Perché il Qatar è così importante? Storia di un microstato in equilibrio fra Islam e Occidente
Dagli Stati Uniti alla Fratellanza Musulmana, il Qatar intrattiene rapporti con soggetti apparentemente inconciliabili. È forse per questo che il suo ruolo di mediatore nei conflitti e partner economico affidabile è così rilevante.
Un’aridità talmente estesa da impedire la formazione di laghi o fiumi permanenti e una piovosità di appena 7 centimetri all’anno possono indubbiamente essere considerati elementi di fragilità per uno Stato. Nondimeno, dipendere dalle importazioni per il 90% del proprio fabbisogno alimentare rappresenta un’altra evidente vulnerabilità, così come possedere la più grande riserva conosciuta di gas metano e non avere una potenza militare né una profondità territoriale adeguate per poterla difendere. Eppure il Qatar sembra aver trovato la postura giusta per annullare il rischio di spiacevoli ingerenze, trovando anzi la capacità di rilanciarsi come player determinante nel quadrante mediorientale e non solo. La strategia vincente: essere indispensabile a molti e utile a tutti.
La storia del Qatar, piccola penisola arabica di dimensioni di poco superiori a quelle dell’Abruzzo, non è certo prestigiosa e movimentata come quella di molti dei suoi vicini. Saltuariamente abitato da tribù arabe non stanziali, viene sottomesso prima dall’Impero persiano e in seguito da quello ottomano, divenendo un protettorato britannico durante la prima guerra mondiale, complice l’ormai inarrestabile declino del grande malato turco. Nel 1939 la traiettoria del paese subisce una prima importante evoluzione con la scoperta di consistenti giacimenti petroliferi nella zona di Dukhan.

Il processo di nation-building è però ancora in una fase di sostanziale ristagno: l’economia rimane debole, i tassi alfabetizzazione molto bassi e la scarsità di risorse primarie condiziona pesantemente l’evoluzione del paese. La dinastia regnante degli al-Thani decide allora di stringere un patto di solidarietà e collaborazione con la Fratellanza Musulmana: in cambio di un rifugio sicuro per i membri del movimento in fuga dalla Siria e soprattutto dall’Egitto – ormai compromesso con il governo socialista di Nasser – la famiglia al-Thani trae vantaggio dall’inserimento di personale qualificato e specializzato nelle cariche pubbliche.
Questo accordo riesce a stemperare la tipica postura assertiva – se non aggressiva – della Fratellanza, tanto temuta dai paesi confinanti, nella garanzia di una presenza discreta e priva di ingerenze. D’altronde il forte orientamento della famiglia regnante verso il tradizionalismo e il rispetto del dogma islamico porterà la Fratellanza Musulmana a dichiarare non più necessaria la propria presenza e, nel 1995, a sciogliere la cellula qatarina.
L’anno determinante nella storia del Qatar è però il 1971: l’Emirato diventa indipendente dalla corona britannica, ma soprattutto viene scoperto nel Golfo Persico il più grande giacimento attualmente conosciuto di gas metano, a sovranità condivisa con l’Iran – North Field la pertinenza qatarina, South Pars quella iraniana. Il grande beneficio portato da questo asset è però insufficiente a spiegare il successo del Qatar negli equilibri e nelle relazioni internazionali e infatti tale virtuosa evoluzione va ricercata nella lungimirante visione dell’emiro Khalifa bin Hamad al-Thani, fautore di una politica sagace e proattiva, alimentata dalle nuove ed enormi risorse a disposizione del paese.

