Questione energetica, Stato italiano e Regione Sardegna: come evitare il disastro?
Il punto sulla questione energetica in Sardegna dallo sguardo e dalla penna di Maurizio Onnis, sindaco di Villanovaforru.
Non c’è molto da girarci attorno, perché comunque la si guardi la conclusione è la stessa: sulla questione energetica, lo Stato ha messo la Regione Sardegna nell’angolo. Il Consiglio dei Ministri e la Corte costituzionale, agendo in continuità, hanno tolto ogni spazio d’azione e discrezionalità a Giunta e Consiglio regionale sardi. Hanno levato l’aria alle istituzioni dell’Isola, tanto che adesso la domanda è una sola: c’è la possibilità di recuperare libertà e capacità decisionali sul tema dell’energia? Si tratta, per la Sardegna, di una partita dal valore esistenziale. O ne emergiamo capaci di autodeterminarci o precipitiamo in una dimensione neocoloniale, da piattaforma energetica del continente. Non ci sono alternative.
Lo Stato italiano e la Corte costituzionale contro la RAS
Breve riassunto. Nel 2024, alle soglie dell’estate e su istanza del ministro Pichetto Fratin, il Governo italiano detta per decreto le regole di individuazione delle aree idonee, ovvero le aree in cui installare impianti per la produzione di energia elettrica da fonte rinnovabile. E chiede alle Regioni di adeguarsi. Contestualmente, la RAS emana una legge detta di “moratoria”, con cui blocca ogni nuovo impianto FER nell’intento di fermare l’assalto speculativo alla Sardegna da parte delle grandi aziende del mercato energetico. Nel giro di poco, il Governo italiano impugna la legge di “moratoria” e, mesi dopo, la Corte costituzionale la boccia. Stessa dinamica appena più avanti.

Alle porte dell’inverno, sempre nel 2024, la Regione Sardegna assolve al compito prescritto dal decreto di Pichetto Fratin e promuove una propria legge sulle aree idonee, prima in Italia a munirsi di quanto richiesto. Al Consiglio dei ministri però la nuova norma sarda non piace e punisce tanta solerzia impugnandola. Seguono lunghi mesi di incertezza, nell’attesa del pronunciamento della Consulta, arrivato infine quasi in chiusura del 2025: la legge viene bocciata. La Corte costituzionale ribadisce, di concerto con il Governo, che l’interesse nazionale, le riforme socio-economiche dello Stato e le direttive dell’Unione Europea hanno la preminenza su qualsiasi competenza delle Regioni e che le Regioni devono attenervisi.
Ancora sullo scadere del 2025 arriva un nuovo decreto di Pichetto Fratin sulle aree idonee, nato da una sentenza del TAR laziale: il tribunale aveva decapitato la norma dell’anno prima, giudicata dalla magistratura amministrativa troppo permissiva nei confronti delle Regioni. Pichetto Fratin la riscrive, questa volta seguendo pedissequamente il decreto Draghi del 2021, e ne esce un decreto assai più restrittivo del precedente. Per la seconda volta viene rivolto ai Governi regionali l’invito ad adeguarsi. Così il circo ricomincia. La Sardegna deve dotarsi di una legge sulle aree idonee e deve abbozzarla in forma tale che sfugga alla tagliola di Roma.
I 6.2 GW di potenza che la Sardegna deve installare entro il 2030 sono una soglia minima
Alcune cifre sul nuovo decreto Pichetto Fratin
Per capire di cosa stiamo parlando, diamo un’occhiata al decreto del Governo. E per non parlarne in astratto, evochiamo alcune cifre. I 6.2 GW di potenza che la Sardegna deve installare entro il 2030 sono, anzitutto, una soglia minima. Non un obiettivo, raggiunto il quale l’Isola sarebbe libera, ma un punto d’inizio. Il che spiega perché c’è poi bisogno di tanta terra su cui installare, in prospettiva, nuovi impianti. Secondo Pichetto Fratin, si può sfruttare come area idonea fino al 3% della superficie agricola utilizzata (SAU): in Sardegna, questa percentuale corrisponde a circa 370 chilometri quadrati di suolo, più o meno 4,5 volte l’estensione del Comune di Cagliari.
Si può inoltre sfruttare come area idonea tutto ciò che ricade sotto il controllo del ministero della Difesa: in Sardegna, si tratta di altri 373 chilometri quadrati. Come termine di paragone, vale quanto detto al punto precedente. I progetti approvati dal MASE da inizio dicembre 2024 – cioè da quando la RAS ha emanato la sua legge sulle aree idonee, poi bocciata dalla Corte costituzionale – mettono insieme 585 MW di potenza più altri 126 di accumulo. È già un bel pezzo dei 6,2 GW caricati sulle spalle dei sardi. E siamo solo al principio del 2026.

