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28 Set 2020

Francesco Bernabei: dall’istruzione parentale alla finanza etica, storia di uno “sviluppatore del cambiamento”

Mentre in Italia nascono nuove scuole parentali, si sviluppano dal basso progetti sociali, si diffonde un approccio più etico alla finanza e all'economia, stanno prendendo piede nuove figure trasversali dedite a dare forza a questi progetti mettendo in campo competenze giuridiche e tecniche, ma soprattutto sviluppando le buone idee per calarle nei contesti specifici. Una di esse è Francesco Bernabei, con cui abbiamo fatto una chiacchierata sui temi trasversali del cambiamento.

Siamo in Lunigiana, più precisamente nella Val Taverone, dove nel corso dell’ultimo anno due giovani coppie e due gruppi si sono trasferiti con il sogno di sperimentarsi in una dimensione più piccola, di campagna, e per mettere in campo diverse forme di socialità. Una piccola ondata di ripopolamento, questa, spontanea e variegata, sparsa fra i borghi della valle. Qui, uno dei gruppi di “ripopolanti” si è recentemente attivato per dare vita ad uno spazio, La Colomb’era, volto ad animare la zona e a donarle un nuovo punto di aggregazione.

È in questo luogo, fisico e progettuale, che grazie all’evento “Agricoltura socialmente intesa”, partecipato sia dai ripopolanti della zona e dell’Appennino tosco-emiliano che da alcuni giovani originari del luogo, ho avuto modo di conoscere Francesco Bernabei. Un nome, il suo, che avevo già sentito in contesti che spaziavano dalla finanza etica alle scuole parentali, dal movimento delle Transition Town alla casa laboratorio la Yogurta, ideata da Irene Ausiello.

Nonostante queste numerose interazioni con varie realtà e volti del Cambiamento, ciò di cui effettivamente si occupasse Francesco Bernabei restava per me ancora un mistero. La dicitura più diffusa era “sviluppatore sociale”, ma non mancavano descrizioni più poetiche, come quella fornitami da Irene di un “alchimista del ventunesimo secolo”, capace di trasformare le leggi giuridiche – che spesso percepiamo come limiti e costrizioni – in appigli per una scalata avventurosa verso mete inesplorate», che non riuscivano tuttavia a dipanare i miei dubbi. In occasione di questo incontro ho avuto modo di porgli alcune domande sulla sua variegata ed inusuale esperienza lavorativa.

Che tipo di formazione e di esperienze di vita ti hanno portato a scegliere un percorso lavorativo non convenzionale?

Durante il liceo ricordo di aver vissuto una crisi notevole. Non sapevo bene cosa fare e chiedermelo era angosciante. Una cosa, però, l’avevo bene in mente: non volevo fare niente che fosse vendere o svendere, commerciare e abbruttirmi. Al momento di scegliere l’università da frequentare, dunque, mi sono iscritto ad agraria. Volevo andare nel terzo mondo come agronomo – allora era un must. Poi frequentando l’università mi sono reso conto che venivamo formati per diventare produttori se avevamo la terra e per vendere fitofarmaci se non ce l’avevamo. Ho provato duemila lavori e progetti, ma non trovavo un buco di senso nel quale infilarmi. Mi sono deciso allora a ricercare quelle attività e realtà che mi sembravano dense di senso e di valore e di provare a fare in quei contesti la differenza che mancava perché si sviluppassero.

Quali sono alcune delle realtà e delle vicissitudini che ti hanno portato a diventare uno sviluppatore sociale?

Una prima avventura è nata dalla decisione di fare l’obiettore di coscienza. Allora l’obiezione non era ancora sviluppata, e mi sono accorto che in Piemonte c’erano altri seimila obiettori. Ho dunque pensato di scrivere un progetto e l’ho girato al mio responsabile ARCI, che a sua volta l’ha girato all’ARCI nazionale. La proposta è piaciuta e in questo modo sono entrato a far parte dei formatori dell’ARCI. Da lì la mia passione a partecipare a questi meccanismi sociali di crescita, cercando di rendere possibili le cose, è andata sempre aumentando. Banca Etica è stata una prima svolta: lì, fra il 1999 e il 2002, ho imparato moltissimo. Una svolta ancor più radicale è stata l’incontro con la Fondazione Pistoletto, per cui ho lavorato dieci anni, e con lo stesso Michelangelo Pistoletto.

Il mio compito, durante questo periodo, è stato quello di andare a cercare e individuare tutte quelle idee economiche capaci di fare la differenza, che poi gli artisti riproponevano e comunicavano attraverso il linguaggio dell’arte. Sono stati degli anni in cui ho avuto modo di studiare e di girare il mondo, di scovare informazioni provenienti dai contesti più diversi e di avere a che fare con persone senza limiti intellettuali. Al termine di quest’esperienza ho capito di voler mettere più direttamente in atto le idee che avevo incontrato durante il mio percorso, insomma, di voler fare lo sviluppatore sociale. Così ho cominciato a prendere un’idea e a svilupparla fino a renderla proponibile ai gruppi, per poi vedere come reagivano. Da allora sono stato contattato da gruppi di vario tipo, con una particolare attenzione da parte del contesto dell’educazione e dell’istruzione parentale.

Oltre a sviluppare le competenze giuridiche necessarie per supportare chi si avvia a costruire realtà innovative, negli anni ti sei occupato anche di economia, e in particolar modo di monete complementari. Come si sta sviluppando questo aspetto della tua attività?

Dopo il Convegno Nazionale del 2014, che ha raccolto e reso possibile la condivisione delle varie esperienze di monete complementari italiane, la ricerca di una moneta sociale capace di rispondere alle esigenze reali del nostro paese è andata avanti. Negli ultimi anni, in particolare, si è diffusa l’idea che l’euro non sia sufficiente e che qualcosa di diverso possa esistere. L’euro, essendo una moneta ufficiale, tende a sterilizzare i rapporti. Se vado dal commerciante, per esempio, e gli presento gli euro possiamo anche compiere la transazione economica senza guardarci in faccia. Quando usiamo monete complementari il rapporto che si instaura è diverso. Non relazionarsi è impossibile e si innesca una sociabilità enorme per cui ci si interessa l’uno all’altro. Questo a sua volta crea soluzioni solide, che sviluppate nel tempo creano alternative. Attualmente, assieme a un gruppo, stiamo cercando di elaborare una moneta sociale, efficiente, digitale e nazionale che possa raggiungere tanti gruppi sociali. Una moneta che non escluda nessuno, e che produca senso. Un compito non facile – anche perché l’inconscio collettivo rispetto al denaro è pervasivo.

Come si è trasformata in questi anni la natura delle realtà e delle esperienze che cercano di costruire alternative e cambiamento sociale?

Quello che vedo io è che dopo i fatti di Genova c’è stato un notevole spostamento dell’asse di intervento sociale. Si è passati insomma da un intervento di tipo politico e movimentista a uno molto più semplice e diretto. Oggi chi vince è chi agisce avendo in mente gli altri, con semplicità. Per esempio, fra chi elabora strategie educative complesse e chi fa un asilo nel bosco, vince l’asilo nel bosco. Gli educatori o i genitori si attivano, convincono le famiglie, lanciano una realtà e poi, passando per l’azione, si arriva anche alle teorie educative alternative. Vince chi riesce a esistere, puntando a un diritto elementare e intendendosi direttamente con le persone alle quali si rivolge. Questo apre una parentesi enorme, e crea un mondo di relazioni molto importanti.

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