Il nichel di Sulawesi, le auto elettriche e il vizio dell’occidente di delocalizzare l’inquinamento
Sofia Farina di Source International ci racconta il devastante impatto sociale e ambientale che la lavorazione del nichel – fondamentale per le tecnologie alla base della transizione energetica – sta avendo sulle comunità dell’isola indonesiana di Sulawesi.
In breve
Il caso di Sulawesi e la delocalizzazione dell’inquinamento che sta dietro alla transizione energetica.
- L’isola indonesiana di Sulawesi, così come il resto del Paese, è ricchissima di nichel, un minerale fondamentale per la produzione di batterie per auto elettriche e altre tecnologie funzionali alla transizione energetica.
- L’industria estrattiva locale ha attirato migliaia di lavoratori, alterando gli equilibri sociali ed economici dell’area.
- La crescita urbanistica e industriale incontrollata ha generato forti scompensi, soprattutto nell’accesso ai servizi di base.
- L’impatto ambientale di questa trasformazione è stato devastante e rende profondamente iniqua la ripartizione delle esternalità negative della transizione energetica.
- Allo stesso tempo infatti le città dell’occidente diventano sempre più pulite grazie a tecnologie ecologiche mentre altri luoghi, come Sulawesi, sono sempre più inquinati a causa dell’impatto della produzione di tali tecnologie.
Nel 2014 gli abitanti di Labota, un villaggio di pescatori sulle coste dell’isola di Sulawesi, in Indonesia, erano meno di 10.000. Oggi, dopo un decennio, la popolazione di questa cittadina ha superato i 120.000 abitanti: decine di migliaia di persone sono state attirate dall’espansione rapidissima dell’industria estrattiva locale. Questa crescita però non è stata accompagnata da uno sviluppo adeguato dei servizi essenziali. E così, mentre le aree rurali della zona si riempivano di impianti industriali, strade e porti, le infrastrutture civili – quelle per l’acqua, la gestione dei rifiuti, i sistemi sanitari – non hanno tenuto il passo. Il risultato è un luogo in cui vivere significa fare i conti ogni giorno con trasformazioni profonde, disagi e ripetute violazioni dei diritti umani.
Nonostante ci si trovi sulle coste di un’isola – quella di Sulawesi, nota per ospitare le colonie di coralli più estese del paese – l’aria che si respira a Labota è pesante e fortemente inquinata, il cielo è incendiato dalle industrie che lo illuminano 24 ore su 24. Le acque su cui si affaccia cambiano colore, cariche di sedimenti e scarichi. E così gli ecosistemi si trovano in uno stato di elevata sofferenza e le comunità locali vedono alterarsi il proprio rapporto con il territorio, con il mare e con le risorse da cui sono sempre dipese.

Alla base di questo stravolgimento c’è un minerale di cui l’Indonesia, con il 40% delle riserve globali, è ricchissima: il nichel. Nel 2020 il Governo indonesiano – paese che si attesta come maggior produttore mondiale di nichel – ha approvato il divieto di esportazione del minerale grezzo, innescando una rapidissima espansione del settore della lavorazione e ponendo il paese al centro della transizione globale verso l’energia verde.
Il nichel infatti è l’ingrediente fondamentale per le batterie delle auto elettriche e per molte delle tecnologie su cui stiamo costruendo la transizione energetica. Ed è qui che emerge un paradosso difficile da ignorare: per rendere più sostenibili i nostri sistemi energetici, stiamo spostando altrove gli impatti ambientali. Stiamo di fatto delocalizzando l’inquinamento concentrandolo in territori lontani dai luoghi in cui quelle tecnologie verranno utilizzate.
Nell’ultimo anno come Source International siamo stati sull’isola di Sulawesi, insieme a comunità locali e organizzazioni partner, per analizzare l’impatto ambientale delle attività estrattive e industriali. I dati raccolti raccontano una storia precisa: contaminazione delle acque, alterazione degli ecosistemi, esposizione a metalli pesanti, cambiamenti radicali nelle condizioni di vita.

Ma più ancora dei numeri, colpiscono le persone: pescatori che non riconoscono più il mare in cui sono cresciuti: famiglie che vedono cambiare l’acqua che usano ogni giorno; comunità che si ritrovano circondate da infrastrutture industriali senza aver mai avuto un reale spazio nei processi decisionali; attivisti locali ci hanno raccontato del trauma di vedere il loro villaggio ribattezzato da Sorowako – un nome indigeno, pieno di storia – a Nickel, il nome del prodotto che da lì viene esportato. Come se Fabriano venisse ribattezzata Carta, Carrara Marmo, Como Seta e Murano da domani la ribattezzassimo in Vetro Soffiato.
Tutto questo ha un nome: ingiustizia ambientale. Gli impatti ambientali non sono distribuiti in modo equo. Alcune comunità, spesso le più vulnerabili, pagano un prezzo molto più alto di altre: subiscono l’inquinamento, la perdita di risorse, i rischi per la salute, mentre i benefici economici e tecnologici si distribuiscono altrove. Vale sempre, ma vale in modo particolare quando parliamo di transizione verde. Le tecnologie verdi si basano su catene di approvvigionamento globali che spesso si radicano in territori dove i sistemi di controllo sono più deboli e le comunità hanno meno strumenti per difendere i propri diritti. Il rischio concreto è che la transizione, invece di ridurre le disuguaglianze, le amplifichi.
A Labota l’energia necessaria alle fonderie e alle fabbriche che producono celle per le batterie viene prodotta da una immensa centrale da sei gigawatt alimentata a carbone. In Europa il carbone è ormai un ricordo del passato per via dei suoi impatti sulla salute. Ma la produzione delle batterie non ridurrà l’inquinamento, lo sta semplicemente spostando, delocalizzando. Noi avremo le nostre città belle pulite per via delle auto elettriche ma a Labota si respireranno le polveri sottili emesse dalla centrale a carbone che serve proprio a produrre le batterie per le nostre auto.

È proprio su questo che lavoriamo, come Source International. Siamo un’organizzazione non profit che dal 2012 supporta comunità che vivono in contesti di forte pressione ambientale, legata a industrie, attività estrattive o contaminazioni. Lo facciamo fornendo analisi scientifiche indipendenti, strumenti di monitoraggio e supporto nei percorsi di tutela dei diritti. Lavoriamo sempre su richiesta delle comunità stesse, costruendo percorsi che permettano di trasformare dati in cambiamento concreto. Perché senza dati, le storie restano invisibili. E senza visibilità è difficile parlare di responsabilità e giustizia.
Oggi, nella Giornata Internazionale della Terra, inauguriamo questa rubrica su Italia Che Cambia per raccontare proprio queste storie – storie che collegano luoghi apparentemente lontani come Sulawesi, le Ande o le montagne europee, ma che fanno parte dello stesso sistema. Nelle prossime settimane, ogni mercoledì, parleremo di guerra e ambiente, di litio, di false narrazioni sul clima, di citizen science e di disuguaglianze globali legate all’estrazione delle risorse. Storie diverse da contesti diversi, ma un filo comune: il rapporto tra ambiente e diritti umani, e la domanda su chi porta il peso delle scelte che il mondo fa collettivamente.
Questo articolo fa parte della rubrica “Questione di risorse“, curata dal team di Source International ETS. Uno spazio in cui si parla di risorse – dall’energia all’acqua, dal cibo ai minerali – ma anche di giustizia e diritti, di cambiamento climatico e di equilibri geopolitici.










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