9 Feb 2023

I giovani ecologisti della Repubblica Democratica del Congo che proteggono la foresta

Scritto da: Valentina D'Amora

Torniamo a parlare dei difensori delle foreste. Dopo la Colombia, oggi andiamo in Africa, nella Repubblica Democratica del Congo, dove uomini e donne, soprattutto indigeni appartenenti alle culture tradizionali, cercano di difendere le foreste primarie del pianeta. Abbiamo fatto due chiacchiere con Roberto Salustri di Reseda Onlus, che si occupa di sostenere gli ecologisti e le loro famiglie attraverso progetti di cooperazione internazionale focalizzati sulla riforestazione.

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Oggi vi portiamo nella Repubblica Democratica del Congo – dove è nuovamente esploso il confitto armato – per parlare dei custodi della foresta. Ho fatto due chiacchiere con Roberto Salustri, dell’istituto Reseda, che ha subito condiviso con me la preoccupazione per la situazione attuale: «Ora dobbiamo capire come muoverci, chiaramente la notizia della ripresa del conflitto mette in allarme tutti i progetti che stiamo portando avanti».

LA FORESTA IN CONGO: DI CHE NUMERI PARLIAMO?

La foresta congolese è una foresta primaria, caratterizzata da alberi centenari; in alcuni punti è molto selvaggia e tocca parchi nazionali; in altre parti, invece, non si trova in aree protette. Roberto mi racconta che in Congo ci sono tanti giovani donne e uomini impegnati a custodire questa foresta tropicale enorme, la più grande del continente, la cui superficie supera i duecento milioni di ettari e che ospita circa diecimila specie di piante tropicali e un gran numero di animali in via di estinzione, tra cui l’elefante della foresta, scimpanzè, bonobo e gorilla.

disboscamento

«Attualmente come Reseda Onlus stiamo collaborando con il Centro studi e ricerca per la protezione della foresta della repubblica democratica congolese, con cui stiamo portando avanti alcuni progetti di tutela». Da cosa bisogna proteggere questa preziosa foresta? Dalla deforestazione, alias dal disboscamento illegale.

Nell’ultimo decennio, infatti, la situazione è peggiorata: solo nel 2019 ne sono stati abbattuti circa cinquecentomila ettari (fonte Global Forest Watch).  Si tratta del secondo polmone del mondo dopo l’Amazzonia, eppure nessuno sta parlando della sua distruzione.

IL DISBOSCAMENTO ILLEGALE

«Tante volte si cita il mogano come legno, in realtà è un albero enorme, bellissimo tra l’altro, di cui le aziende italiane (per all’incirca un 20%) e cinesi (per il restante 80%) acquistano il legname». Qual è il punto? Specialmente quando una famiglia si trova in difficoltà economica, decide di darsi al disboscamento illegale: sceglie un albero, lo abbatte, lo seziona e lo trasporta sino al porto.

Il gioco vale la candela? «Un albero di mogano alto circa venti metri può valere intorno ai duecento euro. Ci sono padroncini che caricano venti tronchi alla volta sul proprio furgone, con il pericolo di andare fuori strada e consapevoli che potrebbero essere multati o arrestati dalle forze dell’ordine. Ma lo fanno comunque».

Questo legname, poi, viene acquistato, ma non necessariamente è destinato all’Italia: «Magari finisce in Spagna e arriva in Italia già lavorato, aggirando, così, tutta una serie di controlli. Se arriva in Italia come materiale già lavorato, infatti, le verifiche sono diverse».

volontari congo
I PROGETTI DI RIFORESTAZIONE IN ATTO

Che fare, quindi? «Il nostro principale obiettivo ora è lavorare sulle singole famiglie, per convincerle a non tagliare più questi alberi secolari. Dopodiché, proponiamo loro un reddito alternativo: piantare alberi di cacao, mettendo le piante a dimora direttamente in foresta».

Il centro studi per la protezione della foresta, che collabora anche con il centro di orientamento dei contadini, si occupa, tra le altre cose, di erogare corsi di formazione e ad oggi sta lavorando molto bene sul piano della consapevolezza della cittadinanza. «Oltretutto, al di là dell’illegalità, – aggiunge Roberto – non c’è nessuna tutela in ambito di sicurezza, perché l’abbattimento degli alberi avviene generalmente con mezzi di fortuna, il più delle volte a piedi nudi, su travi appena tagliate, quindi è anche molto pericoloso, senza contare tutti i rischi del trasporto sino al porto. Il lato positivo, però, è che ora molti contadini hanno scelto il cacao come fonte di reddito».

In Africa c’è gente che studia, si dà da fare e riesce ad avviare iniziative concrete che hanno inneschi positivi sul proprio territorio

Il disboscamento illegale, alla velocità di uno o due alberi alla volta, anche se non sembra, porta complessivamente i suoi effetti nefasti, anche perché quelli che vengono abbattuti sono alberi centenari. «Facendo delle stime sul piano economico, un tronco di mogano di trecento anni, alto venti metri, una volta tagliato vale come un intero ettaro di mogano piantato dieci anni fa».

Non resta, quindi, che continuare a consapevolizzare la popolazione locale. «È proprio dai ragazzi di questo centro studi che è nata la bellissima idea di lavorare a delle strategie concrete per creare un reddito alternativo per queste famiglie, affinché riescano a sfuggire al perverso meccanismo del disboscamento illegale. Ora, infatti, oltre al cacao, viene proposto il riso di montagna».

Per questo Reseda sta finanziando i vivai forestali di cacao e, nel frattempo, Roberto e il suo staff stanno cercando di capire quali sono le piante autoctone che possano essere coltivate con una certa facilità. Una miccia accesasi dall’interno, da un bisogno del territorio e di chi lo vive quotidianamente.

vivaio forestale
I ragazzi che lavorano al vivaio forestale di Reseda

Buona parte di questo lavoro ora è affidato a un gruppo di giovani volontari che girano per villaggi per regalare ai contadini le piante che, dopo 2/3 anni arrivano a maturazione. Gli alberi vengono volutamente lasciati bassi, in modo da poter raccogliere sempre i frutti con facilità. «Ora come ora, quindi, il nostro principale costo è la benzina per i mezzi di trasporto e l’affitto motocarri e camioncini per la distribuzione delle piante. Per il resto è tutto lavoro di squadra di questi ragazzi che si prendono cura delle “fitocelle”, i vasetti con le piantine, utilizzati per coltivare gli alberi, e della loro distribuzione».

Un progetto che, in questi primi sei anni, sta già portando i suoi frutti: «L’iniziativa si è arricchita di questo nuovo tentativo di coltivazione, il riso di montagna, ma abbiamo ancora pochi fondi però. Se potessimo contare anche solo su qualche migliaio di euro l’anno potremmo fare molto di più. Fortunatamente possiamo affidarci al prezioso lavoro dei volontari che vanno anche nelle scuole a portare consapevolezza e giovani alberi».

La mia chiacchierata con Roberto si conclude con una riflessione: «Quando si pensa sempre all’Africa, nella nostra mente si susseguono immagini di fame, carestie; invece in Africa c’è anche gente che studia, si dà da fare e riesce ad avviare iniziative concrete che hanno inneschi positivi sul proprio territorio. Sono loro stessi a trovare soluzioni molto efficaci, basta ascoltarli!».

Il progetto è sostenuto da una raccolta fondi di cui si occupa Reseda: chi volesse partecipare, qui può ricevere maggiori informazioni.

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