11 Giu 2021

Asili nel bosco, una “foresta di relazioni” per un futuro migliore

Intervista di: DANIEL TAROZZI E ANDREA DEGL'INNOCENTI

Una lunga chiacchierata per fare il punto sul mondo della scuola, sui nuovi modelli educativi, sulla crisi di quelli tradizionali, sul ruolo delle famiglie, sulla pandemia e tanto altro. Dall'alto della sua ricca esperienza, Francesco Bernabei ci conduce per mano alla scoperta di questi temi cruciali.

Nell’introduzione alla sua intervista per il libro “Il bene e il male esistono”, da poco uscito per Amrita Edizioni, lo presentavamo così: “Franco Bernabei si definisce uno ‘sviluppatore sociale’, termine ombrello con cui definisce la professione di chi cerca di elaborare strategie sociali per realizzare progetti comunitari. Nella pratica, le competenze di Francesco spaziano su un campo da gioco incredibilmente ampio, e vanno dalla non violenza, alla finanza etica, all’economia sociale, all’ecologia, alla pedagogia (e a dire il vero a molto altro ancora). Francesco ha collaborato con Banca Etica e con Cittadellarte – Fondazione Pistoletto di Biella, è coordinatore della rete nazionale degli asili nel bosco, è esperto di monete complementari, ha svolto diversi mestieri tra cui il formatore, il progettista, il promotore finanziario, il ricercatore, lo scrittore, il consulente. Un uomo dal sapere fuori dal comune, sempre in cerca di nuovi stimoli e avventure. E adesso per l’appunto si è messo in testa di sviluppare le basi di un’etica universale. Roba da niente.

Perciò, quando abbiamo pensato di realizzare questa intervista su un argomento diverso, avevamo l’imbarazzo della scelta. 

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Daniel: «Potremmo parlare di arte e cambiamento, che ne dici?»
Andrea: «E se invece approfondissimo il tema delle monete complementari? Magari esplorando cosa pensa delle criptovalute…»
Daniel: «Vero! Oppure la finanza etica!»
Andrea: «No aspetta, a questo punto parliamo di comunicazione non violenta…»

Alla fine, fra i mille argomenti, abbiamo optato per approfondire il tema degli asili nel bosco, seguendo la scia della precedente intervista a Danilo Casertano, ma provando a esplorare un punto di vista e un approccio apparentemente diverso. 

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Ci presenti il tuo lavoro nelle scuole? Come nasce, quando e perché?

Non parlerei almeno inizialmente di “lavoro nelle scuole”, nel senso che la prima dinamica sociale che si è creata riguardava una precisa richiesta da parte di un gruppo di educatori che cercavano un modello adeguato ai loro bisogni particolari per avviare e gestire un asilo nel bosco. Era il 2015 e mi capitava di incontrare richieste del genere soprattutto per regolarsi meglio nelle attività no profit, contesto che frequento abitualmente dal 1990. La cosa che mi lasciò più perplesso all’epoca era la rigidità dei consulenti che questi  gruppi incontravano, ovvero degli autentici “mister no” per i quali tutto era vietato e assolutamente pericoloso, anche cose e situazioni che frequentavo da anni senza aver mai incontrato problemi. Lì è cominciato un “dialogo” interessante in cui, fra richieste di rettifica con commercialisti e avvocati più i pareri dei pubblici ufficiali incontrati soprattutto quando si verificavano problemi interpretativi, si arrivò a definire un modello semplice di attivazione di asilo nel bosco ricorrendo all’associazione di promozione culturale – come ancora talvolta la si chiama – nel rispetto di tutte le norme di contorno per le questioni collegate a contratti di lavoro, di assicurazione, di affitto o comodato eccetera..

Nel seguire le varie dinamiche di sviluppo di alcuni di questi progetti si cominciava a capire che l’elemento che impediva la piena implementazione delle pratiche dell’asilo nel bosco era soprattutto la mancanza di idee chiare sul piano legale e burocratico-amministrativo, così che in tanti avevano sempre paura di essere brutalmente esposti agli attacchi degli enti di controllo. L’anno seguente ci fu un’importante crescita delle occasioni formative create da diverse reti sociali in connessione fra di loro e così si cominciò a costituire un vero e proprio canale possibile per tutti coloro che avevano desiderio di capire meglio. Poi le cose si sono ulteriormente evolute raggiungendo numeri sempre più vasti con la definizione di modalità utili anche per chi voleva fare semplicemente educazione o istruzione parentale, tema questo che interessa tuttora a tanti e vari soggetti.