Il Qatar è situato su una penisola in mezzo al Golfo Persico. È grande circa come l’Abruzzo e ha circa tre milioni di abitanti, quasi metà dei quali concentrati nella capitale Doha. Il suo territorio è prevalentemente desertico e a parte la metropoli Doha non ospita grandi città.
Il piano di sfruttamento di queste ultime costituisce la spina dorsale della crescita qatarina e del Qatar come Stato sovrano: la costruzione di una enorme industria di liquefazione del gas nel complesso di Ras Laffan ha permesso di ottimizzare l’esportazione del prezioso materiale, diventando il volano per una crescita economica straordinaria.
Allo stesso tempo il Qatar, per volere dello stesso emiro – e in seguito del figlio Hamad e del nipote Tamim, attualmente regnante – ha inaugurato una politica di soft power sofisticata e incredibilmente efficace, basata sullo sviluppo di un sistema di servizi in grado di creare una inconfondibile immagine di affidabilità ed efficienza. Dalla fondazione, nel 1995, della rete televisiva di informazione al-Jazeera alla creazione della Qatar Airways – top player nel panorama delle major dell’aviazione civile e residente nel pluridecorato hub di Doha –, dal cimento nell’imprenditoria sportiva di massimo livello – con l’acquisto di top club europei e l’organizzazione dei Mondiali di calcio del 2022 – alla forte partecipazione nel mercato immobiliare mondiale.
In appena trent’anni la rappresentazione del Qatar ha penetrato profondamente l’immaginario occidentale con un aspetto di opulenta efficienza, pur rimanendo profondamente ancorato al sistema di valori islamico. E proprio questa delicatissima ambivalenza ha portato il Qatar alla sublimazione della propria posizione internazionale, rendendolo un fondamentale partner negoziale per qualsiasi questione mediorientale e oltre.

Le immagini della preghiera celebrativa di Ismail Haniyeh poche ore dopo il tragico attacco della sua milizia ai kibbutz isrealiani ha fatto il giro del mondo. Curiosamente, nello stesso momento e a pochi chilometri di distanza, la logistica militare americana si attivava freneticamente per spedire in tempi rapidissimi preziose forniture militari all’IDF israeliano dalla base di al-Udeid, a sud ovest di Doha.
Questo apparente paradosso descrive in realtà perfettamente l’equilibrismo qatarino, grazie al quale il selezionatissimo pool negoziale dell’emiro è in grado di intrattenere rapporti di stretta confidenza con attori altrimenti incompatibili e che storicamente non condividono fra loro nessun sodale. La mediazione nella crisi afghana del 2020 e altri successi diplomatici hanno permesso al Qatar di divenire MNNA americano – Major non NATO ally, ovvero alleato primario non NATO –, una posizione equivalente alla membership NATO e assegnata solo a una manciata di paesi nel mondo.
Parimenti, lo stretto rapporto di solidarietà che lega il Regno ad Hamas, di cui è anche finanziatore, consegue una preziosissima credibilità agli occhi della milizia palestinese, che si è rivelata fondamentale in diverse occasioni – le due tregue del 2023 e del 2025 fra i paramilitari sunniti e l’esercito israeliano hanno paternità qatarina. Ambiziosa e sofisticata, questo tipo di politica è anche estremamente rischiosa, esponendo il Regno a minacciose crisi diplomatiche: nel 2017 Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Egitto e Bahrein hanno attuato un blocco logistico nei confronti del Qatar, interdicendo il proprio spazio aereo, marittimo e terrestre ai movimenti del Regno e dunque, mappa alla mano, isolandolo.

Oggetto della ardente protesta dei contestatori era la posizione apologetica di al-Jazeera nei confronti della sovversione delle Primavere arabe del 2010-2011, poi estesa a una generica accusa di collaborazione con le maggiori organizzazione terroristiche islamiche. Tramite accordi di fornitura e collaborazione con Iran e Turchia, il Qatar ha però aggirato il blocco della coalizione, generando un vantaggio strategico che i Paesi ostili non sono più stati in grado di annullare: nel 2021 la crisi si è esaurita, con le richieste di Arabia Saudita, EAU, Egitto e Bahrein sostanzialmente disattese e un nuova e proficua rete di contatti e alleanze allestita dal Qatar.
Determinante mediatore in molte crisi mediorientali e mondiali – non ultima la guerra in Ucraina – il Qatar si è dunque ritagliato un ruolo di potenza in miniatura nello scacchiere geopolitico, arricchendo un benessere economico ormai diventato archetipo con una ineguagliata ambizione di rilevanza negli equilibri geopolitici e diplomatici mondiali.










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