15 Gennaio 2026 | Tempo lettura: 6 minuti

Borghi italiani: cosa si intende quando li si definisce “autentici”?

Con Rosanna Mazzia, presidente di Borghi Autentici d’Italia, parliamo di cosa significhi davvero “autenticità” nei piccoli centri: non una cartolina turistica, ma comunità vive, servizi di prossimità e nuove residenzialità.

Autore: Andrea Degl'Innocenti
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“Autentico” è un aggettivo delicato. In una società dominata dal mercato, in cui persino le esperienze diventano oggetto di mercificazione, l’autenticità è diventata un bene molto richiesto. Tuttavia, in un paradossale avvitamento del sistema su se stesso, spesso anche la risposta a questo bisogno è affidata al marketing: si moltiplicano offerte di turismo esperienziale e le località si trasformano in luoghi da cartolina.

Così, per adeguarsi a un’immagine di autenticità presunta, l’esperienza risulta in fin dei conti – e inevitabilmente – fittizia. Tuttavia questo processo non è inevitabile. Dopo che abbiamo pubblicato, su Sardegna che Cambia, un articolo che denunciava la trasformazione dei paesi sardi in borghi da cartolina, l’Associazione Borghi Autentici d’Italia – di cui avevamo già parlato qui – ci ha contattato per raccontarci una via diversa per la ricerca dell’autenticità. 

Borghi Autentici d’Italia è un’associazione che riunisce una rete di circa 300 Comuni e territori in tutta Italia nata per valorizzare i piccoli centri e le comunità locali, facilitando i processi di comunità. Il suo lavoro non punta solo alla promozione turistica, ma cerca anche di sostenere percorsi di sviluppo legati a partecipazione, servizi, qualità della vita e nuove residenzialità. Abbiamo intervistato Rosanna Mazzia, presidente dell’associazione e avvocata.

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Rosanna Mazzia, presidente dell’associazione Borghi Autentici d’Italia

Iniziamo proprio dal cuore della questione: cosa intende l’associazione Borghi Autentici d’Italia per “autenticità”?

Per noi il concetto di “autentico” equivale a non convenzionale. Mi rendo conto che l’accostamento delle due parole, “borgo” e “autentico”, può evocare un immaginario di un certo tipo, al punto che stiamo persino riflettendo se cambiare nome. “Borgo” evoca un posto piccolo, carino, conservato bene, con un retaggio del passato possibilmente medievale: mura, fortificazioni, castelli. Insomma cose che fanno pensare automaticamente al “bello”. Noi invece li pensiamo in maniera contemporanea.

Nella nostra rete ci sono borghi bellissimi, borghi carini e borghi anche brutti. Ma questo non significa che non siano vivi. L’altro elemento che ci caratterizza – e qui ci avviciniamo alla nostra idea di autenticità – è che sono tutte località con una comunità locale viva e presente. Non troverai nella nostra rete paesi “fantasma”. Noi ci occupiamo del contenuto più che del contenitore. Se il contenitore è bello siamo contenti, ma se è bellissimo e vuoto non ci interessa. A noi piace un contenitore pieno.

Quindi conta più la vita che la bellezza?

Certamente, conta la vita. Faccio un esempio che spesso spiazza: se in un centro storico vedo una finestra in alluminio brutta, ma che si apre la mattina e si chiude la sera, sono felice perché vuol dire che lì dentro ci sono persone. Possiamo aiutare a migliorarla, certo. Ma un luogo perfetto, restaurato, curatissimo, dove non vive più nessuno e restano solo attività di business, è un luogo morto.

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Quindi in che modo e verso quali obiettivi, aiutate i borghi della vostra rete?

Fino a qualche anno fa il nostro sottopancia era “comunità che ce la vogliono fare”, ma abbiamo riflettuto a lungo su cosa significhi “farcela”. Non pensiamo che la soluzione allo spopolamento dei borghi sia solo il turismo e non misuriamo il successo sulle presenze turistiche. Il punto per noi è creare condizioni di benessere e futuro per chi vive lì, valorizzando patrimonio e risorse locali e mettendoli a sistema. Non vogliamo che i paesi siano “giardini delle città”, né cartoline, né musei all’aria aperta: vogliamo che siano luoghi dove vivere.

