L’esperto David Van Reybrouck: “Nei prossimi 10 anni vedremo parlamenti estratti a sorte”
David Van Reybrouck, storico e saggista belga, spiega i motivi per cui la democrazia rappresentativa basata sulle elezioni non è più una forma di governo efficace, presentando al tempo stesso le alternative, come le assemblee cittadine.
Siamo abituati a pensare che le elezioni siano il trionfo della democrazia. E se invece fossero il suo maggiore problema? È questa la tesi di David Van Reybrouck, scrittore, storico e archeologo belga, autore di Contro le elezioni – Perché votare non è più democratico, un saggio diventato un caposaldo della critica al modello della democrazia rappresentativa elettiva, che ha contribuito in modo sostanziale a rilanciare il dibattito sul sorteggio e sulle assemblee cittadine. All’interno del nostro focus di approfondimento sulla crisi della democrazia e le sue cure, che stiamo realizzando come marcia di avvicinamento alla prossima edizione della Biennale della Prossimità, non poteva mancare il suo punto di vista.
David Van Reybrouck, in “Contro le elezioni”, ormai 13 anni fa, descriveva una crisi profonda del modello di democrazia basato sulle elezioni. Oggi quella crisi sembra ancora più evidente. Aggiungerebbe qualcosa alla sua diagnosi?
Ho scritto Contro le elezioni nel 2013 e purtroppo è ancora attuale, forse più attuale che mai. Speravo davvero che quel libro si rivelasse sbagliato, ma i fatti gli hanno dato ragione. All’epoca parlavo di una “sindrome da stanchezza democratica”: il nostro modello si sta affaticando perché facciamo troppo affidamento sulle elezioni. Ma le elezioni sono solo uno dei modi possibili di fare democrazia, e sono anche un’invenzione relativamente recente. Le utilizziamo da circa duecento anni, mentre pratichiamo la democrazia da almeno venticinque secoli. Prima delle elezioni, uno degli strumenti usati era il sorteggio, cioè la scelta dei cittadini per estrazione a sorte.
Cinquant’anni fa le elezioni erano uno strumento abbastanza buono per fare democrazia. Ma con social media, intelligenza artificiale, disuguaglianze crescenti e frustrazioni sociali profonde, le fondamenta del modello elettorale sono diventate molto instabili. Oggi la crisi del modello basato sulle elezioni ha raggiunto il suo apice. Se vuoi diventare dittatore, hai due strade: il colpo di Stato o le elezioni. La seconda è spesso più efficace, meno rischiosa e meno sanguinosa. È la via che usano molti autocrati contemporanei. Per questo credo che oggi la corrispondenza tra elezioni e democrazia sia ancora più fragile di prima.

Il grande “vantaggio” di Trump, se posso dirlo così, è che tutti abbiamo capito che la democrazia non è granito: può erodersi, dall’interno e dall’esterno. La catastrofe da cui mettevo in guardia si è cominciata a manifestare. Il fascismo è tornato e senza vergogna. Ma allo stesso tempo non è ancora game over per la democrazia.
A volte però le elezioni sembrano ancora un antidoto agli autoritarismi. Orban in Ungheria è stato sconfitto proprio attraverso di esse…
Quello che è accaduto in Ungheria mostra che le elezioni possono ancora avere un ruolo. Anche negli Stati Uniti, le prossime scadenze elettorali potrebbero portare a un cambio di potere. Impadronirsi dell’intera infrastruttura dello Stato richiede tempo: Orbán ha avuto sedici anni e poteva comunque perdere, Trump ci sta provando da due. Questo però non significa che le elezioni siano una procedura perfetta. Hanno prodotto molto di buono negli ultimi due secoli, ma non garantiscono la democrazia. Hitler, Trump, Milei, Berlusconi: la lista dei leader non democratici o illiberali arrivati al potere attraverso le elezioni è lunga.
E il sorteggio come se la cava?
Negli ultimi dieci anni il numero di assemblee cittadine composte per sorteggio è esploso. L’OCSE ha un suo database e qualche anno fa ne aveva già censite più di 800, oggi credo che siamo ben oltre quota mille. Le prime assemblee cittadine permanenti sono già una realtà e io sono stato uno degli architetti di tre di esse. Esiste oggi un movimento crescente per l’innovazione democratica.
Può farci qualche esempio?
I casi più famosi sono probabilmente quelli irlandesi. Uno riguardava il matrimonio tra persone dello stesso sesso, che in Irlanda era non solo illegale, ma incostituzionale. Il governo avrebbe potuto procedere con un referendum tradizionale, ma temeva che, al di là dell’esito, un voto netto potesse creare una frattura nel Paese.

