6 Maggio 2026 | Tempo lettura: 5 minuti
Ispirazioni / Questione di risorse

Litio, il nuovo oro bianco: la corsa al minerale della transizione e il prezzo che pagano gli altri 

Il litio è una materia prima fondamentale per le tecnologie necessarie alla transizione ecologica, ma la sua estrazione ha conseguenze sociali e ambientali devastanti. Sofia Farina di Source International ci parla del caso del deserto di Atacama, in Sud America.

Autore: Source International
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Nel 2020 l’attivista cilena Sonya Ramos ha camminato per 1574 chilometri da San Pedro de Atacama a Santiago de Chile per difendere i geyser del Tatio – un’area ricca di attività geotermica – dalla realizzazione di nuove miniere. Ramos, insieme agli attivisti che l’hanno accompagnata – fisicamente e non – in questo percorso, voleva essere ascoltata. Voleva che qualcuno, nelle stanze in cui si prendono le decisioni, facesse lo sforzo di mettersi nei panni di chi, nel Salar di Atacama, ci vive. 

«Le nostre saline e il nostro futuro si stanno prosciugando», ha dichiarato Ramos in una recente intervista rilasciata all’Istituto Internazionale per lo Sviluppo e per l’Ambiente. «Il flusso d’acqua nella salina di Punta Negra è diminuito. Qui a San Pedro de Atacama notiamo già una diminuzione dell’acqua, almeno di quella sotterranea, che è essenziale per la vita di questa oasi. L’irrigazione sotterranea deve essere mantenuta perché grazie ad essa, abbiamo gli alberi». 

Infatti il Salar de Atacama si trova in quello che è considerato il deserto non polare più arido del mondo, incastonato tra la Cordigliera delle Ande e la Cordigliera della Costa. Eppure, contrariamente a quello che si potrebbe pensare, l’acqua qui c’è. Il popolo Lickanantay ha costruito nei secoli una cosmovisione intera attorno al ciclo dell’acqua. Una delle cerimonie più tradizionali, il Talatur, consiste nella pulizia rituale dei canali attraverso cui scorre.

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I geyser di Tatio

Non si tratta solo un gesto simbolico: è la gestione collettiva di una risorsa scarsa e vitale, affinata in millenni di convivenza con uno degli ambienti più estremi del pianeta. Allo stesso modo, anche le lagune Chaxa, Cejar e Tebenquiche, le oasi, i fenicotteri: tutto dipende da quell’acqua sotterranea. Quella stessa acqua che viene pompata in superficie a ritmi industriali per estrarre il litio. 

Cosa sta succedendo sotto la crosta del Salar 

Il litio nel Salar de Atacama si trova disciolto nella salamoia che satura le falde acquifere profonde del deserto. Per estrarlo, le compagnie minerarie pompano la salamoia in superficie e la lasciano evaporare in enormi vasche a cielo aperto — un processo che richiede quantità enormi di acqua. Solo le due compagnie che operano nel nucleo del Salar  – SQM e Albemarle – estraggono ogni anno più di 63 miliardi di litri di acqua salata dalle falde più profonde del deserto, quasi 2.000 litri al secondo. 

Le conseguenze si vedono, e ora si misurano anche dall’alto. Una ricerca dell’Università del Cile ha rilevato come l’estrazione della salamoia stia prosciugando le falde acquifere e causando lo sprofondamento del lago alla preoccupante velocità di 1-2 centimetri all’anno. I livelli delle acque sotterranee nell’area sono diminuiti di oltre 10 metri negli ultimi 15 anni, e così le lagune e le aree verdi vengono inglobate nel deserto, i fenicotteri e altre specie autoctone stanno scomparendo, e le comunità Atacameñe non possono più mantenere gli allevamenti di lama da cui dipendevano. 

Chiaramente, il cambiamento climatico non fa che aggravare il quadro: le zone umide e le oasi del bacino di Atacama regolano la temperatura del deserto e catturano CO₂ cosa che le rende, letteralmente, degli strumenti per combattere il riscaldamento globale. Distruggerle per estrarre il minerale della transizione energetica è una contraddizione complessa da gestire. 

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Il litio, un minerale che il mondo vuole sempre di più 

Il Salar de Atacama non è un caso eccezionale. È il caso più visibile di una dinamica che riguarda l’intero “triangolo del litio” — Argentina, Bolivia, Cile — dove si concentra oltre il 50% delle riserve mondiali. E la pressione è destinata ad aumentare: nel 2024 la domanda globale di litio è cresciuta di quasi il 30%, superando di gran lunga il tasso di crescita annuo del 10% registrato nel decennio precedente. Le proiezioni per i prossimi anni parlano di una domanda destinata a moltiplicarsi ulteriormente, spinta dalla diffusione delle auto elettriche, dei sistemi di accumulo per le rinnovabili e dei dispositivi elettronici. 

È in questo contesto che l’Unione Europea ha deciso di muoversi. Con il Critical Raw Materials Act del 2024 – la legge che ha l’obiettivo di garantire una filiera delle materie prime critiche sicura e sostenibile –, Bruxelles ha classificato il litio come materia prima critica e strategica e ha avviato la corsa all’autonomia: l’obiettivo è approvvigionarsi di almeno il 10% del litio necessario da fonti domestiche entro il 2030. 

Nel marzo 2025 la Commissione ha designato 47 progetti minerari come “strategici” in tutta Europa, aprendo la strada a iter autorizzativi accelerati e finanziamenti facilitati. È una corsa che non si fermerà qui. Mentre la domanda continua a crescere, nuovi territori entrano nel mirino – anche in Europa – e il modo in cui questa espansione verrà condotta nei prossimi anni dirà molto su quanto la transizione sia davvero giusta e per chi. 

Le lagune Chaxa, Cejar e Tebenquiche, le oasi, i fenicotteri: tutto dipende da quell’acqua sotterranea. Quella stessa acqua che viene pompata in superficie a ritmi industriali per estrarre il litio

Transizione verde, ma per chi? 

Non esiste una risposta semplice su come uscire da questa contraddizione. Ci sono percorsi tecnologici promettenti, ma nessuno è ancora abbastanza maturo o diffuso da alleggerire davvero la pressione sull’estrazione primaria. E c’è un nodo più strutturale, che riguarda il modello stesso su cui si regge la transizione: abbiamo davvero bisogno di estrarre così tanto o potrebbe essere arrivato il momento di ripensare il nostro modello di sviluppo economico? Una cosa è certa: una transizione energetica che si costruisce sacrificando i diritti e l’ambiente di chi non ha avuto voce in capitolo, può davvero chiamarsi tale? 

Questo articolo fa parte della rubrica “Questione di risorse“, curata dal team di Source International ETS. Uno spazio in cui si parla di risorse – dall’energia all’acqua, dal cibo ai minerali – ma anche di giustizia e diritti, di cambiamento climatico e di equilibri geopolitici.