24 Aprile 2026 | Tempo lettura: 7 minuti

Metropoli Agricole: l’agricoltura sociale c’è già. La sfida è cosa farne

L’agricoltura sociale è un tipo di agricoltura che unisce il rapporto con la terra con inclusione, supporto e solidarietà. Il convegno Metropoli Agricole,co- organizzato da Fondazione Cariplo, ha fatto il punto sulla situazione in Lombardia.

Autore: Paolo Cignini
Sala del convegno Metropoli Agricole a Milano sull’agricoltura sociale in Lombardia
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Il 22 aprile, presso lo Spazio Mosso a Milano, la sala è piena e non basta. Lungo le pareti e in fondo si resta in piedi e ci si resta a lungo. Non è un dettaglio da poco: dice che attorno all’agricoltura sociale oggi c’è un’attenzione reale, non la presenza distratta da convegno. Metropoli Agricole, promosso da Fondazione Cariplo insieme ad ASeS – Agricoltori, Solidarietà e Sviluppo, nasce da una domanda semplice solo in apparenza: a che punto è oggi l’agricoltura sociale in Lombardia? E soprattutto: siamo ancora davanti a una somma di buone pratiche o a un ambito che chiede ormai strumenti, politiche e riconoscimento?

Dai saluti al cambio di sguardo

Ad aprire la giornata è Claudia Sorlini, vicepresidente di Fondazione Cariplo. Il suo intervento mette subito a fuoco il senso del lavoro fatto in questi anni: l’agricoltura sociale come strumento per contrastare le diseguaglianze, presidiare e rigenerare i territori, consolidare comunità più coese. Ma nello stesso passaggio nomina anche il rovescio della medaglia: la frammentazione. Dei territori, dei contributi, delle esperienze.

Sala piena durante il convegno Metropoli Agricole a Milano
La sala gremita durante il convegno Metropoli Agricole, a Spazio Mosso, Milano.

Subito dopo, Giuliano Ciano, coordinatore nazionale del Forum nazionale dell’agricoltura sociale, sposta il discorso su un altro piano. Continuare a raccontare l’agricoltura sociale come un fenomeno “giovane” rischia di essere fuorviante. Non siamo più nella fase della scoperta. Il punto non è dimostrare che queste esperienze funzionano, ma riconoscere che esistono da anni e che hanno già prodotto risultati importanti. Soprattutto, insiste su un passaggio decisivo: qui non si parla soltanto di lavoro e reddito, ma di ruolo sociale, salute, dignità, di un motivo per alzarsi la mattina.

I dati: quaranta progetti, 512 inserimenti, un problema di tenuta

Dopo il quadro generale arriva la prima ricerca, presentata da Paolo Canino di Evaluation Lab, unità operativa della Fondazione Social Venture Giordano Dell’Amore. Qui la giornata cambia scala: non si parla più di casi singoli, ma di quaranta progetti del bando Coltivare Valore, sostenuti con un contributo della Fondazione pari a circa 9 milioni di euro – attivando un valore complessivo dei progetti di circa 18 milioni di euro – e 107 partner tra non profit, comuni, università e imprese. I risultati toccano più piani insieme: formazione, rigenerazione territoriale, sviluppo di comunità, filiere locali, inserimento lavorativo.

Il dato che pesa di più è quello sugli inserimenti: 512 nuovi percorsi lavorativi, di cui 89 donne e 464 persone in condizione di svantaggio, spesso poi trasformati in occupazione di più lungo periodo. Accanto a questi esiti sociali, i progetti hanno affrontato criticità ambientali diffuse, contribuendo al recupero e alla riqualificazione di oltre 200 ettari di terreni, in gran parte abbandonati o marginali, riportati a funzione produttiva e di presidio agroecologico.

Ma il punto del suo intervento non è solo nei numeri. Canino insiste su ciò che accomuna i progetti che hanno retto meglio: la sostenibilità economica, che arriva quando alla produzione si affianca la trasformazione; il lavoro sui margini, cioè sui terreni, sui soggetti e sui contesti periferici; il ruolo della formazione come leva di innovazione. E nomina anche una criticità precisa: la difficoltà a influenzare davvero il settore agricolo circostante. Qui c’è già uno dei nodi della giornata. L’agricoltura sociale produce risultati, ma fatica ancora a cambiare il quadro intorno a sé. Funziona nei progetti, molto meno nel modificare le logiche del sistema in cui quei progetti stanno.

Paolo Canino durante il convegno Metropoli Agricole a Milano
Paolo Canino, di Evaluation Lab / Fondazione Social Venture Giordano Dell’Amore, durante il convegno Metropoli Agricole a Milano.

La Lombardia fotografata da dentro

La seconda ricerca, presentata da Silvia De Aloe di Dialogica, riporta lo sguardo sul contesto lombardo. Il lavoro parte da una mappatura di 560 soggetti, di cui 119 rispondenti: 67 non profit, 43 imprese, 9 enti pubblici. Quello che emerge non è l’assenza di esperienze, ma la debolezza della loro coesione. Il bisogno di fare rete è largamente condiviso, ma non lo è il senso da dare a quella rete.

