15 Mar 2022

Digestori anaerobici a Roma fra speculazioni, danni ambientali e alternative sostenibili

Scritto da: Brunella Bonetti

A Roma sono stati avviati diversi progetti di costruzione di digestori anaerobici. Ciò che sta avvenendo nella Capitale è solo la punta di un iceberg – quello della transizione ecologica così come viene portata avanti in Italia da diversi attori di primo piano. Secondo Massimo Piras – Coordinatore nazionale del Movimento Legge Rifiuti Zero –, questo approccio cela tecnologie a forte impatto spacciate per "green", ingenti interessi economici, incoerenza con le indicazioni comunitarie e coinvolgimento della cittadinanza basso o del tutto assente. Lo abbiamo intervistato per farci spiegare meglio la sua posizione.

Roma, Lazio - A Roma, nelle zone di Casal Selce, Cesano e Muratella è prevista la costruzione di digestori anaerobici per la frazione organica differenziata. Si tratta di una tecnologia piuttosto dibattuta, sulla quale esistono opinioni discordanti.

Giovedì scorso, il 10 marzo, sono scesi in campo gli oppositori di questo progetto in occasione del Consiglio straordinario di Roma Capitale sui rifiuti in cui si è proposto di ratificare la Delibera di Giunta n. 33/2022 sui due mega digestori anaerobici da 100.000 tonnellate annue per la gestione dei rifiuti organici del zona nord-ovest di Roma. A una tale soluzione infatti, secondo alcuni, esistono alternative più sostenibili. Ne ho parlato con Massimo Piras, Coordinatore nazionale del Movimento Legge Rifiuti Zero per l’economia circolare, che ho incontrato davanti al Campidoglio in occasione della manifestazione del movimento.

Da quindici anni Massimo si occupa di tematiche riguardanti la gestione di rifiuti e l’economia circolare. È un esperto nel settore e si batte quotidianamente per una corretta messa in atto dei paradigmi e delle disposizioni europee sulla riprogettazione e gestione degli scarti attraverso il riciclaggio dei rifiuti organici e inorganici. Il Movimento che coordina nasce proprio sulla scia della proposta di legge “Rifiuti Zero sull’economia circolare”, di cui è il primo firmatario, ma che non è stata ancora messa in atto.

digestori anaerobici massimo piras
Massimo Piras (a destra)
Partiamo dall’inizio: cosa sono i digestori anaerobici e perché si vuole realizzarli? 

In tutta Europa si procede con l’elaborazione dei progetti che potrebbero essere finanziati con il PNRR. In questo il PNRR italiano ha stanziato, su circa 200 miliardi di euro complessivi, appena 1,5 miliardi per la Missione 2 Capitolo 1 – Economia circolare, che racchiude la filiera nazionale per il potenziamento della raccolta differenziata, la costruzione di isole ecologiche e centri di riuso, la costruzione di impianti di riciclaggio dei rifiuti differenziati (come quelli per la selezione di carta-plastica-metalli) e quelli per il compostaggio aerobico della frazione organica.

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Occorre considerare che sono stati stanziati  nella stessa Missione 2, ma al Capitolo 2 – Transizione energetica, quasi 2 miliardi soltanto per il biometano, per finanziare la filiera degli impianti a biogas da riconvertire a “bio”-metano, addirittura con il contributo statale pari al 40% a fondo perduto per l’investimento in impianti privati.

A fronte di questo PNRR, il ministero per la transizione “ecologica” ha emesso il 15 ottobre un avviso pubblico per i Comuni che vogliono chiedere i fondi per il Capitolo Economia Circolare. Oltre al compostaggio aerobico per produrre compost agronomico, il ministero ha illegittimamente incluso anche impianti di digestione anaerobica per produrre biogas/biometano dai rifiuti organici, che non rientrano affatto nelle norme vigenti sul riciclaggio. Si tratta infatti di un “recupero di energia” che produce, oltre al biogas, uno scarto di lavorazione detto fango digestato, che è il residuo dei rifiuti organici residui e che non è affatto un compost utilizzabile, ma un rifiuto speciale.

Cosa puoi dirci di ciò che sta avvenendo a Roma?

Roma Capitale e il Comune di Fiumicino hanno deciso di presentare progetti per costruire ben tre digestori anaerobici per produrre biogas, di fatto tutti e tre a servizio di AMA, di cui uno da 100.000 ton/anno a Casal Selce (a ridosso della via Aurelia), un altro da 100.000 ton/anno a Osteria Nuova (sulla Braccianese a ridosso dell’abitato) e uno da 80.000 ton/anno a Lingua d’Oca, a Maccarese sud (a ridosso dell’aeroporto). Quest’ultimo impianto è dovuto al fatto che AMA vuole chiudere il vecchio impianto di compostaggio di Maccarese nord e ha deciso di costruire un altro digestore anaerobico che servirebbe per l’80% dei rifiuti di Roma.

