In questi tempi diabolici, la democrazia deliberativa può ispirare il cambiamento
Per John Dryzek, uno dei massimi esperti mondiali di democrazia deliberativa, possiamo ripensare la democrazia attraverso strumenti deliberativi come le assemblee dei cittadini. Lo abbiamo intervistato.
Più che dall’incapacità di trovare soluzioni pratiche alle sfide del nostro tempo, la contemporaneità sembra caratterizzata dall’estrema difficoltà nel metterle in pratica. Prendiamo la crisi climatica; la soluzione è relativamente semplice: smettere di bruciare carbone, petrolio e gas e trasformare il modo in cui produciamo energia. Eppure sono serviti 28 incontri internazionali – le famose COP, spalmate su più di trent’anni, centinaia di giornate di meeting se li mettiamo insieme – per arrivare a scrivere timidamente su un documento ufficiale che le nazioni si impegnano ad “allontanarsi” dai combustibili fossili.
Questa frustrante incapacità della democrazia attuale di trovare risposte efficaci è forse – almeno in parte – il motivo per cui la democrazia è in crisi in molte parti del mondo, ostaggio di spinte autoritarie, populismi aggressivi, disinformazione, negazionismi e polarizzazione permanente. Eppure in parallelo si stanno diffondendo strumenti differenti, che sembrano molto più capaci di coinvolgere le persone in modo attivo, informato e responsabile. Un esempio sono le assemblee dei cittadini per il clima, sperimentate in diversi Paesi e adesso diffuse anche in Italia.
Le assemblee dei cittadini rientrano in quella che viene chiamata democrazia deliberativa, una concezione della democrazia secondo cui le decisioni pubbliche dovrebbero nascere dal confronto ragionato tra cittadini, istituzioni ed esperti. Al centro c’è l’idea che, se messi nelle giuste condizioni di informazione, ascolto reciproco e discussione, i cittadini possano formarsi opinioni più consapevoli e contribuire in modo significativo alle scelte collettive.

Questo modello non si affida quasi mai al voto per scegliere i rappresentanti, ma coinvolge direttamente le persone nei processi decisionali, spesso attraverso forme di sorteggio basate su campionamento stratificato. In questo modo si selezionano gruppi di persone il più possibile rappresentativi della società, che vengono poi messi nelle condizioni di informarsi, ascoltare posizioni diverse, confrontarsi in modo strutturato e formulare proposte su questioni complesse.
John S. Dryzek è uno dei più importanti teorici contemporanei della democrazia deliberativa. Politologo australiano, professore presso il Centre for Deliberative Democracy and Global Governance dell’Università di Canberra, studia da anni il rapporto tra partecipazione, qualità del dibattito pubblico e trasformazione delle istituzioni democratiche. Nel suo ultimo libro, scritto con André Bächtiger, dal titolo Deliberative Democracy for Diabolical Times – ovvero ioni democratiche. Nel suo ultimo libro, scritto con André Bächtiger, Cambridge University Press 2024 – affronta proprio le patologie del presente – populismo, estremismo, negazionismo e autoritarismo – interrogandosi su come la democrazia possa essere ripensata e rafforzata in tempi così difficili.
In queste settimane sembra che stiamo assistendo in pieno a ciò che nel suo ultimo libro definisce “tempi diabolici”, in cui populismo, estremismo, negazionismo e autoritarismo stanno minando le fondamenta delle nostre società. In che modo queste tendenze sono interconnesse?
Queste tendenze sono realmente intrecciate. Certo, non tutti i populisti sono estremisti, non tutti gli autocrati sono populisti e non tutti i negazionisti sono autoritari o populisti. Ma quando queste quattro spinte si saldano tra loro, possono produrre effetti profondamente destabilizzanti. Negli Stati Uniti lo abbiamo visto con grande chiarezza negli ultimi anni.