Nei borghi esiste qualcosa di simile alla gentrificazione urbana?

Sì. Vedo fenomeni di “moda” in alcuni luoghi, spesso legati a eventi, fioriture, tendenze, ma non nella nostra rete. Il rischio è trasformare i paesi in scenografie: se apri locali di movida e insegui solo i picchi turistici, il borgo diventa invivibile per chi lo abita. Noi non vogliamo “tante persone tutte insieme”: vogliamo equilibrio.

Per questo parlate di “cittadini temporanei”?

Esatto. Non siamo alla ricerca di turisti, ma di cittadini temporanei, persone che entrano in relazione con il luogo in modo rispettoso. La mercificazione è una tentazione naturale: il borgo si presta a essere “aggiustato” per piacere. Ma i fenomeni di moda fanno un picco e poi passano. Serve anche educazione: se tutti vogliono andare negli stessi posti nello stesso momento, non troveranno mai un’esperienza autentica. Bisogna imparare a viaggiare in modo sostenibile anche nei tempi e nei flussi.

Quanto contano i servizi e le politiche nazionali?

Tantissimo. Noi possiamo accompagnare processi e attivare comunità, ma senza servizi essenziali non c’è bacchetta magica. Sanità di prossimità, scuola, viabilità, mobilità: sono i nodi decisivi. Sul dibattito della Strategia Nazionale per le Aree Interne, mi colpisce quando alcuni territori sembrano descritti come destinati al declino: non crediamo si possa riattivare tutto, ma se si continua a concentrare risorse nelle città e a svuotare i servizi nei territori, quella “estinzione” diventa una profezia che si auto-avvera. Nei Comuni sotto i 5.000 abitanti vivono circa 13 milioni di persone: è una parte enorme del Paese. E le aree interne contribuiscono anche a ciò che chiamiamo “brand Italia”, tra cultura, paesaggio e produzioni.

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Ci sono esempi di inversione di tendenza in atto?

Sì. Il Comune di Biccari, sui Monti Dauni, in provincia di Foggia, è un caso consolidato: una cooperativa di comunità ha costruito una filiera di accoglienza e servizi molto interessante. Poi c’è Sante Marie, vicino a L’Aquila: non è il classico borgo “da cartolina”, ma il suo sindaco ha avuto una visione forte sui cammini, a partire dal Cammino dei Briganti. Ha costruito un percorso che parte e torna al paese, coinvolgendo altri borghi, e oggi porta migliaia di persone l’anno. La cosa importante è che non è solo marketing: ci sono servizi, alleanze, accessibilità e fattori pratici come i collegamenti. Quando parte un meccanismo credibile, cresce l’entusiasmo e la comunità si attiva.

Il vostro è anche un lavoro di accompagnamento giusto?

Sì, nel senso che lavoriamo per rendere protagoniste le persone. Il primo passo è far crescere la consapevolezza delle possibilità. Nei piccoli centri trovi anziani, giovani fuori dai circuiti competitivi, persone con percorsi di studio diversi, ma anche reti familiari, risorse informali e competenze spesso invisibili. Penso, ad esempio, a donne che dopo una lunga fase di cura arrivano a un momento in cui hanno energie e capacità da rimettere in gioco. Servono formazione, strumenti e anche un lavoro culturale: non esiste un solo modello di vita “giusto” per tutti. C’è chi cerca contesti più tranquilli e circuiti produttivi e di vita alternativi.

Informazioni chiave

Borghi e spopolamento

In un paese in cui 13 milioni di persone vivono in Comuni con meno di 5.000 abitanti, lo spopolamento dei piccoli centri è un problema reale.

L’associazione Borghi Autentici d’Italia

La rete, che riunisce circa 300 paesi sul territorio nazionale, ha l’obiettivo di rivitalizzare queste aree.

Meglio vivo che bello

L’associazione predilige i borghi “vivi” e con un tessuto sociale attivo e vivace ai centri “da cartolina”, belli ma privi di socialità.

Turismo sì, ma come?

Il turismo è un’arma a doppio taglio perché rischia di favorire fenomeni come la gentrificazione. Per questo l’associazione preferisce parlare di “residenti temporanei” piuttosto che di “turisti”.