La citizen science nei territori contaminati: quando i cittadini misurano l’inquinamento
Dalle case di Abbadia San Salvatore alle comunità che vivono accanto a miniere, smelter e siti industriali, il monitoraggio partecipato della citizen science può trasformare una percezione diffusa in dati, consapevolezza e richiesta di giustizia ambientale.
Quando quel piccolo strumento chiamato dosimetro è entrato nelle case, negli uffici e nelle scuole di Abbadia San Salvatore, in Toscana, per molte persone il radon – un gas invisibile e inodore – era ancora un nome misterioso. Qualcosa che sembrava appartenere più al linguaggio dei tecnici che alla vita quotidiana. Eppure proprio lì, dentro le abitazioni, nei luoghi di lavoro, nelle aule scolastiche, quel gas poteva accumularsi in concentrazioni importanti.
Il radon si forma naturalmente nel terreno per decadimento dell’uranio presente nelle rocce e può entrare negli edifici attraverso crepe, fessure e punti aperti delle fondamenta. In ambienti chiusi e poco ventilati, soprattutto nei piani bassi o seminterrati, può raggiungere livelli elevati. Si tratta di un tema sanitario rilevante: pensate che l’Organizzazione Mondiale della Sanità lo indica come la seconda causa di tumore al polmone dopo il fumo di tabacco, mentre in Italia l’Istituto Superiore di Sanità stima che circa il 10% dei casi annui di tumore polmonare sia attribuibile al radon.
Nel 2023 noi di Source International abbiamo avviato proprio ad Abbadia San Salvatore un progetto di scienza partecipata: l’Osservatorio Cittadino del Radon. Dopo un incontro pubblico formativo, i cittadini hanno ricevuto dosimetri passivi da installare nelle proprie case, nei luoghi di lavoro e nelle scuole. In totale sono stati monitorati 231 punti: 147 abitazioni private, 47 uffici e luoghi di lavoro e 37 aule di quattro scuole. Dopo tre mesi di esposizione, i dispositivi sono stati raccolti e inviati a un laboratorio certificato per le analisi.

I dati hanno confermato quelli che molti sospettavano. La concentrazione media rilevata nei 231 luoghi monitorati era pari a 234 Bq/m³, con valori compresi tra 48 e 1965 Bq/m³. Il 21% dei locali superava il livello di riferimento previsto dalla normativa italiana, fissato a 300 Bq/m³ per abitazioni e luoghi di lavoro costruiti prima del 2024. Particolare preoccupazione è emersa per la scuola media statale di via Mentana, dove sono stati riscontrati valori superiori al limite, in alcuni casi fino a circa il doppio.
In seguito alla presentazione pubblica dei risultati, la scuola ha adottato delle misure temporanee di mitigazione, adattandole ai livelli riscontrati nelle diverse aule e ARPAT – l’Agenzia Regionale per la Protezione dell’Ambiente – ha esteso il monitoraggio oltre i tre mesi iniziali del progetto, coinvolgendo 93 abitazioni per ottenere valori medi annui conformi alla normativa. Comune, scuola, agenzia regionale per la protezione ambientale e autorità sanitaria locale hanno avviato tavoli di confronto sulla gestione del rischio. La Regione Toscana ha poi approvato la delimitazione dell’area a rischio radon, includendo Abbadia San Salvatore e altri dieci Comuni.
Questo è ciò che può fare la citizen science costruita con rigore: non sostituisce la ricerca scientifica o i controlli istituzionali, non trasforma ogni abitante in un tecnico ambientale, ma colma un vuoto reale. Porta dati dove prima c’erano preoccupazioni diffuse e percezioni individuali. Per essere precisi, la citizen science viene generalmente definita come il coinvolgimento attivo di persone non professioniste nel processo scientifico: nella raccolta dati, nella definizione delle domande, nell’interpretazione dei risultati, nella loro diffusione e, in alcuni casi, nell’orientamento delle decisioni pubbliche. La Commissione Europea la descrive come una pratica di partecipazione e collaborazione del pubblico nella ricerca scientifica per aumentare la conoscenza.
Quando questa pratica nasce in territori esposti a inquinamento industriale, attività estrattive o rischi ambientali, si parla spesso anche di community monitoring, monitoraggio di comunità. In questi casi il punto non è soltanto “partecipare alla scienza”, ma produrre conoscenza utile per difendere il diritto alla salute, all’ambiente e all’informazione. È una forma di empowerment: una comunità non resta soltanto destinataria di decisioni prese altrove, ma diventa parte attiva nella costruzione delle evidenze che riguardano il proprio territorio.
Questo è particolarmente importante nei luoghi contaminati, dove spesso esiste uno squilibrio profondo tra chi produce impatti e chi li subisce. Le aziende dispongono di uffici tecnici, consulenti, studi di parte. Le istituzioni possono avere reti di monitoraggio insufficienti, discontinue o troppo distanti dai punti in cui le persone vivono ogni giorno. Le comunità invece si trovano spesso a convivere con odori, polveri, scarichi, corsi d’acqua alterati, malattie percepite come più frequenti, ma senza strumenti per trasformare tutto questo in un linguaggio riconosciuto nei tavoli decisionali: quello dei dati.
Il monitoraggio partecipato può intervenire proprio qui, aiutando a individuare punti critici, ricostruendo mappe locali dell’esposizione, documentando fenomeni ricorrenti, misurando parametri ambientali e costruendo archivi condivisi. Perché questo approccio funzioni però servono alcune condizioni. La prima è il rigore metodologico. La citizen science non può essere improvvisazione: strumenti, protocolli, tempi di campionamento, conservazione dei campioni, analisi di laboratorio e interpretazione dei dati devono essere costruiti in modo solido. La seconda è la trasparenza: chi partecipa deve sapere cosa si misura, perché, con quali limiti e come verranno usati i risultati. La terza è la restituzione: i dati devono tornare alle comunità in una forma comprensibile, non restare chiusi in report tecnici accessibili solo agli esperti.

Infine, c’è un aspetto politico: il community monitoring non dovrebbe essere visto dalle istituzioni come una minaccia, ma come una risorsa. La stessa Unione Europea riconosce il potenziale della citizen science per contribuire al monitoraggio ambientale e alle politiche pubbliche, soprattutto perché può produrre dati localizzati, aumentare la consapevolezza e rafforzare il legame tra conoscenza scientifica e decisioni collettive.
Naturalmente non tutti i dati raccolti dai cittadini hanno automaticamente valore regolatorio o legale perché, ad esempio, non tutti i sensori low-cost hanno la precisione di una centralina certificata e non tutte le campagne di monitoraggio sono sufficienti a dimostrare causalità tra una fonte inquinante e un danno sanitario. Ma questo non ne riduce l’importanza. Spesso servono proprio a indicare dove guardare, quali domande porre, quali aree approfondire, quali lacune colmare nei monitoraggi ufficiali.
Ad Abbadia San Salvatore, prima del progetto, il 40% dei cittadini intervistati non aveva mai sentito parlare di radon. Alla fine non c’erano solo numeri in un report: c’era una scuola con misure di mitigazione attive, un’agenzia regionale che aveva esteso i controlli a 93 abitazioni, una Regione che aveva delimitato un’area a rischio. La citizen science è stata quindi utilizzata come strumento di prevenzione, non come esercizio di stile partecipativo. Un punto di partenza per fare dell’empowerment una pratica reale.









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