In Congo il costo nascosto del cobalto è nell’aria che respirano i bambini
Nuove analisi indipendenti documentano un inquinamento diffuso dell’aria, dell’acqua e dei sedimenti nelle comunità che vivono accanto alle miniere industriali di rame e cobalto. Tra i luoghi più esposti c’è anche una scuola, a meno di 500 metri da un deposito di rifiuti minerari.
A Kolwezi, nella provincia di Lualaba, nella Repubblica Democratica del Congo, c’è una scuola che sorge a meno di 500 metri da un deposito di rifiuti minerari. Si chiama Galaxy School e ogni giorno accoglie oltre mille studenti e decine di insegnanti. Bambini e ragazzi entrano in classe, seguono le lezioni, giocano, respirano. Poco distante però si accumulano gli scarti delle attività minerarie industriali.
È proprio qui che Source International ha registrato alcuni dei livelli di inquinamento atmosferico più alti dell’intero studio condotto nell’ottobre 2025 nella copper-cobalt belt congolese, l’area dove si concentra di più l’estrazione di rame e cobalto. Le concentrazioni giornaliere di PM2.5 hanno raggiunto 44 µg/m³, quasi tre volte la linea guida dell’OMS, fissata a 15 µg/m³. Quelle di PM10 sono arrivate a 105 µg/m³, oltre il doppio della soglia OMS di 45 µg/m³.
E non si tratta solo dei soliti prodotti di combustione che siamo purtroppo abituati a respirare anche nelle nostre città: il particolato raccolto, analizzato in laboratorio, porta l’impronta dei residui minerari industriali, cioè cobalto, rame e manganese. Metalli che finiscono nell’aria e vengono inalati da chi vive, lavora o studia a ridosso delle miniere.

La Galaxy School è uno dei luoghi simbolo dei nuovi report scientifici pubblicati da Source International, Raid, Afrewatch e l’Università di Lubumbashi. E purtroppo non è un caso isolato, ma una finestra sulla realtà quotidiana delle comunità che vivono accanto alle miniere industriali di rame e cobalto della Repubblica Democratica del Congo, un paese che fornisce oltre il 70% del cobalto mondiale. Questo metallo è essenziale per molte batterie agli ioni di litio usate nei veicoli elettrici, nei dispositivi elettronici e nei sistemi di accumulo dell’energia.
«Le comunità che vivono accanto a queste miniere stanno pagando il prezzo delle ambizioni energetiche pulite del mondo con la loro salute, i loro raccolti e i loro fiumi», ha dichiarato Emmanuel Umpula, direttore esecutivo di Afrewatch. «Ce lo raccontano da anni e ora la scienza conferma ciò che dicevano. È il momento che le aziende agiscano e che il governo della RDC faccia la sua parte per far rispettare le leggi ambientali».
Gli studi sono stati condotti in diverse comunità nell’area di Kolwezi e Fungurume, vicino a grandi operazioni minerarie industriali tra cui Tenke Fungurume Mining, Commus e Mutanda Mining. I gruppi di ricerca hanno lavorato con metodologie diverse e laboratori indipendenti, ma sono arrivati alle medesime conclusioni: l’inquinamento è diffuso, interessa aria, acqua e sedimenti e solleva gravi preoccupazioni per la salute pubblica.
Per quanto noto ai ricercatori, lo studio di Source International rappresenta la prima misurazione indipendente dell’inquinamento da PM2.5 e PM10 in quest’area. In tutti i siti monitorati, le concentrazioni di particolato hanno superato le linee guida dell’OMS. In alcuni casi, i livelli di PM2.5 sono risultati oltre sei volte superiori al limite giornaliero raccomandato. Il 98% delle misurazioni orarie di PM2.5 ha superato le soglie considerate sicure per la salute. Non si tratta quindi di un picco occasionale, né di una singola giornata particolarmente polverosa. Si tratta dell’aria che le comunità respirano ogni giorno.

«Nei molti anni in cui abbiamo monitorato l’inquinamento nei siti minerari industriali in tutto il mondo, questi sono tra i risultati più preoccupanti sulla qualità dell’aria che abbiamo documentato», ha dichiarato Flaviano Bianchini, direttore esecutivo di Source International. «In ogni sito in cui abbiamo effettuato misurazioni, il particolato fine ha superato le linee guida dell’OMS con un margine molto ampio. La polvere porta l’inconfondibile impronta chimica dei residui minerari industriali. Una valutazione sanitaria urgente e indipendente di queste comunità non è solo una raccomandazione: è una necessità».
Anche l’acqua racconta una storia simile. Le analisi su fiumi, laghi, pozzi e sedimenti hanno rilevato concentrazioni elevate di rame, cobalto, manganese, arsenico, piombo e uranio. Nel fiume Kelangile e nel lago Kando, alcuni valori hanno superato gli standard ambientali internazionali. In un pozzo comunitario di Kolwezi, vicino a un impianto di stoccaggio delle scorie minerarie, l’acqua è risultata 100 volte più acida di quanto raccomandato, con manganese e alluminio fino a 14 volte sopra i limiti basati sulla tutela della salute.
Gli effetti potenziali sono gravi. Il manganese, a concentrazioni elevate, può danneggiare il sistema nervoso centrale. Il piombo è associato a danni neurocognitivi irreversibili nei bambini. L’arsenico è cancerogeno per l’essere umano. L’uranio può danneggiare i reni. Il PM2.5 è classificato dall’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro come cancerogeno di Gruppo 1.
Il professor Célestin Banza Lubaba Nkulu descrive i sedimenti contaminati che si accumulano nei corsi d’acqua della regione come “una bomba chimica a orologeria”. «I fiumi e i laghi della regione del Grande Katanga sono le prime vittime dell’attività mineraria industriale, insieme alle comunità che da essi dipendono», ha spiegato. «La letteratura scientifica sottoposta a revisione paritaria documenta chiaramente cosa fanno questi metalli al corpo umano: danni neurologici, patologie renali, effetti ematologici e aumento del rischio di cancro. Queste evidenze si stanno accumulando da decenni. Ciò che è mancato è l’azione all’altezza di tali evidenze».