Come è nata, e perché, la rete nazionale degli asili nel bosco?

Quando mi sono affacciato in questo contesto ho trovato da subito una serie di gruppi che stavano cooperando fra di loro al fine di costituire qualcosa che li rappresentasse come portatori di interesse rispetto al tema degli “asili nel bosco”. Ricordo di averli visti collettivamente per la prima volta nel 2016 e in quell’occasione erano soprattutto Paolo Mai e Danilo Casertano i promotori di questa rete. Quello stesso anno nacque a Veglio, in provincia di Biella, proprio presso un progetto di asilo nel bosco – posso dire su mio suggerimento – il Comitato Promotore per l’Educazione in Natura, che aveva l’intenzione di portare avanti gli interessi di tutti in modo soprattutto movimentista e culturale e meno dal punto di vista della tutela di un modello che potremmo definire più associativo. La rete di quei gruppi, per come si era sviluppata fino ad allora, non entrò completamente nel Comitato ma perdurano tuttora relazioni valide tra tutti i partecipanti a quegli incontri a vario titolo, rimanendo in piedi, a livello di larghe intese – se così posso esprimermi – un quadro di rapporti molto fluido, ma efficace per riconoscersi e optare per qualche azione condivisibile. Tutto questo è, a mio giudizio, la rete nazionale degli asili nel bosco, che è stata sicuramente “poggiata” – senza impegno di rappresentanza ma solo di riconoscibilità – presso l’associazione di Ostia Antica, che va annoverata fra i promotori più attivi.

Il Bene e il Male esistono?
Inchiesta di due tipi curiosi (e poco attendibili)
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Fai consulenze “pubbliche” via web. Ci spieghi meglio di cosa si tratta?

Il mio lavoro in questo contesto è stato soprattutto quello di abilitazione legale e burocratica e nel tempo ho svolto una funzione di formazione a questi gruppi soprattutto grazie a interventi strutturati, talvolta individuali, talaltra come semplice lavoro di networking. Avevo  semplicemente intenzione di girare per il Paese e raccogliere tutte le informazioni utili, scrivere un libro e passare ad altro, depositando in maniera “definitiva” tutto quello che avevo appreso in questi viaggi, un po’ con un’azione del tipo “libera tutti”. Tuttavia le cose non sono poi andate così perché si è generata una situazione completamente diversa a causa degli eventi collettivi ai quali abbiamo assistito e che stiamo tuttora vivendo.

Le attività con la prima infanzia in questo contesto sono cresciute sensibilmente anche grazie all’esclusione dai servizi dovuta all’istituzione dell’obbligo vaccinale che ha creato, forse per la prima volta, una presa di posizione rispetto ai temi dell’educazione e dell’istruzione parentale anche da parte di chi non ci avrebbe nemmeno pensato e che si trovava in uno stato di bisogno di innovazione per la dose di frustrazione per tutto quello che aveva dovuto subire in seguito all’esclusione. Non è semplice ovviamente fotografare tutto quello che succede a livello collettivo avendo un punto di vista piuttosto isolato, anche se in relazione a gruppi sociali precisi e magari molto impegnati su di un tema direi che è scattata una molla sociale che ha spinto tanti a provare a creare qualcosa di importante e di migliore per i propri figli, magari con il concorso di altri e al di fuori delle ingessature dei servizi e delle norme… insomma, per stare all’aperto e in natura in senso reale e metaforico, un ritorno alla semplicità e alle relazioni per educare meglio i propri figli.

Che ruolo avevi in queste dinamiche?

In questo contesto informale venivo spesso chiamato presso case private o in riunioni dei genitori per raccontare tutto quello che si poteva fare e, senza che io attivassi nessuna promozione, di fatto queste esperienze si sono moltiplicate per semplice passaparola. Con il Covid la situazione è diventata drasticamente diversa: non era più possibile vedere nessuno e men che meno frequentare gruppi. Così ho provato a usare i social come mai avevo fatto in vita mia e fra tutti ho scelto quello su cui avevo reale possibilità di contattare gli altri, ovvero facebook. È così che ho cominciato a fare incontri di gruppo via web per non avere impatto economico, vista la condizione di precariato in cui tutti versavano (ma dovrei dire versano), tramite piattaforme di associazioni o altri soggetti che avessero voglia di diffondere meglio le pratiche per cercare di rimanere aperti anche in epoca Covid.