Scelse quindi di organizzare un’assemblea cittadina composta per sorteggio: 99 partecipanti si riunirono a Dublino un fine settimana al mese, per circa cinque mesi. Ascoltarono esperti, rappresentanti della Chiesa cattolica, organizzazioni LGBTQIA+ e contributi inviati dai cittadini. Alla fine elaborarono delle raccomandazioni, che furono poi sottoposte a referendum, perché in Irlanda le modifiche costituzionali devono passare da lì. La proposta fu approvata con una maggioranza di due terzi.
In questo il confronto con la Francia è illuminante. Nello stesso periodo, la Francia affrontò la stessa questione con un approccio dall’alto verso il basso e il risultato fu un anno di tensioni politiche e manifestazioni. L’Irlanda cattolica riuscì invece ad affrontare un tema molto divisivo con più serenità, ascolto e comprensione reciproca. Per me questo dimostra una cosa fondamentale: cambiando il metodo cambia anche la qualità del dibattito pubblico.
Già. È impressionante come metodi diversi possano cambiare l’esito della stessa domanda.
Esattamente. Se cambi l’interfaccia, cambi l’interazione. E le elezioni non sono la migliore interfaccia che abbiamo. A volte lo spiego così: la cosa più democratica che facciamo è che, un giorno ogni cinque anni, stiamo zitti, entriamo in una cabina elettorale, chiudiamo la tenda, mettiamo una croce su una scheda e poi non ne parliamo più. E quello dovrebbe essere il nostro atto più sociale. È molto strano, se ci pensi.
Secondo lei la crisi attuale è più un ostacolo all’innovazione democratica o rende più facile la transizione verso modelli diversi?
È una domanda molto interessante. Fra pochi giorni qui a Bruxelles riceverò una delegazione di politici americani, soprattutto a livello statale, interessati a capire come stiamo sperimentando nuove forme democratiche in Belgio. Se c’è un Paese che ha bisogno di innovazione democratica, sono gli Stati Uniti. E credo che il livello statale sia il punto giusto da cui partire: il livello federale, per ora, è troppo alto. Già riuscire a far sedere cittadini americani allo stesso tavolo, renderli capaci di ascoltarsi nonostante le differenze, sarebbe un grande passo avanti.
Se cambi l’interfaccia, cambi l’interazione. E le elezioni non sono la migliore interfaccia che abbiamo
Anche in Europa vediamo segnali interessanti. Nei Paesi Bassi le cose stanno accelerando e alcune città stanno rendendo permanenti le assemblee cittadine. Io sono stato coinvolto nel primo esperimento al mondo in cui un parlamento eletto è stato affiancato da un consiglio cittadino permanente composto per sorteggio: è accaduto nella comunità germanofona del Belgio. Ora modelli simili sono stati adottati o sperimentati anche a Bruxelles, Aquisgrana e Parigi.
E in Italia?
So che anche Milano sta provando a fare qualcosa, anche se non conosco i dettagli. Sinceramente penso che nei prossimi dieci anni vedremo il primo Stato membro dell’Unione Europea dotarsi di un parlamento nazionale permanente composto per sorteggio, accanto a quello eletto. Potrebbe essere il Belgio, l’Irlanda, i Paesi Bassi o la Danimarca.
In Italia ho incontrato persone molto attive, ma non vedo ancora un’organizzazione nazionale forte. In Paesi come Belgio, Paesi Bassi e Germania, ciò che ha funzionato è stata la presenza di piattaforme civiche capaci di fare campagna, parlare con i politici, con i media e costruire consenso. È una classica campagna della società civile e può fare davvero la differenza.
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Leggi anche l’intervista a John Dryzek, uno dei massimi esperti mondiali di democrazia deliberativa.









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