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15 Mar 2021

Recup: salviamo il cibo ancora buono donandolo a chi ne ha bisogno

Scritto da: Veronica Tarozzi

A Milano un gruppo di ragazzi ha dato vita all'associazione Recup, con l'obiettivo di combattere lo spreco alimentare e donare gli alimenti recuperati alla comunità. Dopo averli incontrati per la prima volta diversi anni fa, li abbiamo intervistati nuovamente per farci aggiornare sulla loro attività, che ha consentito il recupero di oltre 25 tonnellate di cibo solo nel 2020.

Finalmente torniamo a parlare di Recup! Sono passati ormai anni dal nostro primo articolo su questa fantastica associazione, che nel frattempo è cresciuta fino a oltrepassare i confini della città meneghina. È quindi ora di fare un bell’aggiornamento: otto, tra ragazze e ragazzi, fanno parte del direttivo, ma tanti altri sono i volontari che aiutano nei vari mercati della città di Milano.

Ma cosa fanno di preciso? Combattono lo spreco alimentare recuperando ogni anno tonnellate di cibo che altrimenti andrebbe buttato nella spazzatura e lo distribuiscono gratuitamente a persone che ne hanno bisogno e a chiunque lo voglia ricevere per evitare che venga buttato. Parliamo infatti di cibo scartato non perché non più commestibile, ma nella maggiornanza dei casi solo perché non più bello da vedere.

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Foto di Claudio Manenti

Nel 2016 li abbiamo incontrati nel loro luogo prediletto: i mercati rionali. A distanza di cinque anni da quell’occasione è giunto il momento di capire cosa è cambiato nel frattempo. Ce lo racconta Lorenzo Di Stasi, giornalista free lance e responsabile della comunicazione e delle relazioni con i media di Recup.

Puoi raccontarci cosa è cambiato per Recup negli ultimi anni, sia a livello organizzativo che dal punto di vista delle attività?

Da quando io stesso sono stato eletto membro del direttivo dell’associazione, a novembre 2019, abbiamo cercato di strutturare meglio i ruoli che ognuno aveva all’interno della vita associativa, anche con un lavoro di facilitazione che ci ha aiutati a conoscerci meglio. Questo ci ha permesso di crescere molto anche in termini di numero di iscritti: superando ora il centinaio e stiamo aumentando nonostante la pandemia, i vari lockdown e le difficoltà a operare nei mercati. Abbiamo anche partecipato e vinto diversi bandi comunali, tra cui QuBì (programma di contrasto della povertà minorile a Milano, promosso da Fondazione Cariplo, ndr), che ci aiutano a sostenere l’associazione e il nostro lavoro.

Nel frattempo poi, siamo entrati in Fiera (anche se ora col Covid sono tutte sospese), in quanto lo spreco non avviene solo nei mercati, ma in ogni parte della filiera produttiva. Per questo motivo, a partire dal 2017 abbiamo preso in considerazione anche l’idea di partecipare a due grosse fiere milanesi: Artigiano in fiera e Fa’ la cosa giusta. Quest’ultima rappresenta anche i nostri valori, essendo una fiera degli stili di vita sostenibili. Alcune volte abbiamo tenuto il nostro banchetto, altre abbiamo semplicemente portato avanti attività mirate di recupero a fine fiera chiedendo ai commercianti se fossero disponibili a donare cibo.

Foto di Claudio Manenti

Siete riusciti a gestire le attività durante l’emergenza sanitaria e con le limitazioni imposte?

A fine marzo 2020, quando è iniziata la pandemia ed è iniziato il lockdown nazionale, ovviamente siamo rimasti bloccati per quanto riguarda i mercati, ma ci siamo posti delle domande su come avremmo potuto renderci utili per la cittadinanza ampliando gli orizzonti e supportando assieme ad altre realtà la città di Milano, dove siamo nati e cresciuti e in cui gran parte di noi vive. Da tempo avevamo l’idea di provare a entrare nell’Ortomercato di Milano, che è il principale mercato ortofrutticolo d’Italia per numero di merci; in quel momento, tra fine marzo e fine aprile, il Comune stesso della città di Milano, attraverso la sua Food Policy ha messo in piedi un progetto chiamato “Milano aiuta” e noi – che eravamo già attivi – abbiamo cominciato a collaborare con altre realtà, tra cui Emergency, ma anche altre più informali, come le Brigate di solidarietà, Macao e vari centri sociali.

Ci siamo messi a disposizione con la nostra esperienza nei mercati per seguire lo smistamento di frutta e verdura, che veniva separata, pesata e suddivisa in pacchi alimentari che poi venivano donati a circa 4900 famiglie meno abbienti, ma anche anziani a cui, specialmente nella prima fase della pandemia, era raccomandato di stare a casa. Abbiamo anche contribuito ad allargare la rete delle realtà che hanno aiutato, così come la lista dei beneficiari, includendo molte persone che erano state particolarmente colpite dal lockdown, grazie alla preziosa collaborazione con le Brigate.

All’Ortomercato si è registrato un cambiamento fondamentale nelle modalità della distribuzione: non sono più i singoli cittadini che vanno a prendere ciò che offriamo loro, ma sono le Brigate, che conoscendo bene il territorio e le famiglie vanno a consegnare il cibo. Oltre a questo, abbiamo continuato a essere presenti all’Ortomercato collaborando anche col Banco Alimentare e tuttora siamo presenti tutti i giovedì in continua collaborazione con le altre realtà informali.

Foto di Claudio Manenti

Oltre che all’Ortomercato, continuate a essere presenti anche nei mercati rionali?

Certo! Abbiamo ripreso le attività in 8 degli 11 mercati in cui eravamo presenti. Gli altri sono temporaneamente sospesi, ma anche lì riprenderemo presto. Per una lista aggiornata dei mercati in cui siamo presenti, rimando all’apposita sezione del nostro sito. L’anno scorso abbiamo raccolto un totale di 25 tonnellate tra i mercati (prima e dopo l’interruzione) e l’Ortomercato, di cui 17 esclusivamente nell’Ortomercato.

Cosa puoi dire alle persone che volessero unirsi a voi per il recupero del cibo?

Recup non ha confini e può essere replicato in ogni città italiana dove c’è un mercato: ci stanno chiamando da vari luoghi e da gennaio siamo presenti anche a Busto Arsizio. Quindi invitiamo a unirsi a noi a tutte le persone che sono sensibili alle tematiche dello spreco alimentare e sono consapevoli del suo impatto a livello sociale ed economico, anche a livello di risorse naturali. Perché quando butti una banana, butti l’acqua che è stata utilizzata per farla crescere, la benzina e i combustibili fossili che sono stati impiegati per trasportarla, così come le ore di lavoro delle persone convolte nella produzione. Quindi se ci sono persone che vogliono attivarsi in prima persona contro lo spreco alimentare, siamo disponibili a essere contattati via email tramite il sito o i social per dare loro tutte le indicazioni del caso, oltre alla maglietta, che è il nostro segno di riconoscimento: basta poco per partire!

Se vi interessa il tema leggete la nostra storia su Alessia La Cava, protagonista di una delle prime esperienze di recup in Italia.

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