Le testimonianze raccolte da Raid e Afrewatch danno un volto umano ai dati. «Molto tempo fa, l’aria era buona», ha raccontato un residente. «Ora, quando ti svegli, senti dolore al naso e ti fa male la testa». A Pierre Muteba e Tshizuza, le persone raccontano di lavare le case tre o quattro volte al giorno per rimuovere la polvere da vestiti, cibo e acqua. A Mibanze, un abitante descrive l’inquinamento atmosferico come “una nebbia”. A Manomapia, una donna racconta: «Quando hanno iniziato le operazioni, abbiamo notato che i nostri raccolti si stavano seccando. Anche le nostre gole erano secche. All’inizio non sapevamo perché. Lo abbiamo capito col tempo».
In più comunità, i residenti riferiscono tosse persistente, epistassi, irritazione agli occhi e mal di testa, con sintomi che peggiorano nella stagione secca. Alcune donne parlano di aborti spontanei, alterazioni del ciclo mestruale e problemi di salute riproduttiva che associano all’inquinamento. I bambini, secondo molte testimonianze, sono tra i più colpiti. «È molto grave per i bambini piccoli», ha detto una madre di Pierre Muteba. «Da quando sono venuta a vivere qui, ho la tosse ogni mese, senza fine. È lo stesso per i bambini».
I medici locali confermano la frequenza dei problemi respiratori. «Non c’è giorno senza un caso che possa essere collegato all’inquinamento atmosferico», ha dichiarato un medico che lavora a Kolwezi. Queste testimonianze richiedono prudenza: gli studi pubblicati non misurano direttamente gli esiti sanitari e per stabilire nessi causali servono indagini epidemiologiche specifiche. Ma proprio per questo motivo i ricercatori chiedono una valutazione sanitaria indipendente e urgente nelle comunità colpite. I dati ambientali, la letteratura scientifica, le osservazioni cliniche e le voci dei residenti indicano tutti la stessa direzione.
La concentrazione di PM2.5, quasi il triplo della soglia massima indicata dall’OMS
La percentuale della produzione globale di cobalto che proviene dal Congo
La percentuale di misurazioni di PM2.5 che supera le soglie considerate sicure per la salute
Il professor Arthur Kaniki Tshamala sottolinea che non si può liquidare la contaminazione come un semplice retaggio del passato. «I nostri studi mostrano che la contaminazione non è un rumore di fondo dovuto alla storia mineraria della regione. È attuale, attiva e direttamente riconducibile alle operazioni di miniere che oggi si stanno espandendo. Le comunità che vivono a valle non possono attendere ulteriori studi prima che vengano adottate misure. Le prove sono già lì».
Il paradosso è evidente: una parte importante dei minerali necessari alla transizione energetica globale viene estratta in condizioni che generano gravi impatti ambientali e sanitari locali. «Il mondo sta costruendo un futuro di energia pulita su cobalto e rame estratti in condizioni tutt’altro che pulite», ha dichiarato Anneke Van Woudenberg, direttrice esecutiva di Raid. «Le aziende che traggono profitto da questa contraddizione hanno la leva per cambiarla. Questi studi scientifici non lasciano loro alcuna scusa per non farlo».
Il punto quindi non è mettere in discussione la necessità della transizione energetica, ma pretendere che non venga costruita replicando le stesse logiche estrattive che hanno prodotto ingiustizie ambientali per decenni. Una transizione davvero giusta infatti deve misurarsi anche nell’aria che respirano i bambini di Kolwezi, nell’acqua che bevono le famiglie di Pierre Muteba, nei fiumi da cui dipendono i pescatori di Mibanze, nei raccolti che non crescono più a Manomapia.

Source International, Raid e Afrewatch chiedono alle compagnie minerarie di finanziare una valutazione sanitaria urgente e indipendente, pubblicare i dati di monitoraggio ambientale, rendere accessibili le valutazioni di impatto ambientale e sociale, ridurre immediatamente polveri ed effluenti alla fonte, bonificare l’inquinamento e fornire acqua pulita alle comunità le cui fonti idriche sono state contaminate.
Chiedono inoltre al governo della Repubblica Democratica del Congo di applicare le leggi ambientali esistenti, compreso il principio “chi inquina paga”, e di non autorizzare nuove espansioni o nuovi permessi per operazioni che non dimostrino il rispetto degli obblighi ambientali. Alle aziende a valle – case automobilistiche, produttori di batterie, società tecnologiche – viene chiesto di usare la propria influenza lungo la filiera.
Questo articolo fa parte della rubrica “Questione di risorse“, curata dal team di Source International ETS. Uno spazio in cui si parla di risorse – dall’energia all’acqua, dal cibo ai minerali – ma anche di giustizia e diritti, di cambiamento climatico e di equilibri geopolitici.









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