Questo ha reso le relazioni molto diverse: non più solo piccoli gruppi e pochi contatti al mese, ma tanti gruppi insieme e tanti più contatti. Questo non mi creava problemi, tanto ero chiuso in casa e non potevo muovermi fino a data da destinarsi! Così è cambiato tutto e, ad oggi, non ho idea di cosa sarà di ciò che sta evolvendo molto al di là del mio supporto, che resta comunque dedicato alla parte di abilitazione formale e non veramente di contenuto. Mi limito ad osservare, capire e anticipare le mosse per chi vuole fare qualcosa in questo senso. Sicuramente stiamo vivendo un’epoca molto interessante per il futuro dei servizi alla persona.

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In questo anno di Covid come si sono mosse le scuole “alternative”?

I progetti di istruzione parentale comprendono qui l’homeschooling, nelle diverse e variamente derubricabili tipologie, e le scuoline parentali. Tali progetti sono cresciuti enormemente anche grazie al rifiuto di quanto è successo  e ancora capita in ambito scolastico. La prima esperienza del Covid, del lockdown, della DAD e di tutto quello che ne è scaturito è stata pesante e psicologicamente difficile da superare perché non ha offerto nemmeno appigli per un cambiamento possibile e positivamente auspicabile. Al momento attuale, se metto insieme i dati che mi passano davanti, capisco che il fenomeno ha fatto un balzo in avanti talmente significativo che potremmo parlare di salto verso le decine di migliaia di partecipanti  e anche un po’ oltre se questo trend continua così fino a settembre. Siamo davanti a un fatto nuovo in mezzo a una serie di tanti altri fatti nuovi che rivoluzioneranno il nostro stile di vita in via definitiva: questa è la sensazione che avverto sempre più concretamente.

Vorresti che queste scuole diventassero “ufficiali” o il cambiamento va portato “fuori dal sistema”?

No, non ho mai pensato né agito come se ci fosse un sistema ufficiale e uno informale. Una società è una foresta di relazioni che si nutrono di leggi, norme e di semplici diritti di fatto e, per me, la legge, quella vera, è quella meraviglia che aggiunge idee e offre capacità e forza alla gente perché permette di fare. Le norme sono semplicemente indicazioni pratiche e utili per fare alcune cose in certi contesti e limitatamente a questi. So di dire qualcosa che suona nuovo o strano alle orecchie di chi vede la legalità come il contesto del “no” e del “non si può”, ma posso dire serenamente che, in tutti questi anni di lavoro di confine, nell’innovazione sociale non ho mai trovato ostacolo nella legge, semmai talvolta nell’interpretazione limitativa delle norme da parte di chi si è sentito investito del compito di controllare per ridurre fenomeni di cui percepiva l’eccessiva “libertà”.

Proprio questo è il tema di grande confronto di questo inizio secolo, l’eredità che abbiamo ricevuto dai nostri genitori che non hanno potuto o saputo fare più di tanto. La libertà di cui intendiamo godere è soprattutto il permesso di fare, almeno stando alle intenzioni generali che percepisco: per come la vedo io, si tratta invece di godere di uno stato di diritto talmente semplice e incontrovertibile in cui tutti trovano spazio e possibilità di applicazione personale e collettiva nonché fonte di maggiore espressione. Non si tratta a mio giudizio di abilitare tutti con maggiori mezzi e strumenti ma, al contrario, di abbassare l’asticella, consentendo a tutti di trovare il proprio posto e trasformando tutto in possibilità di crescita. Io misuro la capacità di crescere di una società dalla capacità di darsi idee nuove e condivise, creando sviluppo apprezzabile nei diversi gruppi che la compongono, senza agire esclusione e senza approdare a forme di coercizione sottile. Questo è esattamente lo sviluppo sociale che cerco di perseguire e che mi sembra auspicabile per tutti.

In un’intervista proprio su Italia che Cambia sostenevi che “fra chi elabora strategie educative complesse e chi fa un asilo nel bosco, vince l’asilo nel bosco”. Cosa intendi?

Parto da un dato di fatto di cui ho potuto essere testimone in tante occasioni. Chi “educa in natura” intendendo una serie di attività di stimolo e rilevazione dello stimolo in condizioni di semplicità e di avvicinamento al minore proprio come persona piccola e non come “soggetto indifferenziato fino a quando non rivela di che pasta risulta fatto”, ottiene risultati migliori proprio grazie alla relazione di rispetto che si crea. Non riesco a riconoscere, nonostante i tanti incontri, una pedagogia che ha oggettivamente qualità superiore rispetto ad altre: potrei non vedere e non capire tutto, ma mi sembra proprio che non esista una tecnica univoca dell’educazione quanto piuttosto una serie di pratiche utili che fanno riflettere sul tema. Mi sembra più vero che la persona educa la persona e quanto più la persona è risolta tanto migliori saranno i risultati.

