Agricoltura sociale, i progetti funzionano: ora serve un sistema
Una panoramica sull’agricoltura sociale che arriva dal convegno “Metropoli Urbane” organizzato da Fondazione Cariplo con alcuni addetti ai lavori.
Metropoli Agricole è il convegno promosso a Milano da Fondazione Cariplo insieme ad ASeS – Agricoltori, Solidarietà e Sviluppo, dedicato quest’anno all’agricoltura sociale e al suo ruolo nei territori lombardi. Ne abbiamo raccontato la giornata in un primo articolo di restituzione; sul sito di Metropoli Agricole si possono scaricare le presentazioni delle ricerche, rivedere il convegno e consultare la restituzione estesa della giornata. Qui proviamo invece a entrare nel merito delle ricerche presentate e delle domande che aprono per il futuro del settore. L’agricoltura sociale mette insieme attività agricole, inserimenti lavorativi, percorsi educativi, cura e servizi alle comunità.
Per anni è stata raccontata soprattutto attraverso le esperienze più riuscite. Oggi però la domanda si è spostata: non basta più sapere se funziona. Bisogna capire se può durare fuori dai singoli progetti. «Partendo da quello che è stata l’agricoltura sociale fino a oggi – spiega Dario Olivero, consigliere di ASeS – volevamo capire come proseguire, che slancio dare, mettendo insieme gli attori che compongono questa galassia». Claudia Sorlini, vicepresidente di Fondazione Cariplo, aggiunge l’altro piano: persone fragili e territori in difficoltà. In mezzo ci sono comunità che possono tornare a presidiare luoghi dove le attività agricole rischiano di scomparire.

Quaranta progetti e una scoperta: trasformare per durare
La prima ricerca è quella presentata da Paolo Canino, direttore operativo di Evaluation Lab, centro di ricerca della Fondazione Social Venture Giordano Dell’Amore. Lo studio ha analizzato quattro edizioni del bando “Coltivare Valore” di Fondazione Cariplo: quaranta progetti, circa 18 milioni di euro complessivi e 107 partner coinvolti tra enti non profit, comuni, università e imprese. I progetti hanno lavorato su formazione, rigenerazione territoriale, sviluppo di comunità, filiere locali e inserimento lavorativo.
Il dato più immediato è quello dei 512 nuovi percorsi lavorativi attivati, di cui 89 rivolti a donne e 464 a persone in condizione di svantaggio, spesso trasformati in occupazione di più lungo periodo. Ma la parte più interessante, nella lettura di Canino, non è solo numerica. «La cosa che forse ci ha sorpreso di più – racconta Canino – è la scoperta del ruolo della trasformazione». Produrre non basta, soprattutto in agricoltura, dove stagionalità e rese variabili rendono fragile qualunque progetto. Trasformare significa vendere durante tutto l’anno, aumentare il valore di ciò che si coltiva e dare continuità anche ai percorsi di lavoro.
Canino usa poi un’immagine efficace: l’incrocio di diverse marginalità. Persone in condizioni di svantaggio o disabilità; terreni incolti o abbandonati; un settore agricolo sempre più a intensità di capitale e sempre meno di lavoro; territori – spesso aree interne o montane – ai margini dal punto di vista economico. «Queste quattro diverse modalità per cui si può essere marginali – spiega – messe assieme riuscivano a rinforzarsi vicendevolmente». Qui l’agricoltura sociale mostra la sua forza, ma anche il suo limite. Se non riesce a dialogare con il resto del mondo agricolo, resta importante ma circoscritta. «Il rischio è l’irrilevanza», dice Canino. Non perché i progetti non producano effetti, ma perché potrebbero parlare solo a chi è già sensibile.

