29 Set 2022

Dal kintsugi al boro sashiko, le arti giapponesi che insegnano a ricomporre gli oggetti rotti valorizzandoli

Non solo ricomporre i pezzi di oggetti rotti, ma farlo utilizzando elementi che spiccano e che evidenzino crepe e rattoppi. Già, perché secondo il kintsugi e altre antiche tecniche artistiche e artigianali giapponesi, da traumi e rotture si può uscire arricchiti e più consapevoli. L'artista Patrizia Lonardi ci spiega meglio queste tecniche e le loro diverse declinazioni.

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Quando una ciotola, un piatto o una teiera si rompono, siamo soliti gettarli con rabbia o con dispiacere. L’arte giapponese del kintsugi fa esattamente l’opposto: conserva i cocci rotti, li riassembla, ne evidenzia le fratture usando un metallo prezioso, che può essere oro o argento liquido o lacca con polvere d’oro esaltando le nuove nervature, che sono come delle cicatrici raffinatissime. Ogni pezzo riparato diventa unico e irripetibile per via della casualità con cui la ceramica si frantuma e delle irregolari, ramificate nervature che si formano esaltate dal metallo prezioso.

Il kintsugi, che risale probabilmente al XV secolo, ci suggerisce che la rottura non rappresenta la fine, ma può anche essere un prezioso nuovo inizio. Questa è l’essenza della resilienza. Nella vita ognuno di noi ha da trovare un modo per far fronte in maniera positiva agli eventi traumatici, per crescere attraverso le esperienze dolorose, per valorizzarle ed essere consapevole che sono proprio queste che ci rendono persona unica e preziosa.

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L’artista americana Rachel Sussman applica il concetto di kintsugi giapponese all’ambiente urbano. Dopo aver passato circa dieci anni a fotografare superfici screpolate in evidente stato di deperimento, questa artista ha deciso di iniziare a riparare ciò che si era completamente rovinato.

Nella sua arte le crepe rappresentano qualcosa che ha bisogno di attenzione. E attraverso la loro doratura si innesca un modo alternativo per osservare con occhi nuovi tutto ciò che c’è intorno a noi. È questa una pratica artistica che serve a celebrare la perseveranza e ci permette di apprezzare anche le periferie degradate o gli spazi abbandonati, che tendiamo invece a rifuggire.

Tornando al Giappone e all’arte del riparare, vi invito a fare un viaggio all’interno del museo dei tessuti di Tokyo che si chiama AMUSE, Museo delle Arti Tessili, per scoprire il boro sashiko. È una tecnica di cucitura a mano sviluppatasi nel nord rurale del Giappone probabilmente durante il periodo Edo (1615/1868). Il suo nome in giapponese significa “piccole pugnalate”: un riferimento al punto semplice, ripetuto sempre uguale, che unisce diversi strati di tessuto.

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Era un’attività svolta dalle donne nelle famiglie di agricoltori e pescatori per prolungare la vita dei tessuti consumati e per rammendare gli abiti. Attualmente il boro sashiko si sta nuovamente diffondendo in Giappone dopo molti anni di abbandono di questa arte e anche in Occidente lo stiamo ora scoprendo nell’ambito della moda sostenibile.

Il boro sashiko ci aiuta a coltivare una maggiore cura e attenzione, riscoprendo il gusto di riparare invece che buttare. È un altro modo per allenarsi a trovare bellezza nelle cuciture e nelle suture e liberarci dal consumistico e non più sostenibile usa e getta. Far scorrere i punti del sashiko su un tessuto strappato o unire con pazienza dei cocci rotti e impreziosirne le fratture è un processo di trasformazione non solo degli oggetti, ma anche nostro, personale e culturale.

Il kintsugi ci suggerisce che la rottura non rappresenta la fine, ma può anche essere un nuovo prezioso nuovo inizio

Pratiche come il kintsugi e il sashiko sono attività che ci connettono armoniosamente con ciò che possediamo. È un sollievo per l’anima che lentamente trova conferma che tutto può essere trasformato: ciò che è lacerato, rovinato o distrutto ci offre un’opportunità di creare qualcosa di nuovo e più bello… anche nelle nostre vite.

Nella Spiritualità del Creato l’arte riveste un ruolo centrale nel processo vitale di trasformazione. Scrive Matthew Fox: “L’arte è una forma potente di guarigione (…) Con l’argilla e la danza, con la musica e la pittura si impara la sapienza del dare e ricevere (…) È il processo di interazione con i materiali che fa emergere questa verità, è precisamente questa passione del fare e rifare in una società che ha messo sul trono il disfare”. (Mathew Fox, In principio era la gioia, Fazi Editore, pp. 237-38). È proprio ciò che queste tre arti che abbiamo presentato propongono e ci invitano a fare: cucire e ricucire la vita, nonostante tutti i dolori, gli strappi e la morte.

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