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Quali cambiamenti hai visto nella scuola negli ultimi anni? 

Ho potuto notare da utente – ho tre figlie – che esiste un certo movimento di complicazione nei rapporti. Ho assistito negli ultimi dieci anni a un progressivo allontanamento degli istituti dalle famiglie e un radicarsi di modalità di sterilizzazione dei rapporti. Oggi non si può parlare con gli insegnanti se non nei modi/tempi che vengono concessi, che risultano sempre meno, mano a mano che si progredisce nel percorso, dal massimo nella scuola dell’infanzia al nulla dell’iter universitario. La famiglia, altro “istituto” profondamente in crisi, non può partecipare se non nel senso che ascolta e accetta quanto viene comunicato, ma non ha ruolo. La deriva digitale aggiunge lontananza: solo su registro elettronico, solo a distanza, solo in gruppi poco differenziati, solo senza particolare qualificazione, solo omologati verso un risultato che deve essere visto da un occhio centrale per “capire” come girare la manovella della regolazione istituzionale.

Questo modello troppo robotico, secondo me, sta prendendo non il sopravvento ma semplicemente lo spazio che gli è stato dedicato da troppo tempo e soprattutto perché noi non abbiamo trovato risposte diverse. D’altra parte la scuola appare sempre come un istituto totale, sicuro di sé, garantito, nonostante tutto e onnipresente come le chiese e i municipi. Per queste ragioni, possiamo parlare di crisi della scuola: molti ormai per i percorsi culturali e di crescita che si sono dati ne sanno di più, tanti possono fare meglio e alcuni cominciano ad uscire dalla scuola perché vogliono di più. A me sembra che sia esattamente questo quello che sta capitando: il depotenziamento degli istituti che si vivono come totalizzanti o come monopolisti dei rapporti sociali. Esiste una resistenza al cambiamento che produce una divergenza alla quale non si intende dare risposta e che si trasforma in alterità.

Che modello di scuola auspichi per il futuro?

Non ho questa risposta. Per quello che vedo siamo in una fase di meta-progettazione, ovvero stiamo raccogliendo le idee per il salto necessario. Io spero che saremo in grado fra tutti, nel pubblico e nel privato, di dare modo ai nostri figli e figlie di percorrere il tempo della maturazione individuale con maggiore serenità di quanto non facciamo oggi: siamo troppo addestrati e poco ascoltati. Siamo troppo soli e troppo raggruppati. Non possiamo aspirare a chiedere qualcosa che non sia quello che ci viene dato comunque anche quando non lo chiediamo. Non possiamo chiedere davvero. Ecco, questo è il tema dell’educazione: non riusciamo a superare il livello al quale ci troviamo già perché sembra di dover prima convincere tutti della bontà di un nuovo stile di vita che di fatto si trova ad uno stadio pre-culturale, solo embrionale.

Quello che succede è che chi prova a fare altro, semplicemente è un escluso perché non trova posto in un luogo già preordinato e bene gli va se riesce a diventare un outsider, aggiungendo una casella ma mai modificando l’impianto come inizialmente dato. Il rischio vero è quello di diventare un reietto che non ha posto: intendiamoci, viviamo almeno in un contesto civile in cui non gli viene fatto nulla, semplicemente non ha luogo e viene lasciato solo a se stesso… Celebriamo tanto la creatività e la capacità di essere divergenti eppure il vincente è solo chi si adegua allo stato di cose che incontra risultando semplicemente quello che rimane… è veramente una cosa triste e tribale. Su questo dovrebbe lavorare l’educazione e io spero che la scuola del futuro, quella che magari seguirà a breve, sarà fatta da insegnanti che hanno imparato ad essere prima di tutto persone, non solo individui pensanti che è il meglio a cui possiamo aspirare oggi. Le materie saranno abilitazioni a vivere meglio e con maggiore capacità di espressione. I voti semplicemente il modo di capire se si è capito. Tutto questo non è ancora  un modello ma una sintesi estrema di elementi importanti che dovranno poi entrare in un progetto pratico di cui intuisco solo alcune dimensioni.

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