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19 Feb 2020

OpetBosna! Quando un gruppo di amici si mobilita per i profughi

Scritto da: Arcobaleno

Per iniziativa di un gruppo di amici intenzionato a non restare fermo dinanzi al dramma di migliaia di migranti, è nato OpetBosna, un progetto finalizzato a portare aiuti umanitari e supporto ai profughi bloccati al confine tra Bosnia e Croazia.

Due sono le regole per mantenere la rotta nella burrasca: non pensare che le cose verranno fatte dagli altri e trovare sempre, in ciò che accade, qualcosa di cui sorridere.

Siamo in una cascina nella campagna cremasca: una porta a battenti in legno separa l’umido odore di silenti campi appena concimati dal fisarmonico profumo di polenta e brasato. Un provvisorio schermo bianco in fondo alla stalla e due linee di fuga disegnate con tavoli apparecchiati accolgono e mettono a proprio agio l’ospite infreddolito.

Questa serata e il progetto dal titolo Opet-Bosna (“Ancora Bosnia”) sono stati organizzati da un gruppo di amici che, non avendo semplicemente voglia di stare a guardare, hanno deciso di attivarsi in prima persona in supporto dei profughi bloccati al confine tra Bosnia e Croazia.

Uno squat dove si trovano i migranti che non entrano nel campo profughi

Lo spirito nostrano si comprende dall’introduzione di Marco: «Giusto poche parole finché completiamo la cottura della polenta», e presenta il progetto-scopo della serata. Lo segue Michele con umiltà: «Non abbiamo competenze per farvi una dissertazione sull’immigrazione. Vogliamo solo sensibilizzarvi su alcuni aspetti». Poche schede mettono in evidenza quanto le migrazioni causate da conflitti restano in gran parte a carico dei territori dove hanno origine. Michele accenna all’uso del linguaggio che contribuisce alle discriminazioni: la migrazione fra Paesi occidentali viene spesso chiamata “fuga di cervelli” e non costretta a corridoi “disumanitari”. L’attenzione politica sugli spostamenti e le vicende via mare lascia frequentemente nell’oblio le tragedie che accompagnano le rotte di terra.

Prende la parola Mirko e racconta dove si svolge l’intervento del progetto: «Operiamo a Kladusa nel nord della Bosnia al confine con la Croazia. Lavoriamo intorno ad un campo profughi organizzato per accogliere 800 persone. I migranti respinti che ruotano intorno al campo, stimiamo circa mille individui, si adattano negli Squat (abitazioni diroccate prive di infissi e spesso di porzioni di tetto), distrutte dalla guerra e distribuite nel territorio circostante. Noi assistiamo questi disperati fornendo loro alimenti e indumenti puliti e quando riusciamo una coperta ogni due persone. Accogliamo le loro richieste e cerchiamo di trovare soluzioni: per esempio costruendo stufe ricavate da vecchi fusti di olio e congegni elettrici che permettono loro di ricaricare i cellulari fondamentali per orientarsi in territori sconosciuti».

«Sono al confine – continua Mirko – per Il Game (Il Gioco), così, con un pizzico di ironia, i migranti chiamano l’obbiettivo di riuscire ad attraversare la Croazia. Per non essere intercettati dalle forze dell’ordine, devono percorrere nelle ore notturne boschi ancora cosparsi di mine antiuomo e dominio di orsi e lupi spesso affamati. Sono a volte famiglie con in braccio bambini sedati per non correre il rischio che si mettano a piangere in prossimità di pattugliamenti della polizia».

Mirko completerà il suo intervento spiegando come in Italia vengono raccolti fondi e materiale che poi verrà trasportato e distribuito nel territorio di intervento.

La raccolta di aiuti per i profughi

Gianella, una giovane ragazza ecuadoriana, ha fatto due viaggi in Bosnia dove rabbia e sconforto l’hanno accompagnata nell’essere testimone del respingimento di una famiglia con una donna in attesa e bambini piccoli. Era incredula quando ha scoperto che erano stati abbandonati a piedi nudi in zone sconosciute, dopo aver rotto loro il cellulare.

Durante la serata si è data l’obbiettivo di modificare lo stereotipo del “migrante invasore” e dargli il volto umano di chi ha abbandonato la terra, che non è solo uno spazio fisico, ma rappresenta origini culturali e legami affettivi. Pur descrivendosi come privilegiata per essersi ricongiunta alla madre raggiungendo l’Italia in volo e non aver sperimentato processi di espulsione, Gianella conclude in questo modo il racconto dei suoi primi giorni: «È stato come essere nuda in una stanza sconosciuta e buia!».

Durante la cena, Gisella, padrona di casa, col fare di un monaco tibetano reincarnato farfalla, interrompe delicatamente il chiacchierio per comunicare colma di gratitudine quanto si è raccolto durante la serata grazie alla generosità dei partecipanti. Dopo cena Mirko si siede al mio fianco, lo raggiunge la figlia assonnata, la prende in braccio e continua a raccontarsi dosando il volume nel tentativo di permettere alla piccola di addormentarsi

«Nel dicembre del 1993 – racconta – durante la guerra tra Croazia e Serbia, sono andato in un campo profughi per la prima volta, all’età di 19 anni, grazie ad un progetto di missione umanitaria promosso nella scuola. Nonostante le difficoltà con la lingua, che ancora non conoscevo, riuscii a legare con un rifugiato e promisi che sarei tornato; qualche mese dopo ho mantenuto la promessa».

«Sono partito – continua Mirko fra ricordi e riflessioni – con idee preconcette sul migrante e la sovranità del mio territorio. L’esperienza mi ha cambiato. Tutte le sere prima di raggiungere gli amici mi recavo in riva ad un canale, nel paesino di Izano dove vivevo, a pormi domande sugli altri che sentivo sempre meno separati da me. Sentivo il bisogno di capire e iniziai a studiare le ragioni alla base dei conflitti, le motivazioni di ogni fazione, attingendo da varie fonti. Negli anni successivi ho fatto altri viaggi e nel 1998 ho avuto la possibilità di arricchire la mia esperienza trascorrendo sei mesi in missione come volontario civile. Molte altre esperienze si sono susseguite e oggi riesco a fare un viaggio ogni 45 giorni circa».

Foto di archivio tratta dal gruppo Facebook di OpetBosna!

Mirko ringrazia quel primo viaggio un po’ casuale ed è convinto che in molti dovrebbero fare la sua esperienza perché solo in questo modo si può permeare completamente la reale tragedia delle persone coinvolte in questa vicenda.

Tuttavia, portare volontari in Bosnia finora è stato difficile soprattutto perché devono trascorrere sei mesi per ottenere un visto regolare. «Adesso – completa con entusiasmo Mirko – un nostro contatto ha scoperto una scorretta applicazione dell’opposizione burocratica ai nostri progetti e la corretta applicazione della legge ci permetterà di chiedere un visto che potrà essere rilasciato anche in 7 giorni. Stiamo quindi coordinando un progetto futuro con l’Associazione No Name Kitchen, che opera sul territorio, per riuscire a inviare giovani del Servizio Civile Europeo in qualità di volontari. L’esperienza diretta è il veicolo culturale più efficace per sensibilizzare ed esportare la dimensione di questo dramma umanitario».

Chiunque fosse interessato a dare una mano potrà contattare il gruppo OpetBosna su Facebook o scrivere a opet.bosna@inventati.org.

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