Il populismo di destra di Donald Trump e del suo mondo ha convissuto apertamente con l’estremismo, fino a legittimare la violenza politica, come nel caso dell’assalto al Campidoglio del gennaio 2021. Ha mostrato un’impronta autoritaria sia nei tentativi di restringere l’accesso al voto per chi avrebbe potuto opporvisi, sia nell’uso di pratiche coercitive mascherate da enforcement delle politiche migratorie. Sullo sfondo, il negazionismo climatico resta un punto fermo del trumpismo, a cui si è affiancata anche la promozione di posizioni ostili ai vaccini.
Chi sta prosperando in mezzo a questo caos?
La lista è piuttosto lunga: le corporation dei combustibili fossili, i sodali corrotti di leader come Orbán e Trump, i proprietari dei media tradizionali che possono trarre profitto dall’uso strumentale della rabbia – pensiamo ad esempio a Rupert Murdoch –, i miliardari che beneficiano della mancanza di controllo sulle loro attività economiche. Ma non le persone comuni che votano per questi leader: loro non stanno affatto prosperando.
I nuovi mezzi di comunicazione, soprattutto i social media, sembrano intensificare queste dinamiche. Pensa che staremmo meglio senza usarli affatto?
Penso che non usarli affatto sia impossibile, dato che ormai gran parte della vita sociale passa attraverso i social media, anche se è possibile essere selettivi, per esempio boicottando X/Twitter. I problemi politici creati dai social media sono ben noti, soprattutto alla luce dell’allineamento dei magnate delle piattaforme social a Trump o nel caso di Musk del suo unirsi attivamente a lui.
Ma dovremmo anche stare attenti prima di accettare acriticamente ciò che viene dato per scontato: per esempio, guardando più da vicino, fenomeni come le echo chambers e le filter bubbles potrebbero non esistere nella misura in cui comunemente si pensa [con echo chambers e filter bubbles si indicano ambienti informativi chiusi o filtrati; la loro incidenza però è oggi ridimensionata da parte della ricerca, ndr].

Secondo lei esistono modi per usarli in modo costruttivo?
Si possono immaginare social media più sani dal punto di vista democratico, per esempio rendendo gli algoritmi oggetto di una valutazione collettiva e consapevole, così da favorire la circolazione di informazioni più affidabili, oppure promuovendo spazi online più aperti al confronto, alla riflessione e alla civile convivenza.
In questo momento storico pessimismo, disillusione e sfiducia sembrano crescere: molte persone non credono più che i sistemi democratici possano essere riformati e di conseguenza rinunciano a parteciparvi. È d’accordo con questa analisi?
Non del tutto. Penso che, in linea di principio, le persone sostengano la democrazia tanto quanto hanno sempre fatto; è la sua pratica concreta a generare disillusione. La disillusione non porta necessariamente a un calo della partecipazione, che è sempre stata bassa al di là dell’atto di votare. In parte dipende da dove si guarda e da come si definisce la partecipazione. Nuove forme di partecipazione online sono cresciute mentre forme più tradizionali sono diminuite.
Come si inseriscono in questo contesto i modelli alternativi come la democrazia deliberativa?
Non considero la democrazia deliberativa un modello rigido da applicare, quanto piuttosto una fonte di ispirazione per ripensare in modi diversi il funzionamento della democrazia. Sappiamo, per esempio, che la grande maggioranza delle persone che prende parte a processi deliberativi vive quell’esperienza come qualcosa di utile e coinvolgente e questo vale anche per chi si sente distante o deluso dalla politica di partito tradizionale. Inoltre il mio collega André Bächtiger ha mostrato che gli elettori con orientamenti populisti sono spesso più inclini di altri a sostenere un maggiore ruolo dei cittadini comuni nella deliberazione pubblica, ad esempio attraverso strumenti come le assemblee cittadine.
Quali strade vede per ricostruire fiducia e partecipazione?
Ricostruire la fiducia non è di per sé un bene: ci sono istituzioni, partiti e leader politici che meritano di essere guardati con diffidenza. Il quadro dunque è più complesso di quanto sembri. Proprio per questo credo che oggi la democrazia deliberativa sia più necessaria che mai e che abbiamo già a disposizione idee, strumenti ed esperienze utili per rafforzarla.