Qui emerge con nettezza uno dei nodi centrali della ricerca: il profit tende a collocarsi ai margini dell’agire sociale, più come supporto al non profit che come soggetto pienamente coinvolto. Allo stesso tempo, fatica ancora a imporsi una lettura dell’agricoltura sociale come modello di sviluppo e non solo come risposta a bisogni sociali. Il senso del suo intervento è semplice ma scomodo: le pratiche ci sono, ma la visione strategica che dovrebbe legarle è ancora debole.

La tavola rotonda: lavoro, cura, città

Su questo sfondo si apre la tavola rotonda moderata da Elisabetta Soglio, giornalista e direttrice delle pagine Buone Notizie del Corriere della Sera. Il confronto ha fatto emergere alcuni punti di convergenza: la necessità di dare continuità alle esperienze, il bisogno di strumenti più stabili, il rapporto ancora incompiuto tra dimensione sociale e sostenibilità economica e il tema della rete come condizione perché l’agricoltura sociale smetta di restare affidata alla logica del progetto. Gabriele Mazzola, della Direzione generale Famiglia, Solidarietà sociale, Disabilità e Pari opportunità di Regione Lombardia, legge l’agricoltura sociale come strumento di giustizia riparativa. Per ridurre la recidiva, osserva, non basta il lavoro da solo: servono lavoro e integrazione sociale.

Francesco Cappello interviene alla tavola rotonda di Metropoli Agricole a Milano
Francesco Cappello, presidente di Filiera Futura, durante la tavola rotonda del convegno Metropoli Agricole a Milano.

Ettore Prandini, presidente di Coldiretti, insiste invece sulla dimensione rieducativa e sanitaria. Richiama esempi concreti di miglioramento in persone con fragilità molto profonde, per mostrare che queste pratiche non si esauriscono nella produzione o nell’assistenza, ma possono incidere sul benessere e sulla salute. Con Maria Grazia Campese, presidente di Confcooperative Federsolidarietà Lombardia, il discorso si sposta sulle città. È un passaggio importante, perché impedisce di leggere l’agricoltura sociale solo in chiave rurale. Le città, ricorda Campese, sono spesso serbatoi di disagio sociale e l’agricoltura può rappresentare una forma concreta di sollievo, relazione e risposta.

In questo stesso confronto entra anche Francesco Cappello, presidente di Filiera Futura – importante partner di Italia Che Cambia da anni –, che riporta il discorso su un terreno molto pratico. L’equilibrio economico, osserva, è un passaggio imprescindibile per garantire durata alle progettualità. È un intervento importante perché tiene insieme i due poli che la mattinata ha messo continuamente a confronto: senza finalità sociale l’agricoltura sociale perde senso, ma senza tenuta economica resta appesa alla durata del progetto.

Dal dato al lavoro condiviso

Dopo il pranzo, il convegno cambia registro. Non perché la mattina sia rimasta sul piano delle dichiarazioni, ma perché quanto emerso nelle ricerche e nel confronto pubblico viene rimesso al lavoro dentro domande molto concrete: come far dialogare davvero settore agricolo e sociale, quali forme di governance servano, che spazio possa avere l’agricoltura sociale nello sviluppo delle filiere.

Intervento dal pubblico durante la tavola rotonda di Metropoli Agricole a Milano
Un intervento dal pubblico durante la tavola rotonda del convegno Metropoli Agricole a Milano.

Qui la discussione si fa più operativa. Le persone intervengono molto, portano esperienze, problemi, tentativi, e il confronto si concentra su nodi molto pratici: come tenere insieme sostenibilità economica e funzione sociale, come non lasciare tutto sulle spalle dei singoli progetti, come costruire reti che non esistano solo sulla carta. Alla fine ne escono due documenti condivisi di azioni pratiche, ma più ancora del risultato conta il passaggio: i dati della mattina non restano sul tavolo, vengono messi alla prova.

Non più una nicchia, non ancora un sistema

Alla fine della giornata il quadro è più chiaro. L’agricoltura sociale non è più una sperimentazione da raccontare come eccezione virtuosa. È una realtà diffusa, che produce lavoro, costruisce reti, agisce su fragilità molto diverse e tiene insieme territorio, economia e relazioni. Il problema allora non è più dimostrarne il valore. Il problema è capire se istituzioni, mondo agricolo e terzo settore siano disposti a fare il passo successivo: quello che porta fuori dalla logica dell’eccezione, del progetto e della buona pratica, e prova a costruire una cornice più stabile. Forse è questo il punto più interessante emerso da Metropoli Agricole: non chiedersi se l’agricoltura sociale abbia senso, ma decidere finalmente che posto darle.