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24 Mar 2020

Vivere senza supermercato ai tempi del Coronavirus

Scritto da: Emanuela Sabidussi

Dove e come acquistare alimenti di qualità, rimanendo coerenti con la volontà di nutrirci in maniera sana ed ecologica, anche in tempi come quelli che stiamo attraversando? Ne abbiamo parlato con Elena Tioli, “ex consumatrice perfetta” e autrice del libro “Vivere senza supermercato”.

Siamo costretti a casa da qualche settimana e probabilmente lo saremo ancora per un po’, ed in questi giorni di quarantena i quesiti che mi passano per la testa sono molti. Sì, perché se da una parte la paura delle limitazioni e il timore dello scenario di un domani incerto mi porterebbero ad accumulare scorte di alimentari a lunga conservazione in casa, dall’altra ascoltando il mio corpo mi parrebbe naturale continuare a ricercare un certo tipo di alimenti: pochi, ben scelti e il meno lavorati possibile.

E avendo ben consapevole in me da quali emozioni e sensazioni emergono questi pensieri apparentemente in contraddizione tra loro, noto che le mie incoerenze interne trovano su che riflettersi all’esterno. Più che mai, infatti, in questi giorni sono lampanti le incongruenze del nostro tempo e ci arrivano in modo talmente chiaro, che ignorarle parrebbe impossibile: le immagini delle file di persone con carrelli ancora vuoti in attesa di entrare nei supermercati e fare scorte di alimenti industriali, le foto di portate succulenti postate all’interno delle pagine social.

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ATTIVATI

Secondo il position paper (un documento multidisciplinare redatto da un’équipe coordinata dal direttore del Centro di Studio e Ricerca sull’Obesità dell’Università Statale di Milano) “una delle prime cause di morte è legata all’obesità, in Italia muore 1 persona ogni 10 minuti”. Il controllo che abbiamo su virus esterni è limitato, ma questo stop forzato può essere strumento per ricordarci che la nostra salute dipende anche e soprattutto da noi, da come trattiamo il nostro corpo, dagli alimenti che scegliamo per nutrirlo.

Come fare ordine dunque dentro di noi? Dove e come acquistare alimenti di qualità, rimanendo coerenti con la volontà di nutrirci in maniera sana ed ecologica? Non trovando da sola risposte a queste domande, ho chiesto consigli ad Elena Tioli, “ex consumatrice perfetta”, autrice del libro “Vivere senza supermercato” (edizione Terra Nuova) e curatrice dei blog www.vivicomemangi.it e www.viveresenzasupermercato.it.

Siamo passati dall’invito a leggere ogni singola etichetta di ciò che compriamo per compiere scelte più consapevoli, all’immagine di persone in fila fuori dai supermercati, disposti ad acquistare qualsiasi cosa in preda alla paura. Cosa ne pensi di ciò che vedi intorno a te in questi giorni?

Da un lato trovo un po’ illogico che in un momento di così grande attenzione per la salute le persone si riversino nei supermercati per accaparrarsi grandi quantità di cibo industriale, decisamente poco nutriente e sano. Zuccheri, prodotti raffinati, alcool, dolci e insaccati… i carrelli degli italiani “in emergenza” non sono proprio l’immagine della salute. Dall’altro lato penso che probabilmente, prima del percorso intrapreso e della scelta di vivere senza supermercato, sarei anche io in fila per spendere soldi in prodotti che non solo abbassano le mie difese immunitarie, ma incentivano al contempo quel sistema di produzione complice della situazione – ambientale, economica e sociale – in cui ci troviamo. Forse questo momento di rallentamento forzato potrebbe essere davvero una buona occasione per riflettere su quanto i nostri consumi influiscano sul nostro stato di salute, sulla nostra economia e sull’ambiente in cui viviamo.

Tutti i supermercati ad oggi sono aperti, ma alcune piccole botteghe e aziende agricole purtroppo sono chiuse. Questo virus sta cambiando il consumo di alimenti nelle famiglie e l’offerta di cibo di qualità? Se sì, come?

Mi sembra che i consumatori siano spinti in questa direzione non solo dalla psicosi mediatica in atto, ma anche dalle politiche dell’emergenza attuate dal Governo. Una serie di decisioni politiche che sembrano agevolare in ogni modo la grande distribuzione, disincentivando le piccole produzioni e le occasioni di acquisto locale. Stiamo parlando di oltre un milione di aziende diretto-coltivatrici in  cui lavorano più di un milione e seicentomila persone alle quali si aggiungono tutti i piccoli commercianti, la colonna portante del nostro Paese. Perché non incentivare il cibo di prossimità, naturale e salutare? In questo modo non solo si potrebbero migliorare le difese immunitarie delle persone ma si supporterebbe anche quell’economia locale che rischia di uscire con le ossa rotte da questa crisi. Responsabilità, in questo momento, significa anche sostegno ai nostri produttori, commercianti e artigiani che invece mi sembra siano stati lasciati soli.

Per fortuna in molti resistono e con tutte le accortezze del caso continuano a produrre e distribuire cibo vero e buono ai cittadini più consapevoli e attenti. Lì dove non arrivano le istituzioni credo dovrebbe arrivare il nostro senso di comunità, ma anche la nostra lungimiranza: finita l’emergenza da chi vorremo farci nutrire? Dalle grandi multinazionali dell’agrolimentare, principali responsabili della devastazione ambientale e del “mal-essere” mondiale? O da chi con saggezza e rispetto si sta prendendo cura della nostra terra e del nostro cibo, anche oggi?  

Come è cambiata la vita di chi vive senza supermercati in questo periodo così particolare? Dove possiamo andare a fare la spesa in modo consapevole in questi giorni di emergenza? Possiamo fare riferimento alla tua mappa?