In teoria l’organico differenziato e raccolto in modo pulito, attraverso il compostaggio aerobico, diventa compost e quindi si può riciclare e vendere per uso agricolo. Qui invece si vuole usare il rifiuto organico per produrre biogas tramite impianti industriali enormi, i digestori anaerobici, per estrarne metano, che viene pagato il quadruplo del suo costo. Questo perché i rifiuti organici sono considerati fonte di energia rinnovabile. Il loro prodotto però, il metano, è un elemento altamente nocivo per l’atmosfera essendo un potentissimo “gas serra”. Inoltre il fango digestato che resta viene stabilizzato e poi sparso nei terreni agricoli con danni consistenti per i terreni e per le persone.

digestori anaerobici 3
Esistono quindi interessi economici legati ai digestori anaerobici?

Dietro tutto ciò c’è un business enorme derivato dagli incentivi a fondo perduto detti CIC, che sono pari a tre volte il costo di ritiro del biometano. Un business sostenuto dal Governo nel PNRR e dai Comuni che pensano di ripianare i loro bilanci con la speculazione legata al “bio”-metano. Il gas, una volta messo in rete, porta tanti soldi e il fango residuo dopo l’estrazione del biogas viene stabilizzato, spacciato come compost e sparso sui campi.

A sostenere tutto ciò sono fondi pubblici che foraggiano gli impianti sia per la costruzione che per la gestione e che sono tutti finanziati della Tassa Rifiuti e dalle bollette elettriche e del gas. Nonostante l’economia circolare indichi che, laddove i rifiuti organici vengano utilizzati per produrre un combustibile, non possano essere considerati come attività di riciclo, si continuano a promuovere gli impianti anaerobici per interessi economici molto forti.       

Può spiegarci meglio come funziona la gestione dei rifiuti tramite processi anaerobici?

Quando parliamo di questioni riguardanti i rifiuti, non è mai semplice. Siamo in presenza di un PNRR molto discutibile. A fronte di 200 miliardi di fondi, solo 1,5 sono stati investiti nell’economia circolare: l’1% delle risorse per il riciclaggio, a fronte di  2 miliardi previsti per un recupero energetico dalla filiera del biometano. Il bando del ministero della transizione ecologica è stato fatto con i fondi della economia circolare, la quale però non prevede i digestori anaerobici, che sono un processo industriale che usa i rifiuti organici per recuperare il biogas.

Si prevede che questo gas sia utilizzato come combustibile per automobili e autobus, ma sappiamo dai dati di ARPA Lombardia che le emissioni in atmosfera del metano rispetto a quelle del gasolio sono mille volte maggiori per quanto riguarda il metano incombusto, trenta volte maggiori per gli ossidi di azoto e così via. Inoltre, dal processo di produzione risulta fango digestato che viene portato in compostaggio e poi smaltito nei campi, dato che nessuno comprerebbe mai una tale fanghiglia contenente composti ammoniacali, metalli pesanti e idrocarburi.

Quali sono gli effetti sull’inquinamento atmosferico?

Il biogas che si sviluppa dalla fermentazione dell’organico in assenza di ossigeno è composto per oltre il 60% da metano e si può depurare togliendo il 40% di anidride carbonica, dispersa in atmosfera, e recuperando il metano, che può essere poi venduto in due modi: come gas metano fossile – che va certificato e messo in rete come tale – oppure lo si può liquefare e poi venderlo come combustibile per autotrazione. In entrambi i casi è una grande fonte di inquinamento, poiché immette in atmosfera grandi quantità di gas – le così dette perdite fuggitive 2 con un impatto ambientale enorme. Anche venduto come metano liquefatto è fortemente inquinante. Spacciato come carburante del futuro, è tutto il contrario. È perfino più inquinante del diesel di ultima generazione.

Cosa dice la legge in proposito?

Nel 2020 la Commissione Europea ha imposto di dimezzare le emissioni di metano in atmosfera. Questo è necessario se vogliamo raggiungere l’obiettivo di abbassare a 1,5° l’aumento della temperatura globale, che oggi si attesta a 3°. Di fronte a tutto ciò, l’unica soluzione è diminuire la produzione di metano proveniente dai settori dell’agricoltura, dei rifiuti e dell’estrazione fossile. Il comparto dei rifiuti partecipa per un 20% alle emissioni, dato dalle dispersioni in atmosfera che si verificano negli impianti, ma soprattutto nella rete di distribuzione.