Un’altra convinzione diffusa, spesso richiamata quando si parla di democrazia deliberativa è la presunta inadeguatezza delle persone comuni quando si tratta di prendere decisioni importanti.
Non è vero che le persone comuni siano inadeguate. Date le giuste condizioni, le persone comuni sono perfettamente capaci di ragionare in modo efficace sulla politica. Le prove vengono da ciò che vediamo nei forum deliberativi dei cittadini, anche se piccoli cambiamenti nel disegno di questi processi possono avere un grande effetto sul grado di ragionamento deliberativo efficace che si riesce a produrre.
Spesso abbiamo l’impressione di essere circondati da estremisti, ignoranti e negazionisti con cui il dialogo è impossibile. Ma è davvero così?
Uno dei tratti distintivi del populismo è la contrapposizione tra “il popolo” e “l’élite”. Il problema è che i demagoghi del populismo di destra sono riusciti a dare a questa élite soprattutto un volto culturale. Eppure non dovrebbe essere impossibile parlare a chi si riconosce in quella visione riportando l’attenzione sulla natura economica dell’élite – cioè sul suo carattere plutocratico – e riallacciandosi così a una politica più legata agli interessi e alle condizioni materiali delle classi lavoratrici, un terreno che una parte consistente della sinistra ha finito per trascurare.
È possibile dialogare con tutti oppure dobbiamo porre alcuni limiti?
Credo che sia impossibile avviare un confronto davvero significativo con leader e attivisti autoritari o estremisti. Diverso è il discorso per molte delle persone che si lasciano attrarre dai messaggi di questi leader e finiscono per votarli: con loro il dialogo è possibile. Bisogna capire quali narrazioni li intercettano, quali linguaggi li influenzano e in che modo sia possibile costruire messaggi capaci di parlare anche a loro. Insomma, penso che sia possibile dialogare con quasi tutti: ma non con le élite plutocratiche, le corporation dei combustibili fossili e i loro “mercanti del dubbio”, i magnati dei media che usano la rabbia come arma, i populisti e gli altri demagoghi, i leader autoritari ed estremisti.

Nel frattempo, mentre la democrazia sembra andare alla deriva, le crisi – ecologica, geopolitica e sociale – stanno accelerando rapidamente. Come si possono riparare o addirittura riavviare sistemi politici segnati da profonde patologie democratiche? Da dove dovremmo cominciare?
È allettante pensare che le crisi richiedano una risposta immediata ed efficace che non dovrebbe aspettare la democrazia. Io credo che sia molto più saggio costruire capacità deliberative e democratiche in grado di affrontare efficacemente sia le crisi presenti sia quelle future. Quanto al punto di partenza, ci sono così tante possibilità e non c’è alcun bisogno di scegliere tra esse. Le possibilità includono la riforma istituzionale sia delle istituzioni ereditate dal passato, come i parlamenti, sia di nuove istituzioni, come i forum dei cittadini; movimenti sociali che incarnino la democrazia e si battano per la democrazia; la retorica dei leader e degli attivisti; la riconfigurazione delle piattaforme social; la riprogettazione dei sistemi energetici.
Lei ha teorizzato sistemi deliberativi che includano anche gli interessi delle forme di vita non umane o di entità come fiumi, montagne e laghi. Ci sono stati sviluppi o sperimentazioni in questa direzione? Pensa che un’evoluzione dei nostri sistemi sociali dipenda anche da un rapporto diverso con il resto della Natura?
Sì, ho riflettuto su forme di democrazia deliberativa capaci di includere anche il mondo non umano. Se la democrazia deliberativa mette al centro la comunicazione, allora la sfida è capire come mettersi davvero in ascolto di quella che attraversa i sistemi ecologici e il sistema Terra nel suo insieme. Questo implica soprattutto un ripensamento delle istituzioni e delle pratiche politiche, perché siano più capaci di percepire e raccogliere i segnali di sofferenza che arrivano dal pianeta. Su questi temi oggi esiste un lavoro importante da parte di molti studiosi intorno alla rappresentanza politica del non umano. Personalmente però considero più fecondo partire dalla comunicazione, prima ancora che dalla rappresentanza.









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