Nelle ultime settimane c’è stata una vera e propria mobilitazione in tal senso, segno che molte persone si stanno rendendo conto che una spesa diversa può fare la differenza. La mappa di “Vivere senza supermercato” può essere uno strumento utile per verificare se vi sono realtà nella propria zona… la si può consultare liberamente, l’iscrizione delle aziende è autogestita (non ci sono controlli né controllori) e quella dei visitatori è libera (solo se si vogliono lasciare commenti o contattare direttamente i produttori, per ovvi motivi, sono richiesti i dati). A parte la mappa in molti si stanno impegnando per agevolare l’incontro tra produttori e consumatori: i Gas, Gruppi d’acquisto solidale, la rete dell’Alveare che dice sì, le CSA – Comunità di supporto all’agricoltura, consegne a domicilio e mercati contadini (in quei comuni che ne hanno permesso la continuazione, regolamentando l’accesso). Insomma i modi ci sono, quando c’è la volontà da parte delle amministrazioni e la richiesta dei consumatori.

I dati degli ultimi anni sullo spreco di cibo casalingo sono molto alti e in rapida crescita. Da questo punto di vista secondo te questo momento storico, in cui molte famiglie sono costrette in case, può cambiarne la tendenza? 

Non lo so. Da una parte tornare a cucinare forse sta spronando le persone a utilizzare quei prodotti che erano da tempo in dispensa, dall’altro mi sembra che la tendenza all’accumulo compulsivo sia viva e vegeta. La capacità di ottimizzare e non sprecare, ma anche quella di comprendere davvero questa crisi, penso si potrà vedere solo sul lungo periodo: nel caso in cui l’emergenza si protrarrà e le scorte inizieranno a scarseggiare o quando tutto questo sarà concluso, e allora si manifesterà, o meno, la capacità delle persone di far tesoro di ciò che ci è successo.

In un tempo in cui tutti postano foto di abbuffate di dolci poco salutari (soprattutto vista la poca mobilità costretta di questi giorni) hai consigli di ricette gustose e sane da condividere con i nostri lettori?

Non saprei. Le foto che sto condividendo io e i post che scrivo riguardano tutti cibi acquistati da piccoli produttori dalle storie meravigliose, di impegno e coraggio, che stanno facendo la differenza nei territori che vivono. Legumi, cereali, paste prodotte con grani antichi… magari abbinati con erbe spontanee o prodotti dell’orto. Niente di elaborato, anzi. Tutto molto semplice e genuino. Madre natura, quando è rispettata ed amata, ci offre tutto ciò che ci occorre. Questa crisi mi sta insegnando questo: un orto e la capacità di fare, di autoprodurre e di vivere “senza supermercato” è la più grande garanzia di libertà che si possa avere.

Per chi volesse, in questi giorni di isolamento forzato, iniziare a sperimentare azioni di autoproduzione, da dove consigli di iniziare?

Anche se questo è il momento in cui a tanti viene spontaneo accumulare e fare scorte, magari di cibi rifugio, le famigerate “schifezze” che promettono un appagamento immediato, ma che poi ci abbattono come prima e più di prima, il mio consiglio è di andare contro tendenza. Comprare meno prodotti industriali e più materie prime di qualità. Tornare a cucinare come facevano le nostre nonne: semplice, sano e di stagione. Rinforzare le nostre difese immunitarie a partire dalla tavola. E poi iniziare ad autoprodurre i prodotti base per l’igiene personale e della casa.

L’overdose di candeggina di queste settimane, per esempio, non farà certo bene alla salute (basta leggere l’etichetta per vedere gli effetti deleteri di questa sostanza). Meglio sostituire i detergenti nocivi con alternative ecologiche: il percarbonato, per esempio, una sorta di candeggina naturale che non ha effetti tossici per le persone e per il Pianeta. E magari iniziare a sperimentare deodorante e dentifricio fatti in casa. Oltre ad essere divertente, autoprodurre è anche un utilissimo modo per rendersi più indipendenti e liberi. Per le ricette di autoproduzione consiglio il blog o i libri di Lucia Cuffaro (autoproduciamo.it), una miniera di consigli e ricette per far da sé, cose sane, facili, economiche ed ecologiche.

Che impatto ha o potrà avere dal punto di vista economico questa emergenza sulle piccole e medie imprese dell’alimentare? e come possiamo sostenere queste realtà?

Ogni crisi è un’opportunità. Sta a noi sfruttarla o meno. Questa può essere un’incredibile chance di rivalutare le nostre priorità e tornare ad essere comunità, riappropriarci dei nostri territori, creare reti di acquisto, relazioni di prossimità, food policy e nuove forme di produzione sostenibile e distribuzione, locale e solidale. Può divenire occasione per ridare dignità a tutte quelle persone che già oggi si prendono cura del nostro cibo e della nostra terra. Oppure no. Le multinazionali dell’agroalimentare ne potrebbero uscire ulteriormente rafforzate, anche grazie alle scelte del Governo e ai trattati internazionali come Ceta e Ttip che continuano a bussare alla nostra porta con il loro carico di cibo avvelenato, Ogm, Nbt, pesticidi e sfruttamento… A noi la scelta.

Ora che abbiamo più tempo, che possiamo soffermarci un po’ di più nella ricerca dei luoghi, nella scelta dei produttori, adesso che possiamo scegliere materie prime e dedicarci alla cucina, all’autoproduzione, alla dispensa intelligente. Oggi che siamo tutti un po’ più responsabili e consapevoli. Con la nostra spesa possiamo fare la differenza. Da quello che mettiamo nel nostro piatto dipende la nostra salute e l’ambiente in cui viviamo. Da ciò che scegliamo dipende il nostro futuro e quello del nostro Paese. Oggi più che mai. Siamo comunità, anche in questo.

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