Ci sono altre zone interessate nella Capitale ?

Sì. Sono stati presentati altri progetti per digestori anaerobici per i fanghi reflui da impianti di depurazione acque a Ostia e in zona Tiburtina, a Colli Aniene. Inoltre sono previsti altri impianti per selezionare carta e plastica, di cui risulta un totale ed errato dimensionamento, sempre nella Valle Galeria e a Rocca Cencia. Per questa zona, nel quadrante est risulta approvato anche il Revamping del TMB di AMA, che quindi è destinato a restare.

Di quali numeri si parla per i rifiuti e di quale spesa per gli impianti ?

Nella Capitale si parla di 1 milione 800 mila tonnellate l’anno di rifiuti, di cui 700 mila differenziate. Di queste, al momento, circa 200 mila tonnellate di rifiuti organici sono differenziati, ma differenziati male, cioè contaminati. Da dieci anni i rifiuti vanno soprattutto nell’impianto della Bioman a Pordenone, pagando una cospicua quota pari a 170 euro a tonnellata. Questi numeri hanno conseguenze ambientale enormi: stiamo parlando del residuo di un prodotto industriale tossico che ha un forte impatto sulla terra e sulle falde idriche, oltre che sull’atmosfera. L’ONU dice che entro il 2030 bisogna dimezzare le emissioni di metano in atmosfera e la costruzione di impianti anaerobici non è certo la soluzione.

digestori anaerobici 2
Esistono soluzioni alternative per garantire l’autosufficienza di Roma nella gestione dei rifiuti urbani?

Il compostaggio aerobico. Dalla frazione organica differenziata dei rifiuti potremmo ricavare compost utile, per esempio, per l’agricoltura, ma non solo. Il compostaggio aerobico sequestra carbonio e CO2, costa un terzo rispetto agli impianti di digestione anaerobica e si possono costruire impianti più piccoli e distribuiti in più territori. L’unico difetto è quello di non avere incentivi dallo Stato, al contrario del gas metano che, tra l’altro, noi cittadini paghiamo con la TARI. Le vere fonti energetiche da incentivare sono altre: fotovoltaico, solare, eolico, idroelettrico e molte altre rinnovabili.

Lei cosa chiederebbe ai cittadini?

Si può manifestare denunciando l’illegittimità del bando e attivarsi per la messa in atto di un’economia circolare che, tra l’altro, è l’unica a essere finanziata dai fondi europei. La crisi energetica è dovuta soprattutto all’importazione dalla Russia, da cui compriamo quasi il 50% del metano che usiamo. La soluzione è investire subito su impianti per la produzione di energia da vere fonti energetiche rinnovabili.

Siamo ancora in tempo per fermare questi progetti?

Certo, ma bisogna mobilitarsi tutti e subito. Il fatto che Roma non abbia impianti è un’opportunità e non una mancanza. Fare impianti piccoli, poco diffusi e sostenibili corrisponderebbe – oltre che a una gestione e a uno smaltimento corretti dei rifiuti – alla responsabilizzazione delle comunità locali. Il futuro è legato alle fonti energetiche rinnovabili. Investire sui rifiuti va bene, ma in maniera cauta, bilanciata e con il confronto e la collaborazione dei cittadini. Bisogna avviare dei percorsi partecipativi veri, come gli Osservatori Rifiuti Zero già instituiti nei Municipi I, VI e VII.

L’ONU dice che entro il 2030 bisogna dimezzare le emissioni di metano in atmosfera e la costruzione di impianti anaerobici non è certo la soluzione

Abbiamo ormai pochi anni per fermare un inarrestabile cambiamento climatico. E la corretta gestione dei rifiuti è uno snodo chiave della questione, legata anche alla crisi energetica e all’inquinamento. Esiste un principio chiamato DNSH, promulgato dalla Comunità Europea, che significa “non produrre un danno significativo” all’ambiente. Questi impianti invece lo producono e per questo la loro costruzione va contrastata.  

Per fermare questa piaga serve attivarsi in tutti i quartieri e i municipi. Dobbiamo costruire assemblee e riunioni informative su questa nuova devastante tecnologia che viene fatta passare come innocua e utile per produrre metano senza che siano in alcun modo evidenziati i rischi e soprattutto le alternative. Esse esistono e sono già state presentate dal Movimento Legge Rifiuti Zero per l’Economia Circolare nel 2020 in Campidoglio con il Piano per una vera economia circolare a Roma, in cui, per la frazione organica, si deve a norma di legge utilizzare esclusivamente per il compostaggio su piccola e media scala.

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