisabetta Elia

Condomini solidali, ecovillaggi, cooperative di abitanti. Crescono in Italia i numeri dell’abitare collaborativo che può assumere varie forme, contaminare alcuni settori tradizionali e favorire tutta una serie di buone pratiche, come i servizi per il quartiere e per la comunità. Se ne parla nel libro “Cohousing. L’arte del vivere insieme” curato dall’associazione Housing Lab.

Abitare insieme. Creare comunità. Istituire buone pratiche. L’abitare collaborativo è questo e molto altro e in Italia conta tante esperienze diverse nelle forma ma che alla base hanno un forte principio di collaborazione fra gli abitanti. Di tutto questo parla “Cohousing. L’arte del vivere insieme”, il libro pubblicato da Altreconomia a cura di Housing Lab e scritto da Liat Rogel, Marta Corubolo, Chiara Gambarana e Elisa Omegna.

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Il libro, appena uscito, è pensato come un mezzo per far conoscere e diffondere le buone pratiche dell’abitare collaborativo, che è l’obiettivo principale di Housing Lab, associazione con sede a Milano. “Divulgazione, sperimentazione e formazione sono gli ambiti entro cui si muove l’associazione”, spiega Marta Corubolo, che ha scritto assieme agli altri autori il libro “Cohousing. L’arte del vivere insieme”. “Abbiamo notato negli anni un’evoluzione dell’interesse verso l’abitare collaborativo, che adesso contamina anche settori più tradizionali”.

 

Ma in cosa consiste esattamente l’abitare collaborativo di cui parla questo libro? “Il concetto è molto ampio e tiene insieme esempi più o meno ideologici, guidati da motivazioni pratiche, con diversi promotori – spiega Marta Corubolo – Dentro la definizione, ad esempio, ci sono l’housing sociale, gli ecovillaggi, i condomini solidali e le cooperative di abitanti”. Nel 2017 Housing Lab ha portato avanti una mappatura del territorio italiano, cercando di creare una “carta di identità” in cui ogni singola esperienza potesse riconoscersi. Le possibilità, infatti, sono tante e sempre in continua evoluzione.

 

“Fra le varie esperienze che abbiamo mappato, ad esempio, c’è quella di una residenza smart a Lainate, che è ancora in via di formazione – racconta l’autrice – Questa prevede la costruzione dell’abitazione in cooperativa, la presenza di una serie di spazi collettivi a disposizione dei residenti (sala comune, spazio bimbi, lavanderia) e di spazi aperti al quartiere; vi sarà inoltre un percorso di accompagnamento alla comunità per organizzare altre attività fra gli abitanti”. La novità di un’esperienza del genere sta nel fatto che in questo caso il principio dell’abitare collaborativo ha contaminato un settore tradizionale, che è quello delle cooperative: “Una cooperativa che tradizionalmente associa le persone per motivazioni pratiche di convenienza ha aggiunto una parte di servizi che qualifica la casa non solo come prodotto ma come un servizio”.

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Accanto all’abitare insieme, infatti, si sviluppa tutta una serie di buone pratiche: servizi per il quartiere e per la comunità; bike sharing, lavanderie condivise o impianti fotovoltaici derivano da un’altissima sensibilità di queste persone verso le pratiche di sostenibilità ambientale; costruzione di orti e giardini.

 

Un’altra sezione del libro parla delle motivazioni che spingono questi abitanti a intraprendere un percorso del genere. Da una parte c’è la voglia di recuperare il senso di comunità, le relazioni di buon vicinato e mutuo aiuto e di aprirsi al quartiere. Ma accanto a queste importanti motivazioni, ci sono altri fattori che determinano una scelta del genere: “La possibilità di istituire pratiche di sostenibilità ambientale non va sottovalutata, così come la possibilità di accedere a servizi di qualità alta e la possibilità di risparmiare vivendo comunque bene”.

 

Accanto ai buoni propositi, però, ci sono anche le difficoltà. Ed è per questo che l’ultima sezione del libro, che si chiama “Parla l’esperto”, è dedicata proprio a sciogliere i dubbi delle domande più pressanti. “Le criticità che abbiamo riscontrato sono principalmente di due tipi”, spiega Marta Corubolo. “Prima di tutto le difficoltà pratiche del realizzare l’abitare collaborativo e quindi la burocrazia da affrontare, la necessità di competenze specifiche, il bisogno di figure specializzate come ad esempio i progettisti di servizi”.

 

E poi c’è tutta una parte legata alle relazioni umane, fatta di gestione dei conflitti, formazione di un gruppo di persone che possa vivere insieme e che inizi questa esperienza nel momento giusto e che sia in grado di farla durare. “Fra le interviste che abbiamo fatto ricordo la risposta di una persona che ha detto ‘Per me è più importante la relazione che ho con il vicino del problema su cui stiamo discutendo’. Questo dimostra che se c’è la volontà, i conflitti e i problemi si risolvono”.

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È un percorso tutto in divenire, tanto che la mappatura proposta da Housing Lab rimane aperta. E, assicura Marta Corubolo, crescerà: da quando si è iniziato a parlare di abitare collaborativo a Milano nel 2003, i numeri sono cresciuti e le esperienze di persone che hanno deciso di vivere insieme e costruire comunità sono aumentate. Questi sono ancora “piccoli laboratori di sperimentazione, che però pian piano stanno contaminando la sfera pubblica e settori tradizionalisti”. E che in via definitiva contagiano anche le persone stesse.

 

 

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