Come rilevato da molti osservatori, tra cui il Gruppo d’intervento giuridico, a grattare sotto la superficie del decreto governativo si scopre che pochissimo territorio è al sicuro: quello vincolato secondo il Codice dei beni culturali del 2004 – i famosi tre chilometri di raggio attorno, ad esempio, a un nuraghe protetto dal MIC –, quello coperto da usi civici e quello costiero protetto dal Piano paesaggistico regionale del 2006. Il resto, in un modo o nell’altro, può essere oggetto di speculazione energetica.
E tutto ciò senza considerare gli impianti a mare, sui il Governo regionale non ha alcun potere. Si può fare ogni tara alle cifre, ma anche a rigirarla come si vuole la sostanza non cambia: Roma ordina che nei prossimi decenni la Sardegna diventi una produttiva e capiente batteria per l’Italia. E noi?
Gli interessi di Roma sull’energia non sono gli interessi dei sardi
Nei mesi in cui preparava la sua legge sulle aree idonee e poi dopo averla emanata, tra 2024 e 2025, la Giunta sarda si è detta molte volte sicura che la norma avrebbe superato il vaglio dello Stato italiano. Il motivo di tale fiducia era che, persino vigenti i forti vincoli stabiliti da Cagliari, Roma avrebbe avuto i suoi 6,2 GW di potenza, mettendo così d’accordo tutti gli interessi in campo: quello del Governo a incrementare la quota di energia prodotta da fonti rinnovabili, quello dei grossi attori del mercato elettrico e soprattutto quello dei sardi a salvare l’Isola dall’aggressione di chi sull’energia fa un mucchio di soldi, senza lasciare qui niente. Ebbene: mai previsione si è rivelata più errata.
Lo Stato vuole mano libera. Le aziende che costituiscono una lobby formidabile, fiancheggiata da parte dell’ambientalismo venduto all’affarismo, vogliono mano libera. Davanti a tale blocco, il Governo della RAS sembra impotente. Non crediamo sia possibile risolverla nell’ambito della “leale collaborazione istituzionale” e del ricorso “a ogni sede competente”. In altre parole, pensare di spuntarla con il gioco delle alleanze e contro-alleanze politiche o degli appelli in tribunale è pura illusione.

Lo stesso si può dire evocando le attuali competenze statutarie della RAS in campo urbanistico: come dimostrato dalle sentenze della Consulta, i magistrati interpretano le norme e l’interpretazione corrente va a scapito della Sardegna. Lo Stato italiano è il nostro irriducibile avversario. Prima ce ne convinceremo, prima affronteremo l’intero problema con una postura, innanzitutto mentale, completamente diversa.
Come uscirne?
Se passiamo alla pratica, tale postura può indirizzare a due strade diverse. Una prevede lo scontro diretto con lo Stato. Alessandra Todde, presidente della RAS, mandi il Corpo forestale a sequestrare i cantieri FER che i suoi uffici giudicano illegittimi secondo le leggi regionali. Avrebbe contro tutta la classe politica legata a Roma da un doppio filo di interessi, ma verrebbe seguita dalla stragrande maggioranza dei sardi. E darebbe finalmente al Governo italiano un segnale chiaro, inequivocabile, della volontà del popolo di non cedere in una partita decisiva per il nostro futuro.
La seconda strada non è meno impegnativa, perché passa per un nuovo patto fondativo tra istituzioni regionali e popolo sardo. Si dia vita in breve tempo all’Assemblea costituente sarda, tante volte evocata ma mai nata, con il compito di riscrivere lo Statuto in un’ottica di forte autodeterminazione. Un tale processo conferirebbe a chi siede in viale Trento una forza politica tale da affrontare con ben altra consapevolezza e peso qualsiasi diatriba con lo Stato, anche in campo energetico. È ora di cambiare direzione. Adesso. Sulla strada vecchia la partita con Roma è già irrimediabilmente persa.










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