Il sistema non c’è ancora
La ricerca guidata da Silvia De Aloe per Dialogica sposta il discorso dal risultato dei progetti alla domanda sul sistema. Esiste davvero un sistema dell’agricoltura sociale in Lombardia? La risposta, per come emerge dal lavoro presentato a Metropoli Agricole, è netta ma non liquidatoria: non ancora. «Rispetto all’agricoltura sociale in Lombardia – spiega De Aloe, project leader della ricerca realizzata da Dialogica – non possiamo parlare ancora di un sistema strutturato». Esistono iniziative, modelli interessanti, esperienze che creano vantaggi per più soggetti. De Aloe li chiama modelli “win-win”. Il problema è che questi modelli non sono ancora abbastanza diffusi né abbastanza scalati.
La ricerca parte da una mappatura ampia: 560 soggetti individuati, 119 risposte raccolte tra enti non profit, imprese ed enti pubblici. L’obiettivo non era solo contare le realtà attive, ma capire quanto siano orientate a lavorare insieme, con quale idea di agricoltura sociale e con quale grado di coesione, anche attraverso il Network Cohesion Index. È una fotografia scomoda. «L’ambito del profit – osserva De Aloe – attribuisce principalmente al terzo settore l’idea che sia l’esperto dell’agricoltura sociale, oppure considera ancora troppo l’agricoltura sociale come vocazionale». La sensibilità resta decisiva, ma se non diventa competenza e capacità di lavorare con altri settori, il rischio è restare dentro una nicchia rispettata e poco influente.

De Aloe insiste su un passaggio preciso: «Bisogna sdoganare i settori a silos e lavorare moltissimo per l’intersettorialità e la multidisciplinarietà». L’agricoltura sociale non può restare chiusa nel sociale, né essere accolta dal mondo agricolo come funzione accessoria. Deve stare nello spazio in cui politiche sociali, imprese agricole, filiere, salute, formazione e sviluppo locale si incontrano davvero. Anche la questione delle risorse cambia segno. «Le risorse ci sono – dice De Aloe –, ma sono troppo frammentate». Non basta quindi chiedere nuovi fondi se ogni soggetto continua a muoversi dentro il proprio perimetro. Servono sistemi territoriali, snodi di coordinamento e una governance multiattore. Una rete vera nasce quando ciascuno riconosce un obiettivo comune.
La rete non è una parola: è una struttura
È qui che entra la voce di Francesco Cappello, presidente di Filiera Futura. «Una delle componenti fondamentali per la riuscita dei progetti di agricoltura sociale è la formazione di reti», osserva. Non reti generiche però. Reti in cui soggetti diversi portano competenze diverse. Al centro, per Cappello, ci sono le imprese agricole, «l’asse portante» attorno a cui costruire questi percorsi. Ma da sole non bastano. Servono cooperative sociali ed enti che lavorano con le fragilità, enti pubblici responsabili della presa in carico delle persone, fondazioni capaci di sostenere l’avvio dei progetti e soggetti tecnici in grado di accompagnarli.
Detta così sembra una questione organizzativa. In realtà è il cuore economico e politico del problema. Un progetto può partire con un sostegno esterno, ma se non costruisce fin dall’inizio le condizioni per reggersi rischia di fermarsi quando il finanziamento finisce. Cappello parla di un aiuto che accompagna «la prima fase, i primi anni», per poi fare progressivamente un passo indietro. È qui che l’agricoltura sociale deve tenere insieme due esigenze che spesso vengono separate: la cura delle persone e la tenuta economica dell’impresa agricola. Se prevale solo la prima, il rischio è costruire esperienze importanti ma fragili. Se prevale solo la seconda, si perde il senso dell’agricoltura sociale.

Non più nicchia, non ancora sistema
Le ricerche presentate a Metropoli Agricole indicano una cosa precisa: l’agricoltura sociale non deve più dimostrare di avere senso. In molti casi ha già prodotto lavoro, inclusione, recupero di terreni, filiere e nuove relazioni tra soggetti diversi. Il problema è capire se tutto questo può uscire dalla dimensione del progetto, del bando, dell’esperienza riuscita ma isolata. Il rischio, come suggerisce Canino, è restare rilevanti per chi già riconosce questo valore, ma troppo circoscritti per cambiare davvero il contesto agricolo e territoriale in cui si opera. La ricerca di Dialogica aggiunge il tassello più politico: serve che i territori imparino a usare queste esperienze come parte di una strategia più ampia, capace di ricomporre risorse, competenze e obiettivi comuni.
Dentro l’agricoltura sociale convivono produzione, cura, fragilità, mercato, formazione e relazioni territoriali. Se uno solo di questi elementi prende il sopravvento, il modello si indebolisce. Se invece vengono tenuti insieme, possono aprire possibilità concrete per territori che cercano nuove forme di lavoro, presidio e futuro. Il passaggio più importante è forse questo: smettere di chiedere all’agricoltura sociale solo di “fare bene” dentro singoli progetti e iniziare a domandarsi quali condizioni servano perché possa durare. Perché i progetti funzionano, ma da soli non bastano. Ora il punto è costruire il sistema che ancora manca.









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